Editoriali

Viaggio a Prato, dietro le porte chiuse (G.Rispoli)

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Il corpo senza vita dell'uomo morto a causa dell'incendio scoppiato in una fabbrica tessile nell'area del Macrolotto a Prato, 01 dicembre 2013. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

“Speriamo che dopo questo triste quarto d’ora di celebrità non torni tutto come prima”. Prato, inizio d’anno, poco più di un mese dal rogo che il primo dicembre, nell’area industriale del Macrolotto, si è portato via sette lavoratori cinesi. È una giornata grigia, umida, e la luce che entra nella stanza di Alessandro Fabbrizzi, segretario generale della Camera del lavoro, non porta pensieri positivi. Ma non è questa la ragione delle parole con cui il dirigente Cgil mi accoglie. “Il rischio è che dopo l’emozione, il battage mediatico, la fiammata dei controlli, alla fine ci si ritrovi ancora una volta soli. Sperando nella buona sorte, viste le condizioni in cui tanti di questi lavoratori quotidianamente vivono”.

Condizioni estreme, diciamo entrando subito in argomento, che hanno fatto parlare di una vera e propria schiavitù. “Ecco – m’interrompe il dirigente Cgil –, se c’è un modo di partire con il piede sbagliato è proprio questo. Confondere lo sfruttamento, lo sfruttamento pure bestiale di queste persone, con il lavoro schiavile”. Perché? “Perché gli operai cinesi sono consenzienti”. La notte e il cottimo, e la paga falcidiata dal restituzione del debito contratto per venire in Italia, mesi e mesi mangiare, dormire e lavorare e nient’altro: si può definire altrimenti una vita così? “Certo, è durissima. Ma c’è un obiettivo: emanciparsi, mettersi in proprio. Si pensa che tutto questo, come dice una studiosa, Antonella Ceccagno, sia la via più breve per cambiare la propria condizione. Qui, a differenza che a Rosarno, c’è un’aspettativa, la speranza di prendere l’ascensore sociale, di farsi strada all’interno della comunità. Dare dignità al lavoro dei cinesi significa misurarsi con questa mentalità, questa cultura”.

Le parole di un sindacalista sfiduciato e arrabbiato perché questa gente non si ribella? Teresa Paoli è una videomaker. Il lavoro a Roma – ora è impegnata con Petrolio per Rai Uno – e le radici a Prato, ha realizzato un docufilm, Di tessuti e di altre storie, in cui racconta la crisi del tessile pratese – “per dimostrare che non è colpa dei cinesi” dice – con cui nel 2011 ha vinto il premio Ilaria Alpi. Esperienze assai diverse da
 quelle di Fabbrizzi, le sue, ma lo stesso giudizio. “Durante la lavorazione del documentario sono entrata con i vigili in un capannone – racconta –. Ho visto le pareti di cartongesso in fondo e, dietro, i ‘loculi’ dove dormono gli immigrati cinesi. E poi un soppalco, le finestre solo verso l’interno. Casa e lavoro nella fabbrica. Schiavitù? È agghiacciante, ma loro non la intendono così. Considerano tutto questo come un’opportunità”. Un altro mondo, allora?

VIA PISTOIESE. “Luisa gioielli”, “Bin bin bar”, “Ricci e capricci” e anche “Il Telaio”, of course: per chi viene da Roma i nomi italiani dei locali che si affacciano su via Pistoiese, cuore di Chinatown, non appaiono diversi da quelli che s’incontrano intorno a Piazza Vittorio. La presenza cinese, però, rispetto all’Esquilino, appare molto più massiccia. Rafforzando la sensazione, creata dalle parole di Fabbrizzi, di un mondo a parte. 
La comunità, come tutte le realtà cinesi fuori dai confini della madrepatria, è sicuramente chiusa. Uno stile di residenza, diciamo così, reso più marcato dal fatto che i migranti provengono più o meno tutti dagli stessi luoghi. Ma forse converrebbe interrogarsi se anche gli italiani di Prato non siano stati e non siano tuttora, per loro, un mondo a parte.

