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Siria, Obama: agire è dovere, rischio guerra chimica

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B.Obama (Ph: formiche)

(Ansa) ”File di cadaveri di uomini, donne, bambini, uccisi da gas velenosi. Altri con la schiuma alla bocca, che rantolano alla ricerca di un respiro, e un padre che stringe il figlio morto che li implora ad alzarsi e a camminare”. Usa immagini forti Barack Obama per spiegare agli americani perche’ gli Stati Uniti hanno il dovere di agire contro le atrocita’ compiute in Siria. Sono le immagini ”ripugnanti” dello scorso 21 agosto, quando in un attacco chimico in un sobborgo di Damasco sono morte oltre 1.400 persone. E il presidente Usa non ha dubbi: il responsabile e’ Assad.

Obama, parlando in diretta tv alla nazione, cerca di esercitare tutta la sua leadership. E’ forse il momento piu’ delicato della sua presidenza, e lo si coglie nella espressione tesa. Conferma di aver chiesto al Congresso piu’ tempo per il voto, per permettere alla diplomazia di fare il suo corso: ”E’ troppo presto per dire quanto la proposta russa avra’ successo, ma – ammette – potrebbe consentire di togliere di mezzo le armi chimiche senza un intervento militare”. Dunque, meglio aspettare, e vedere cosa succede.

Ma con tono deciso il presidente Usa insiste sulla necessita’ di reagire contro i crimini compiuti dal regime siriano, anche per dare un segnale a tutti gli altri dittatori che in assenza di una reazione potrebbero sentirsi legittimati a usare armi chimiche. Cerca di spiegare le sue ragioni Obama, il perche’ un presidente che ha chiuso un epoca di guerre sembra ora volersi imbarcare in una nuova pericolosa avventura. (ansa)



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Commenti


  • Redazione

    LA GUERRA CHE NON C’E’

    Tra un Premier ingessato, le camere e le commissioni in perenne asfissia, c’è da dire che la disinformazia svenduta per pochi euri di vendetta trasversale, impalpabile tritatutto non manca di fare il proprio dovere annichilente, alimentando un effetto spostamento che non teme avversari, anzi, li soggioga incondizionatamente.
    A ben guardare quel che esce fuori dalla scatola magica sembra un coacervo di tiratori scelti, dove ognuno mira ad abbattere il proprio avversario diventato nel contempo nemico, ciascuno indaffarato a celarne momentaneamente l’intrigo da impallinare a tempo debito, una sorta di guerra asociale dove non è lecito fare prigionieri, chi non spara alla nuca è out rispetto agli obbiettivi da raggiungere a qualunque costo.
    In questa battaglia di grandi professionalità e di ruoli davvero autorevoli, a fare la differenza c’è la vergogna, che non è una emozione primaria, che esplode istintivamente, essa è una meditata condizione di consapevolezza della perdita di valori, una opprimente precarietà esistenziale.
    Vergogna è ciò che dovrebbe assalire non solo quando siamo inondati di corpi nudi, di sorrisi sfavillanti e di liti costruite a misura di audience, bensì quando siamo investiti dalle miserie umane travestite di buone intenzioni, dalla disumanità delle parole incapaci di nascondere l’umiliazione che infertono.
    Vergogna è quanto spetta a chi non sente i colpi di cannone, di fucile, di pistola, quel carico insopportabile che non intende riconoscere il rumore del silenzio imposto, di chi abbassa lo sguardo nei riguardi di quella parte di popolo ribelle e istituzionale che vicendevolmente commettono le infamie più incoffessabili, impossibili da giustificare perfino per il più “autorevole” dei nuovi rivoluzionari.
    In entrambe le schiere s’annidano le carogne, non le fiere, quelle sono anime sante, distanti da tanto spreco dis-umano.
    Tv e carta stampata ci dicono qualcosa, ce lo dicono passandoci accanto, come fosse qualcosa che non deve riguardarci troppo, non sta accadendo qui, ma dall’altra parte del mondo, perciò dell’altra parte di strada che non è la nostra.
    You tube con una sequela terribile di video shock, ci mette con le spalle al muro, senza più possibilità di negare, di dire “non sapevo”, sono immagini che fanno inorridire la più ottusa e conclusa delle smemoratezze, c’è palese l’assenza di umanità, morta e sepolta ogni forma di giustizia, fotogramma dopo fotogramma ci obbliga a fare i conti con l’identità più sconvolgente della violenza.
    Violenza messa in atto dagli eserciti dittatoriali, da quelli insorgenti, dagli altri rivoluzionari, violenza allo stato puro che non risparmia nessuno, innocenti e colpevoli, le vittime sono quotidiano conto di mano per colorare di altre bugie la libertà.
    Per terra rimangono i pezzi di popolo, la carne morta e i silenzi, le urla e i lamenti sono echi che la televisione non ci rimanda, ci racconta un altro film per distoglierci dal fare i conti con quelle atrocità, che sbattono sulla nostra indifferenza non per tramite di qualche reporter in azione sul campo, di giornalisti di guerra sparpagliati sulle rovine di ogni giorno.
    No, sono i telefonini del soldato di regime, del ribelle soldato di Dio, sono questi i veri registi, gli esiti della guerra passano anche da questa nuova pratica delegittimante, e di solito la spunta di chi ha più ferocia e infamia in corpo.
    Uomini torturati con la flemma più miserabile, donne denudate, violentate, picchiate a morte tra le risate e i denti digrignati, bambini folli di paura, obbligati a diventare monchi e ciechi mentre lo scarpone chiodato si abbassa con forza sulla loro testa.
    Gli eserciti contrapposti fanno sfoggio del proprio cannibalismo addomesticato, del dolore che immediatamente è trapassato, la sofferenza unica spettanza, i video-telefonini riprendono grida, sangue, terrore, la morte, non c’è nulla di inventato, di mascherato, di tenuto celato, la messaggistica istantanea è il risultato del “vale tutto” di una libertà perduta o riconquistata ma ripetutamente spogliata di ogni dignità.
    Troppo facile ribadire che la guerra è sempre sbagliata, ciò che sta in bella mostra in quei video da fare “vedere” ai nemici di turno, non consentirà a nessuno di essere assolti o dimenticati dalla storia, per quanto sta succedendo e si sta perpetrando in quelle terre è bene sapere, tutti, soprattutto chi sta costantemente con la faccia voltata da un’altra parte, che non sarà sufficiente chiedere perdono.

    Amicizia
    Vincenzo Andraous

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