Cultura

Manfredoniani (n)e(i) dintorni. I dauni settentrionali (II)


Di:

Santa Lucia di Piave Treviso (archivio)

Alla memoria di chi ci ha onorato fuori casa. Articolo in stesura storica 13 dicembre 2002


Vincenzo
– Non era un sipontino ma, per aver sposato una nostra concittadina e per la gioviale simpatia che sprigionava in Corso Manfredi durante le sue periodiche permanenze, è stato considerato tale, di tutto rispetto; in ogni modo, era nato in una città di provincia a pochi chilometri lungo la costa sud. Comandante dei carabinieri a Treviso, poi, dislocato in Friuli, si meritò le lodi pubbliche per il successo ottenuto nella cattura del latitante Vallanzasca. Pochi sanno indossare una divisa mantenendo fede al loro essere di uomini, nel senso di spontaneità, che non ha bisogno dell’abito per manifestare, con convincimento ed efficacia, le proprie volontà.

Si dice che molti individui, spogli delle loro uniformi o degli abiti congeniali, perdano la sicurezza del dire e del fare.
Vincenzo Russo era l’uomo che faceva distrarre chiunque – l’onesto o il disonesto – dal trovarsi al cospetto dell’autorità, consapevole che tutti, incensurati e inquisiti, erano fondamentalmente uomini, proprio come lui. Avevo avuto la fortuna di essergli amico, più vicino nei frangenti d’incontro nella terra che ci accomunava o quando, nel Veneto, una classe d’irresponsabili aveva aperto la caccia ai terroni, proprio com’è accaduto, di recente, per gli extracomunitari, talvolta in odore di Ku Klux Klan.


Forse costoro non sono storicamente preparati nel ricordare che il famigerato Klan americano era nato nel 1865 (altre fonti indicano 1866) giusto contro gli italiani, veneti compresi, prima di sguinzagliarsi contro i negri. Fu sciolto per decreto governativo nel 1871 (per altre fonti 1969) ma risorse dal 1915 al 1944 e, in semiclandestinità dal 1945 al 1965, mutando il nome in Chiesa Cristiana Nazionale, attestandosi avversa alla politica d’integrazione; altro che cristianesimo! Vincenzo, peraltro, aveva qualcosa in comune con tutti: era paesano dei barlettani, dei sipontini, dei trapanesi, teatini e goriziani, insomma, delle città dove aveva operato; paesano d’eccellenza per i trevisani, giacché in quelle contrade riposa Luigi, il suo sfortunato figliolo, accanto alla compagna Marta, una trevigiana, giovani vittime di un tragico sabato sera. Vincenzo se n’è andò all’improvviso, una notte, nel sonno accanto alla consorte, verosimilmente ferito a morte nel più profondo degli affetti, per quella coppia di ragazzi che amava di un sentimento come il meridionale può provare per i figli, la famiglia.

Quest’anno, nel 2011, ho appreso della scomparsa della moglie Maria, sipontina verace, la cui famiglia gestiva nel passato un cinema all’aperto a Manfredonia. Il secondo figlio maschio ha scelto l’uniforme della stessa arma del padre e svolge onorevole servizio a Treviso.Il ricordo di Vincenzo Russo resta in ogni dove, poiché pochi uomini possono contare tanti amici e Vincenzo ne aveva avuto una moltitudine, non semplice da quotare.

A Treviso, aveva passato le consegne a un altro manfredoniano, il comandante La Torre; sembrerebbe una rara coincidenza, ma non lo è più di tanto, causa l’alta percentuale di meridionali nelle forze armate e in quelle di polizia. Nelle caserme del Triveneto, la regione allora oltremodo presidiata, un’inerzia della guerra fredda, la loro presenza era incisiva e qualcuno, più fedelmente legato alle guaglione che alle tose, sarebbe riuscito pure a rientrare, accasandosi presso sedi familiari. La campagna antimeridionalistica degli anni ottanta ebbe, almeno, uno strascico buono: una teoria di docenti e impiegati ottenne, grazie a dissimulati giochi diplomatici, quel sospirato trasferimento verso casa; e furono loro, ironicamente o meno, a ringraziare la liga, che era riuscita laddove non erano bastati raccomandazioni e diritti acquisiti dopo anni di carriera.

