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Spese per armamenti? Gen. Rossi: Italiani tutti CT

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Generale Domenico Rossi (st)

Roma (Grnet.it) – PER la Difesa ed il personale in uniforme la carne al fuoco è tanta e distribuita su più fronti. C’è il tavolo aperto con il ministro Fornero sulla riforma del regime previdenziale, la riduzione del personale prevista sia dal recente decreto sulla spending review che dal piano, più complessivo, di riforma dello strumento militare studiato dai tecnici di palazzo Baracchini ed illustrato in Parlamento dal ministro Di Paola. Nonostante ciò, a parte i testi dei documenti legislativi prodotti, non vi è una reale certezza sulle modalità di applicazione delle norme che comunque sono tuttora al vaglio del Parlamento in un clima che non lascia presagire nulla di scontato o di definitivo. Ne abbiamo parlato con il Sottocapo di stato maggiore dell’Esercito e presidente del Cocer interforze, generale Domenico Rossi.

Generale, tre provvedimenti normativi all’esame degli organi parlamentari competenti (spending review, riforma della previdenza e riforma delle Forze armate) ma nessuna certezza applicativa. Cosa ne pensa?
Innanzi tutto mi sentirei di rivolgere una domanda-appello agli organi istituzionali preposti alla definizione dei tre decreti da lei citati: sono legati insieme da una sinergia di attuazione oppune sono slegati e ognuno si sviluppa per conto proprio? Il piano di revisione della previdenza ad esempio, che doveva essere pronto per fine giugno è stato rimandato a fine ottobre e la bozza presentata dai tecnici del ministero del Lavoro – i cui contenuti abbiamo definito “provocatori” – è stata ritirata e sostituita da un’altra che presenta alcune positività, anche se si potrebbe fare di meglio. Ad esempio sono state eliminate le penalizzazioni previste dalla precedente bozza che riguardavano l’Ausiliaria o le pensioni privilegiate ordinarie (quelle che vengono percepite da chi viene colpito da patologie o traumi riconducibili a cause di servizio, ndr), mentre è stata confermata la riduzione degli anni figurativi da cinque a due e mezzo.

La questione che ritengo importante è che non ci si possa appiattire sulle norme che riguardano il pubblico impiego senza tenere conto della peculiarità del nostro lavoro che non trova similitudini in quasi nessuna categoria lavorativa. Il rischio professionale e la prontezza operativa devono fare la differenza sul tavolo del confronto, a cominciare dai limiti di età per l’accesso alla pensione. Non è possibile ipotizzare un innalzamento tout court del requisito anagrafico senza incidere direttamente sull’efficienza dello strumento militare. Vorremmo inoltre che, come organismo di rappresentanza dei militari, la nostra presenza al tavolo delle trattative fosse più diretta.

Qualche segnale positivo proveniente dal mondo politico?
Ho appreso con favore l’accoglimento del governo (in particolare dal ministro Fornero) di una mozione unitaria presentata dalle forze politiche che impegna l’esecutivo a rivedere alcune norme importanti che riguardano il personale, che ci penalizzano rispetto agli altri impiegati statali, come ad esempio il mancato avvio della previdenza complementare e il trattamento di fine servizio. Il mancato avvio della previdenza complementare ci pone, oggettivamente, in condizione di non poter godere alla fine del servizio di un tenore di vita adeguato ai sacrifici fatti per il Paese. Per quanto riguarda invece il trattamento di fine servizio, anche in questo caso il nostro impianto reddituale, così com’è attualmente, esclude numerose “voci” stipendiali dal computo per la composizione del TFS, a differenza degli altri lavoratori dello Stato ed inoltre, com’è noto, l’attuale normativa non ci permette neppure di chiedere un anticipo di tali somme in caso di necessità.

Il piano di riduzione del personale concepito dal ministero della Difesa (30.000 militari e 10.000 civili) prevede una graduale attuazione in una arco decennale. Invece con la spending review c’è stata una sorta di accelerazione di queste norme, preso atto che il decreto contempla che “le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore al 10%”. Come mai questa urgenza?
Questo dovrebbe chiederlo direttamente al presidente Monti. Da parte mia posso dirle che il ministro della Difesa Di Paola vuole incontrare le rappresentanze militari per illustrare meglio i termini normativi. Prima di allora, sinceramente, non saprei darle ulteriori e più precise indicazioni visto il quadro di estrema genericità delle norme. Innanzi tutto il decreto sulla spending review prevede un taglio al personale “in misura non inferiore al 10%”: che vuol dire? Che potenzialmente potrebbe anche essere superiore? E poi ci piacerebbe sapere a quali consistenze organiche esso fa riferimento. A quelle esistenti al 31.12.2012 o a quelle del 2015? Speriamo di poter avere le idee più chiare dopo l’incontro con il ministro.

