Cultura

Barletta, trittico d’amore


Di:

Giuseppe de Nittis, autoritratto

Meolo (Venezia) – GIUSEPPE De Nittis nacque a Barletta il 25 febbraio del 1846. Abbandonati gli studi alle Belle Arti di Napoli, per espulsione dovuta alla propria insofferenza ai metodi tradizionali d’insegnamento, fu cofondatore con Adriano Cecioni e Domenico Morelli del sodalizio “Scuola di Resina”. Non gli era allora ben chiaro il proprio stile ma cominciò a creare dei capolavori quali L’Ofantino, La traversata degli Appennini. Dopo l’esperienza con i “Macchiaioli”, approdò a Parigi nel ‘67, dove a ventitré anni sposò Leontine.

Qui, pur attratto dal romanticismo delle opere di J. M.William Turner, forse dovuto alla sua escursione londinese, (Procella del 1868, Eruzione del Vesuvio 1872…), scoprì finalmente d’essere un Impressionista e fu l’unico italiano nell’esposizione al “Salon” con l’opera Che freddo! del 1874 e giunse il grande successo. La sua residenza parigina divenne così il salotto degli amici impressionisti, artisti quali Caillebotte, Degas, Manet, Morisot, Tissot, scrittori e intellettuali, quali Daudet, Dumas figlio, de Maupassant e Zola. Morì a trentotto anni lasciando il tenero figlio Jacques alle sole cure della dolce Leontine in un’infausta realtà.

2 – Palazzo Della Marra. – Il palazzo della famiglia Marra, già sede degli Orsini sino alla metà del XVI secolo, si affaccia imponendosi in via Cialdini, la storica “strada delle Carrozze”, con un monumentale portale impreziosito di rilievi scultorei in tropologia artistica della Giovinezza e della Vecchiaia. Il portale è sormontato dalla magnifica bifora balconata a cinque mensole figurate, sulla cui sommità si eleva in un esito di fine unicum la monofora. Sul versante marino è la grande loggia poliarcata e insignita che suscita ammirazione. L’interno, scrigno architettonico d’insolita grazia e che custodisce gelosamente gli affreschi, si erige in tre livelli dal cortile, sul quale si mostrano i possenti loggiati colonnati. Dopo un passaggio dal patrimonio della famiglia Fraggianni, il palazzo fu acquisito dal demanio nel 1958 e infine concesso alla municipalità di Barletta che ne ha fatto la Pinacoteca permanente per le opere del suo illustre concittadino Giuseppe De Nittis, in un’ineguagliabile simbiosi artistica di figurativo e plastico, insomma di pittura e architettura.

Appartenente alla collezione di famiglia, Colazione in giardino (Foto di lato) partecipa al lascito testamentario della signora Leontine alla città di Barletta nel 1914. L’eredità conta centoquarantasei quadri, sessantacinque disegni e incisioni, libri e lettere egregiamente raccolti nella “Pinacoteca Giuseppe De Nittis” la cui attraente sede è il “Palazzo Della Marra”.
La cromia della Colazione… manifesta la genialità impressionistica dell’artista, irradiata dall’aggraziata natura morta e vegeta, trasparente e complice degli effetti luminosi. La bisettrice che scorre dall’alto a sinistra divide la raffigurazione in due significanti aspetti. L’uno mostra la moglie e il figlioletto in coppia ravvicinata, entrambi conquistati dall’incedere dell’animaletto da cortile e influenzati dalla vastità luminosa che inonda il prato in terzo piano; l’altro è il campo riservato alle stoviglie usate dall’autore.

In tropologia artistica, la luce diffusa è la felicità esistenziale dell’uomo De Nittis donatagli dalla famiglia; la solitudine del piatto con le posate descrive invece il presagio dell’imminente sua scomparsa. L’artista, infatti, morirà ancor giovane l’anno dopo nell’84.

3 – INCANTI E SCOPERTE, L’ORIENTE NELLA PITTURA DELL’OTTOCENTO ITALIANO – Barletta Palazzo Della Marra dal 5 marzo al 5 giugno 2011. L’Oriente per noi italiani è sovente accostato all’aggettivo vicino; infatti, basta attraversare l’Adriatico per immergerci in un “mondo altro”. L’idea del fantastico e del fantasmagorico, tuttavia, è sempre aleggiato nel trattare le sue cose e i suoi abitanti. L’immaginazione di quelle scenografie si concreta, almeno nell’individuo del XIX secolo, a crudo di fruibili, ricorrenti immagini fotografiche e filmate, in una veristica raffigurazione voluta dagli artisti d’epoca, molti di questi ammessi alle comitive diplomatiche che dall’Italia, nuovo stato unitario, raggiungevano le sedi di rappresentanza. L’esposizione, che ne raccoglie un dovizioso assortimento, oltre ottanta opere di esclusiva provenienza italiana, museale e privata, un affascinante viaggio virtuale in quattro sezioni niente affatto schematiche, non poteva che essere allestita in Puglia, la regione indicata storicamente quale “Porta dell’Oriente”.