La vita della città toscana è stata per decenni regolata da un patto sociale che assicurava reddito e servizi in cambio di una disponibilità al lavoro senza eguali. Le otto ore non erano concepibili, se non quando di lavoro ce n’era poco: le “otto orine”, le chiamavano gli operai come fossero cosa da nulla. Quando scoppia la crisi del tessile, intorno al 2003, ben prima della grande crisi in corso dal 2008, e il patto salta, la responsabilità viene addossata ai
 cinesi: è colpa loro, “ci rubano il lavoro”. Non è vero, naturalmente, perché i cinesi hanno occupato un punto che è al di fuori della tradizionale filiera tessile di Prato, il pronto moda. La realtà è perciò diversa da quella descritta: e cioè della manodopera immigrata che prende il posto degli operai locali. Tutti lo sanno ma la paura trova il modo di rapprendersi e nel 2009 la destra, che cavalca la tigre, vince le elezioni comunali.

“La nostra città è stata investita 
da un flusso migratorio con connotati assolutamente nuovi – spiega Andrea Barni, presidente dell’Arci, mentre ci guida per via Pistoiese –. Il mondo grande ha preso il posto del mondo piccolo, ne è nata una paura ontologica. La familiarità con la propria terra, quella per cui tu nascevi accanto a una persona e morivi con la stessa, ora la si sente in pericolo. Con
 la crisi si sono persi i riferimenti
 cognitivi di prima, e il sistema rischia di implodere”. Quello che emerge, dunque, accanto alla questione del lavoro, è un problema culturale: di identità e di strumenti che ti aiutino a capire il mondo. Un problema che non è da poco. È 
in grado Prato di affrontarlo?

FRANCESCO DI MARCO DATINI. Un poligono irregolare. La base, una lunga linea dritta e leggermente inclinata, parte dalla costa atlantica del Marocco, taglia tutto il Nord Africa e, attraversando il Mar Rosso, finisce alla Mecca. Ai vertici, la Scozia a ovest e, più in basso, la foce del Don a est. All’interno tutta l’Europa continentale e le isole britanniche, una fetta dei Balcani, la Turchia, il Vicino Oriente e la costa mediterranea del continente africano. E quindi Londra e Bristol, Bruges, Lisbona e Setubal, e Maiorca e Minorca, e poi dall’altra parte Venezia
 con la costa dalmata, Zara e Ragusa, e Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e ancora tante altre città, porti, regioni. Al centro Prato, Firenze, la Toscana. È la mappa dei commerci di Francesco di Marco Datini, gran mercante pratese, simbolo dell’intraprendenza cittadina, secolo il Trecento, che uno studioso meticolosissimo, Federigo Melis, allegava a un suo ponderoso lavoro del 1962, Aspetti
 della vita economica medievale. Studi nell’archivio Datini di Prato, scovato
 un piano sotto la nostra redazione, nell’Archivio nazionale della Cgil. Il Trecento, viaggi interminabili, rischi d’imboscate, peste e tempeste (Datini perse i genitori durante la peste nera, la Grande Morte, nel 1348), e un piccolo uomo che dal cuore della Toscana tesse – è proprio il caso di dirlo – i suoi rapporti con il mondo. Che guarda oltre le mura della città, entra in relazione con mentalità, costumi, culture diverse dalla sua, spesso lontanissime.

Prato non è mai stata un piccolo mondo antico, mai provincia. E non è solo economia, ma scrittori, teatro, cultura. Apertura mentale, insomma. È questa la grande colpa del centrodestra: come si stava bene quando c’eravamo solo noi. Hanno riscoperto strapaese, ma così non si va da nessuna parte”. Beppe Gregori, prima segretario generale della Camera del
 lavoro e poi assessore nella giunta Romagnoli di centrosinistra, nonostante tutto ha parole di ottimismo. “Prato – prosegue – resta nella sostanza una città impermeabile al razzismo e alla xenofobia. Gli arrivi che abbiamo avuto qui negli anni dell’emigrazione dal Sud sono stati superiori, in percentuale, a quelli di Milano e Torino. Ma la scossa venne assorbita”. “La città è migliore di chi la governa – aggiunge –. Con i cinesi bisogna interloquire, dire loro della disponibilità ad accoglierli, di 
una disponibilità mai venuta meno. Il volontariato cattolico fa tanto. E così l’Arci, che è la più grossa organizzazione pratese. E la scuola, che dai nidi e dalle materne sino alle superiori sta assolvendo bene il suo ruolo. Quando divenni assessore alla Pubblica istruzione, parlo della metà del decennio passato, in gennaio ci ritrovammo con cinquanta bambini, bambini cinesi, che erano rimasti fuori. I loro genitori semplicemente non sapevano della chiusura delle iscrizioni. Le classi erano fatte da tempo, ma riuscimmo a farli entrare tutti, inventandoci una serie di attività. Il sistema scolastico è un fiore all’occhiello della città, neanche il centrodestra è riuscito a distruggerlo. E i cinesi, aggiungo, alla scuola dell’obbligo ci tengono”.

