AttualitàManfredonia
"A Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell'animo un'impressione di tristezza profonda"

“Il Giubileo della misericordia per un Cristianesimo oltre la xenofobia”

"E' quantomai appropriato chiamare in causa il vocabolo "misericordia", il cui significato consiste proprio nella vicinanza del cuore ai miseri, agli emarginati"

Di:

Roma. “In Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda. Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune. Erano emigranti”

Le parole contenute in queste righe, proferite dal Beato Giovanni Battista Scalabrini, grande vescovo del diciannovesimo secolo e fondatore della congregazione dei Missionari di San Carlo Borromeo, dediti alle opere di carità e di assistenzialismo nei confronti degli immigrati, ci ricordano inevitabilmente l’identità dei nostri avi e la nostra peculiarità di essere figli di uomini e donne che nell’immediato passato hanno lasciato la loro terra alla ricerca di un futuro più prospero nelle Americhe. Negli ultimi anni, e in particolare a seguito dei tragici eventi annessi alle stragi nel Mar Mediterraneo e al largo delle coste libiche, si è affermato in modo sempre più pressante e urgente il dramma dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente nei suoi aspetti più disparati, dalle cause di tale fenomeno che risiedono principalmente nelle guerre, nella povertà, nella mancanza di lavoro, nelle persecuzioni civili e politiche e nella violazione dei corrispondenti diritti nei confronti dei cittadini, sino alle misure adottate dal governo italiano e parallelamente dall’Unione Europea al fine di favorire un’adeguata integrazione dei profughi approdati presso le nostre coste. Numerose sono le immagini che i telegiornali e il web hanno trasmesso e continuano a manifestarci, dolorose fotografie di una realtà apparentemente lontana e separata come quella dei popoli lungo l’altro versante del Mar Mediterraneo, una realtà che si è resa vicina a noi proprio mediante il prolungato arrivo di profughi in Italia.

L’iter che essi devono seguire al fine di ottenere la possibilità di restare in Italia è certo complesso, ed è traumatico il dover abbandonare la propria casa, famiglia e il paese di origine per fare ingresso in una società del tutto differente dal punto di vista culturale. Eppure, proprio le divergenze devono evolversi in potenziali fattori di incontro e di dialogo, da cui ne possa conseguire uno scambio di tradizioni e di nozioni afferenti a mondi diversi, ma ugualmente affascinanti come l’Occidente e l’Oriente. Tuttavia, non è possibile instaurare un rapporto di amicizia tra abitanti del paese ospitante ed immigrati, senza aver prima effettuato tabula rasa delle proprie considerazioni riguardo a coloro che si rendono apportatori nella nostra terra e tra la nostra gente di fedi, tradizioni e costumi variegati. I pregiudizi e i preconcetti, da questo punto di vista, sono assolutamente deleteri e infruttuosi: occorre innanzitutto appellarsi alla comune natura di esseri umani, con specifiche necessità e precisi bisogni, ma soprattutto con pari diritti e dignità, per poi soffermarci su ciò che noi possiamo dare all’altro e allo stesso modo ricevere da lui. Non dobbiamo dimenticare quanto doloroso sia stato il dominio coloniale per i popoli che l’hanno subìto in gran parte dell’Africa, soggiogati dagli invasori europei e privati delle notevoli quantità di risorse che altrimenti avrebbero potuto rendere oggi la ricchezza e il benessere in un continente dilaniato invece da profonda miseria. E’ probabilmente giunto il momento di restituire ciò che un tempo è stato loro negato, mettendoci per un istante nei panni dei profughi che scelgono tra la morte sicura nel caso in cui decidano di restare nel loro paese, e la possibilità di sopravvivenza per loro e per i loro figli, resa concreta dall’arrivo in Europa.

L’accoglienza rientra soprattutto nella dimensione cristiana della persona, richiamata nel titolo di questo articolo e nelle parole di Mons. Scalabrini, il quale si è reso fervido esecutore delle parole del Vangelo in modo particolare proprio nei confronti dei migranti, in un’epoca in cui erano gli italiani a lasciare il proprio paese per cercare fortuna altrove. I flussi migratori partiti dall’Italia hanno avuto notevole incremento durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, quando la morte, la miseria, le macerie e le distruzioni lungo tutta la penisola hanno condotto migliaia di connazionali a iniziare una nuova esistenza lontano dalla terra natìa. Nonostante ciò, dimentichi di cosa siamo stati, se un immigrato valica la soglia del nostro Stato cominciamo a considerarlo come diverso, estraneo, quasi una minaccia. L’antidoto a tale senz’altro deleterio atteggiamento è a mio avviso semplice: se proprio non riusciamo, da appartenenti alla fede cristiana che ci addita nel volto dell’immigrato la stessa immagine di Cristo, a considerarlo alla luce del Vangelo come rappresentante vivo di quel Gesù il cui sacrificio salvifico sarà a breve celebrato durante la Settimana Santa, sforziamoci quantomeno di ammirare nei tratti di un profugo, quelli dei nostri avi, che un tempo hanno condiviso la stessa sorte di tanti africani e mediorientali oggi. E’ quantomai appropriato chiamare in causa il vocabolo “misericordia”, il cui significato consiste proprio nella vicinanza del cuore ai miseri, agli emarginati, ai più deboli. Le vicende vissute dagli immigrati e gli inutili e sterili pregiudizi che subiscono potrebbero indubbiamente fare in modo che essi siano inseriti in una di queste categorie, ed è importante e significativo, in coerenza con la nostra identità cristiana, richiamarci al “soccorso dei forestieri”, opera di misericordia che Papa Francesco ha citato a più riprese durante questo Giubileo, a proposito del delicato quanto urgente tema dell’immigrazione.

E noi, da che parte stiamo?”.

Dott. Antonio Panza – Mediatore Interculturale



Vota questo articolo:
1

Commenti


  • pina

    Caro dottore, purtroppo ce ne sono talmente tanti di immigrati e ci preoccupiamo di loro Che abbiamo perso la capacita’ di vedere il nostro fratello manfredoniano Che soffre accanto a noi ed evitiamo accuratamente.ecco quel discorso si puo’ fare dopo Che il governo ha aiutato i nostri.E basta dire Che la nostra gente non vuole lavorare perche’ non e’ cosi’.certo essere sfruttati non piace a nessuno percio’ aiutiamo gli italiani e poi vediamo il resto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Share This