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Di quelli che stanno nelle retrovie si parla poco

“Sono artisti della speranza, i corpi civili di pace”

Perché il nemico non ha sfumature, solo nero dipinto da chi vuole tener unito un popolo nel consenso di una pace patinata di democrazia

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Di quelli che stanno nelle retrovie si parla poco. Si distingue tra pedine e regine nello scacchiere internazionale di guerra, si conoscono e si tacciono i paesi e le connivenze finanziarie delle stragi in Europa, e di volta in volta le notizie riportano chi sta dall’altra parte del kalashnikov, ma poco di chi dietro le quinte e tra le ceneri lavora in silenzio. Sono quelle organizzazioni come Operazione colomba, Onlus con veri e propri corpi civili di pace che la pace non la costruiscono ideologicamente. Nessuno slogan o discorso ad effetto, non si raccontano le relazioni create tra libanesi e siriani, si creano. “Come ogni atto non violento, si racconta da sé, si guarda dalle immagini e dai fatti vissuti in campo e si fa verità quando è una ricerca continua, (come la satiagraha di Gandhi) nei corridoi umanitari costruiti dopo la sofferenza creata dalla guerra, uguale per una parte come per quella avversaria, raccontare all’altro è già perdere quella sofferenza e quel dolore”- racconta Silvana Barbirotti, volontaria salernitana di Operazione colomba, attiva nei campi profughi in Albania, Palestina e Libano. Diversamente dalle Ong, organizzazioni non governative, che si impegnano nel dare aiuti alle zone colpite dalla guerra, Operazione colomba costruisce anche relazioni tra le parti opposte, “Sono artisti della speranza, i corpi civili di pace, quando cercano di far cambiare la mentalità delle persone che stanno nell’oramai”.

Di equivicinanza, come di un dialogo tra etnìe e neutralità rispetto al conflitto, ma non rispetto alle ingiustizie create, parla questa volontaria dall’entusiasmo e sorriso contagiosi e giovani come gli studenti del liceo Marconi, invitati per quest’incontro.

Un incontro per parlare dello spettro terrorismo, paventato eppure esibito dai costruttori globali di mentalità, i mezzi di comunicazione di massa e le religioni. Si, proprio le religioni, come fa presente anche il teologo presente all’incontro, Maciej Bielawski, “Invece di generare la cosiddetta pace sociale, proprio le religioni hanno gettato la cosiddetta nostra civiltà nella guerra, dalla repressione sul corpo alla simbologia violenta biblica e medievale fino a i giorni nostri, artefici di quel punto di vista integralista che prevede – da integro – che non esitano alti input al di fuori del mio credo (sia esso religione o ideologia politica). Ed è d’altronde indicativo che nelle nostre radici latine, da cui provengono i nostri governi intrisi di religiosità di stato, ci sia il detto Se vuoi la pace, preparati alla guerra”.

Perché il nemico non ha sfumature, solo nero dipinto da chi vuole tener unito un popolo nel consenso di una pace patinata di democrazia, scomposta dagli attentati terroristici, a volte non ha rispetto per la terra di Abramo e i suoi legittimi occupatori, a volte si chiama Isis. E non importa se ad armarli non sia la religione, di fondo, ma il petrolio del califfo, e le armi degli Usa, della Francia, dell’Inghilterra e nostre, italiane. Se vuoi la pace prepara la guerra,e, ci sarebbe da aggiungere, fai un accordo con la Turchia, per pacificare gli animi di chi non vuole i profughi alle proprie porte, seppure trasgredendo ogni idea di Unione europea e di equilibrio realmente pacifico tra gli stati.

(A cura di Maria Pina Panella – mariapinapanella@gmail.com)
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