GIOVENTU’. Non è casuale che Gregori sottolinei con così tanta forza la funzione della scuola. Se fra le generazioni più vecchie le barriere ci sono, nei giovani l’integrazione sembra trovare meno ostacoli. “Tra la confusione e le grida generali, mia madre mi trascinò per mano al piano di sopra. Una sirena si stava avvicinando, arrivarono dei pompieri, ormai in ritardo per spegnere il fuoco che stava salendo le scale e che ci avrebbe raggiunto in poco, pochissimo tempo. Mia madre lanciò un’occhiata fuori dalla finestra: i pompieri erano proprio lì sotto. Lei non parlò, respirava affannosamente, le lacrime cominciarono a rigare le sue guance; mi abbracciò, stringendomi forte a sé, senza che io capissi cosa stava realmente accadendo: mi baciò sulla fronte e mi spinse giù dalla finestra”. Le parole sono di una liceale di Prato, Adele Ratti, sedici anni, che in novembre elabora un racconto, oggetto l’incendio che distrugge una ditta cinese. Premonizione? No. Adele ha una compagna di classe, una ragazza cinese diventata sua amica, che dopo la scuola andava a lavorare con la madre in un laboratorio tessile. Di quella storia di vita, trasformandola 
in scrittura, Adele si è fatta carico.

Le barriere, si diceva. Comunque esistono. E la prima è sicuramente la lingua. Sarà una banalità ma è così. A lavorare molto, su questo, insieme ad altri ragazzi, è la protagonista di due mini fiction per Tv Prato, titolo Ripeti con me – ideate da Teresa Paoli e Fabrizio Marini –, la prima andata in onda tre anni fa, l’altra a partire dallo scorso dicembre, in cui una ragazza cinese già integrata nella vita della città insegna a un suo coetaneo l’italiano di tutti i giorni. Si chiama Miao Miao Huang, ha ventidue anni e la vita intensissima che si conviene a qualsiasi giovane socialmente impegnato, attraversata dall’esperienza messa in piedi con un gruppo di ragazzi cinesi che lavorano sull’integrazione, organizzando con grande successo un torneo di basket, dal tentativo di costituirsi in associazione, e poi dallo scioglimento del gruppo. E ora dai corsi d’italiano per i ragazzi di tutte le provenienze – “perché a Prato non ci sono solo i cinesi” sottolinea – avviati presso il Circolo Curiel dell’Arci di via Fabio Filzi, all’interno di Chinatown – e di cui Barni ci ha parlato come dell’esempio concreto, fattuale, di un modo sicuramente produttivo di intendere la vita dell’associazione –. Miao Miao, che frequenta Scienze erboristiche a Pisa, lavora anche con una cooperativa all’ufficio Immigrazione del Comune.

“L’incarico è di mediatrice culturale – spiega –, poi in realtà parlo con tutti. È bello, interessante. Non ci sono solo i permessi di soggiorno ma anche le storie di vita. Ascoltare è importante. Senza dare mai la sensazione di indagare, di inquisire”.
 Le chiedo se le va di cambiare discorso, se vuole dirmi cosa abbia provato dopo il rogo del Macrolotto. “Tanti sentimenti – risponde –: rabbia, dolore, compassione. Il giorno dopo tutti a discuterne. Ma non credo che i problemi si risolvano parlando solo quando le tragedie accadono”. “In ogni caso – continua – usare il termine schiavitù è sbagliato. Schiavitù è quando hai la 
frusta dietro, quando sei incatenato. ‘In quelle fabbriche vivete come maiali’ ci dicono i pratesi. Sono d’accordo, è ovvio,
 si tratta di condizioni da rifiutare. Ma 
prova tu a fare quella scelta: allontanarti dalla tua patria, andare dall’altra parte
 del mondo, fare il clandestino”.