Alcuni giornalisti affermano che in realtà il taglio del personale sarà inferiore al 10% perchè si procederà al pre-pensionamento del personale già alle soglie della quiescenza. Sono verosimili tali affermazioni?
No. Siamo nel campo delle pure illazioni, anche perchè, come già detto, siamo in presenza di norme troppo generiche e le incognite sono davvero troppe per formulare una seria ipotesi. Fin quando il decreto non avrà il via libera dal Parlamento e non verranno emanate le norme attuative, resta però l’impianto generale del decreto uscito dal Consiglio dei ministri.

A febbraio di quest’anno, avevamo pubblicato in esclusiva le linee di indirizzo del gruppo di lavoro dei tecnici della Difesa in riferimento al piano di snellimento degli organici, notizia che si è rivelata poi fondata specialmente per quello che riguarda l’uso dello strumento della ARQ (Ausiliaria per riduzione Quadri). Le norme sulla spending review tuttavia prevedono il ricorso alla mobilità (fino a 48 mesi) con l’80% dello stipendio base. Le due norme però confliggono: con l’ARQ, grossomodo, si percepirebbe il 95% dello stipendio, ben altra cosa rispetto all’80% dello stipendio base previsto dalla spending review. Cosa può dirci in tal senso? Ci sarà una modifica alle attuali norme sull’ARQ?
Posso solo dire che abbiamo richiesto alla parte governativa di non modificare le attuali norme sull’ARQ con la possibilità che siano estese semplicemente anche ai restanti ruoli di militari (Sottufficiali e Truppa). Vorrei sottolineare che questa nostra richiesta non configura un “privilegio” rispetto alle altre categorie di lavoratori perchè tale posizione prevede la possibilità di richiamo in servizio e la disponibilità del lavoratore nei confronti dell’Amministrazione. Come sempre però, aspettiamo la decisione del Parlamento.

Spese per armamenti, argomento spinosissimo. Si accusa la Difesa di fare finte riforme; l’opinione pubblica, alla quale fanno eco moltissimi parlamentari, vorrebbero una drastica riduzione dei programmi d’arma, a cominciare da quello dell’F-35, a favore di altri settori ritenuti più importanti per il Paese, come la Sanità, la Scuola, la Ricerca. La Tavola della Pace insieme alla Rete italiana per il disarmo e all’associazione Sbilanciamoci hanno raccolto 75.000 firme di cittadini e da 650 associazioni, con il sostegno di oltre 50 enti locali. Un movimento d’opinione non trascurabile. Che ne pensa?
Esattamente come con il gioco del calcio dove ogni italiano si trasforma in commissario tecnico e vorrebbe comporre lui la nazionale, anche in questo caso ritengo che le voci più autorevoli da prendere in considerazione debbano necessariamente essere quelle dagli addetti ai lavori. Io non mi sognerei mai di dire ad un altro professionista quali e quanti strumenti adottare per svolgere il proprio lavoro, non si capisce perchè non debba essere lo stesso per noi. L’opinione pubblica e il Parlamento devono decidere che tipo di Forze armate vogliono, ma ritengo che in questo campo la voce più autorevole sia quella del ministro della Difesa che forma il proprio convincimento sia per la sua lunga esperienza di vertice nella Difesa sia con il proficuo e franco apporto dei vertici di ciascuna Forza armata. Per quello che mi riguarda considero irrinunciabili tre aspetti:
la stabilità finanziaria nel tempo. I programmi di lunga durata che richiedono risorse, una volta decisi, non possono essere stravolti da drastiche riduzioni senza che ciò causi delle inevitabili ricadute sul piano dell’efficienza delle Forze armate e dei compiti ad esse assegnati:
dotazioni di mezzi necessari. Se vengono richiesti alle Forze armate taluni compiti e responsabilità, mi pare ovvio che ci si debba dotare dei mezzi operativi all’altezza degli scenari previsti;
qualità della vita del militare. La componente fondamentale delle Forze armate come sempre è il personale. La professionalità degli operatori deve passare necessariamente, oltre che dall’addestramento operativo, anche per un adeguato e decoroso trattamento economico, da un sistema previdenziale che gli assicuri – alla fine del servizio – una serena vecchiaia e da un sistema di infrastrutture (caserme e alloggi) idoneo a mitigare i sacrifici richiesti ai militari e alle loro famiglie.

(Su gentile concessione Grnet.it)



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Commenti


  • Silvio Lora-Lamia

    Il Generale Rossi dice:
    L’opinione pubblica e il Parlamento devono decidere che tipo di Forze armate vogliono, ma ritengo che in questo campo la voce più autorevole sia quella del ministro della Difesa.
    Il Generale dovrebbe spiegare questa contraddizione, attorno alla quale ruota da sempre il dibattito sulla nostra Difesa. Come potrà mai essere più autorevole di quella di un Di Paola l’opionione di un contribuente o un deputato, se poi, di fatto, sono i militari che scelgono i sistemi d’arma di cui dotarsi? Con quali serie armi dialettiche potrà mai il conribuente e il suo rapresentate in Parlamento contestare – come nel caso dell’F-35 – che quel sistema è “assolutamente necessario”?

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