Poi, com’era prevedibile, pian piano sono approdati altri docenti e impiegati dal sud, giacché cattedre e uffici rischiavano la desertificazione per carenza di concorrenti indigeni. C’è da aggiungere, tuttavia, che il fabbisogno dell’organico scolastico è cresciuto in proporzione all’arrivo delle famiglie immigrate, che hanno riempito quei banchi di scuola svuotatisi per crescita zero. Personalmente, però, ancora mi stupisco quando a Manfredonia, nelle ore di chiusura scolastica, vedo scorrere gli scolari dai plessi; un numero enorme se paragonato al Veneto.


Nunzia
– Era una montano-manfredoniana, come mi piaceva definirla, d’origine di Monte Sant’Angelo ma vissute a Manfredonia.La professoressa Nunzia Ricucci scese dal treno a Treviso, per la sua prima cattedra, ma l’aspettavo, poiché me l’aveva già annunciato. La incontrai, infatti, sotto i portici di Calmaggiore, oziando a osservare le vetrine. Da allora avviammo una simpatica amicizia in famiglia e in lei si contenne la nostalgia di casa. Il suo animo la condusse a essere rispettata sia a scuola sia in seno alle comitive dei foresti del sud, in passeggio serale.

Certo, non era come lo struscio di Manfredonia: trascorse le diciannove, alla chiusura dei negozi, restavano a gironzolare solo i meridionali. Oggi, 2011, il fenomeno si è modificato; l’apporto dei nuovi arrivati abituati ad andare avanti sino al tardi, alla maniera dello struscio, oltremodo se gestiti da meridionali, ha trainato la novità di protrarre l’ora di chiusura per ristoranti e pizzerie, che convenzionalmente erano abbandonati dopo le ventuno.

Era piuttosto un problema convincere amici e parenti, giunti dal sud in visita di piacere, a consumare la cena a quell’ora impossibile, si rischiava di lasciarli a digiuno. Un’usanza adottata fin nelle famiglie, per le quali – e ciò faceva allibire gli increduli ospiti – l’appuntamento dopocena valeva dire appena dopo le venti. C’è un secondo luogo, dove ancora non è difficile imbattersi in un gruppetto di sipontini: la chiesetta di S. Lucia in Piazza S. Vito, di fronte ai Buranelli, nel giorno della sua ricorrenza. Non si dimentichi che a pochi chilometri, a Venezia, sono venerate le sue spoglie. Una tradizione di casa felicemente ritrovata a Treviso, propizia per rimuovere solitudine e lontananza.

Una volta, agli inizi della sua carriera, Nunzia mi riferì preoccupata che uno studente le aveva candidamente rivelato che anche suo padre è un terrone e per questo non si lava i denti. Le risposi che ne avrebbe sentito ancora di peggiori, ma purtroppo era lo specchio delle discussioni tra i congiunti. Nunzia, ad ogni modo, si guadagnò a scuola, e non poteva essere diversamente, tutto il rispetto e la dignità possibili, veicolati dal suo comportamento e dalla disponibilità a suggerire e risolvere, con competenza ed equilibrio. A distanza di anni, il suo nome serpeggiava tra vecchi amici e conoscenti comuni, trevigiani e non, e qualche studente del tempo la ricorda con stima. Era riuscita finalmente a rincasare, dopo rinunce e sacrifici, anche lei ringraziando la liga, e a coronare il sogno matrimoniale. Il suo viaggio di nozze era passato anche da Treviso, entusiasta di presentare ad amici e colleghi il suo compagno. Ha avuto due stupendi figli, ma purtroppo non li ha visti crescere. Non c’è più.

L’ultima volta che la incontrai, da sola, sul tratto di marciapiede che fiancheggia la villa di Manfredonia, mi disse serenamente, com’era nella sua indole, per la quale tutto chiariva e spiegava senza false allocuzioni, che non ci saremmo mai più rivisti.

ferrucciogemmellaro@yahoo.it

Manfredoniani (n)e(i) dintorni. I dauni settentrionali (II) ultima modifica: 2011-10-11T15:41:41+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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