ALLA FINE DELLA FILIERA. Con Miao Miao siamo ritornati all’inizio, al lavoro dei cinesi di Prato – ricordiamo: oltre ventimila tra regolari e clandestini ma potrebbero essere molti di più –, alle politiche che sarebbe necessario attuare. Da dove partire?
 “Regole e controlli – risponde Massimiliano Brezzo, il segretario generale della Filctem Cgil –: è il primo dei problemi. Tutti sapevano quel che succedeva. Ma si è sempre voluto perseguire le persone invece del sistema. Lo sai quanti sono gli ispettori del lavoro, qui? Due. Dell’Inail? Uno. Parlo di Prato, duecentomila abitanti, dopo Roma e Firenze la terza città del centro Italia. È lo Stato che manca. Ma la soluzione non possono essere i blitz dell’assessore alla sicurezza, di Milone, l’assessore sceriffo, tra parentesi un transfuga del centrosinistra. Entrano nei laboratori, identificano i lavoratori, gli fanno raccattare la loro roba, li ammanettano con le fascette di plastica, per distinguerli li timbrano, li portano via. Ma tutto ricomincia da un’altra parte. Come spostare l’acqua con il cucchiaio”. 
“È il sistema, ripeto, che va controllato”.

A partire dall’arrivo del tessuto, che non è pratese, proviene in buona parte dalla Cina ed è sdoganato soprattutto nel Nord Europa. Tutta merce che giunge a Prato su gomma. “Capire chi entra, tanto più che le pezze possono andare solo da una parte, sulla via Pistoiese o ai Macrolotti, non dovrebbe essere difficile. Quindi controllare l’ingresso, le fabbriche che tingono e stampano anziché sempre le confezioni, dove non ha senso perché non influisci, appunto, sul sistema. E controllare negli orari in cui serve controllare. Dalla città escono un milione di capi al giorno. Un milione di capi e un milione di euro trasferiti quotidianamente con i money transfer. C’è poco da girarci intorno: lo Stato deve intervenire. Se controlli non c’è più immigrazione clandestina ma, soprattutto, dai un colpo decisivo a un sistema malato”.

“Attenzione – aggiunge – qui c’è già una parte della filiera cinese che lavora onestamente. C’è la possibilità di allargare, ampliare questa fascia. Però, perché l’altra parte emerga, è necessaria la presenza dello Stato. Altrimenti resta nell’illegalità”. “E controllare – interviene Fabbrizzi – significa guardare anche ai pratesi, agli italiani. Si parla sempre di distretto parallelo, una definizione che a me non è mai piaciuta. Il contatto con gli italiani c’è, eccome. Per dirne una, chi è che affitta i capannoni in cui si lavora in quel modo?”. “Più in generale – prosegue il segretario della Camera del lavoro – bisogna agire su un duplice binario: controllo e repressione da un lato, emersione dall’altro. Il clandestino, se scoperto, non torna in Cina, resta qui. Inutile fingere, gli devi dare un permesso di soggiorno temporaneo. Perché lui non dovrebbe ambire a un rapporto di lavoro regolare? Il permesso di soggiorno dovrebbe essere finalizzato proprio a questo. Insomma, occorre un’azione normativa anche di tipo sperimentale, pensare pure a qualche deroga purché
 si raggiunga l’obiettivo fondamentale: rendere questi lavoratori visibili, inserire i clandestini in un percorso di legalità”.

Questo sul versante del lavoro. E dal 
lato dell’impresa? “Occorre partire da un punto: la realtà odierna di Prato, che non è diversa da quella di tanti altri distretti. L’imprenditoria locale non ha brillato per capacità programmatiche. Di fronte alla trasformazione delle produzioni tessili, al cambiamento del mercato, il vestire che 
non era più solo un coprirsi, bisognava relazionarsi diversamente con i diversi segmenti della filiera. Il rilancio, dunque, deve passare da un lato attraverso le due parole di sempre: ricerca e innovazione. Dall’altro, e qui veniamo alle aziende del secondo distretto, per così dire, bisogna ‘chiudere’ la filiera con i confezionisti cinesi. La filiera va prolungata ‘a valle’, portando sul mercato il prodotto finito. Le imprese cinesi, allora, che nelle confezioni sono specializzate, devono poter produrre abiti realizzati con le stoffe di Prato. Scontata, in tal senso, la necessità di strumenti legislativi che permettano l’emersione dal nero e dall’illegalità. Sarebbe un modo per mettere insieme, finalmente, e in maniera sana, i due distretti; una strada nuova, originale, per il rilancio dell’economia della nostra città”.

Fonte Rassegna.it – Viaggio a Prato, dietro le porte chiuse (G.Rispoli)



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