Non poteva, pertanto, contrapporsi possibilità più logica di Barletta, già imbarcadero dei crociati, sede doganale e capitale morale di un Ottocento proiettato nella futura Europa eclettica e vigorosa. Il Porto orientale (d’Oriente) tempera di Carlo Bissoli del 1884 è la primizia di un sogno, l’approdo realizzabile che apre la via per un pianeta tutto da scoprire. Appena fuori di esso incigna lo scorrere dei fotogrammi che vivificano quei racconti così come scolpiti nel cerebrale; Alberto Pasini li mostra con gli oli Carovana nel deserto (Carovana presso il Mar Morto) del 1864 e Sulle rive del Corno d’Oro del 1869.

E gli occhi cadono ineluttabile sui paesaggi, remoti dall’iconografia attinta ai libri, pur suggestiva e misteriosa nel grigiore litografico.
Ecco allora di Ippolito Caffì gli onirici oli Siria – Tempio del Sole a Baalbec del 1843 e Egitto – Riposo di una carovana olio del 1844. Nella prima opera, il tempio, pur diroccato, in un gioco di ombre e di luce, pare una chimerica e gigantesca divinità polipede dalle sembianze animali a protezione della vita terrena sottostante… ma forse è proprio il significato ubiquitario del dio sole con i suoi molteplici raggi. Nella seconda, è la piramide, posta in estremo livello e pervasa di tonalità crepuscolare, che si eleva a sovrastare la carovana, quale metafora di progenitori divinizzati che ne proteggono e addolciscono la quotidianità; una riflessione: il simbolo ricorrente di Dio, quale triangolo irradiante dall’alto, potrebbe essere l’eredità dell’immagine piramidale.

L’attracco d’ansia di là dell’Adriatico e la curiosità immediata per i paesaggi, il tutto si allenta dunque nelle città e negli incontri, coinvolto da una consuetudine che alfine si rivela l’omologa di quella del visitatore e della sua gente qua dell’Adriatico; muta visibilmente l’architettura edile e dell’abbigliamento, appena la gestualità. Nel Mercato arabo di Marco De Gregorio, olio del 1873 tra le incedenti donne il viaggiatore italiano può credere, infatti, di individuare la propria madre o sorella tradizionalmente esperte nel reggere sul capo una cesta o “drocchia” in equilibrio. La preghiera della sera di Ettore Cercone del 1893, alle modulazioni del muezzin, viepiù, lo porta a rivedere le scene domestiche delle donne di casa sua, inginocchiarsi e pregare ai rintocchi vespertini, a ripetere le nenie pronunciate dall’anziana donna di famiglia.

Ecco che si ricompone l’atteso miraggio orientalistico: le odalische.
Certo, il suono di questo lemma sa di seduzione e di proibito ma esso si stempererebbe qualora associassimo immediatamente la corretta traduzione letteraria di “cameriera” attraverso il francese odalisque, questo attinto al turco odaliq in cui oda vale “camera”. Si stempera ma non si dissolve poiché l’adozione di “cameriera” ha un ruolo ben diverso in quel “mondo altro”, ove il maschio è arbitro indiscusso dei famigliari e dei “famigli”. La Odalisca (Schiava dell’harem) di Giuseppe Molteni (nella III foto), olio del 1838, e la Odalisca di Natale Schiavoni, olio del 1840, irradiano una singolarità emozionante per i dauni, sipontini in particolare: il turbante e le vesti rincorrono le descrizioni romanzate di Giacoma Beccarino 1, ricordata nella memoria popolare stupefacente bella, rapita dai turchi a Manfredonia nell’assedio del XVII secolo, tradotta dal sultano che ne fece schiava e poi una favorita. Per la legge ottomana, merito di aver dato alla luce il primogenito al suo signore, assunse il titolo regale di sultana, l’unica che nella storia dell’Islam abbia mantenuto la fede cristiana; fervidissima e convincente se il figlio, invece di assidersi quale erede al trono preferì la carriera ecclesiastica nelle terre materne.

Si racconta che durante il sultanato, le diversità con il mondo cristiano avevano toccato una storica concordanza; una utopia che si persiste troppo spesso a sconfessare. Lo sguardo ascetico della prima odalisca e la marcata serenità della seconda sembrano i reconditi tropi di questo illuministico mito, un auspicio impresso dall’arte a perenne monito. Il diaframma sociale che disgiunge la realtà delle odalische dalle compagne di vita è scarno, talvolta impercettibile, e lo esprimono Domenico Morelli con La moglie di Putifarre, olio del 1861, dall’espressione rattristita, Giulio Viotti con Idillio a Tebe, olio del 1872, dall’atteggiamento di ritrosia della “lei”, il tutto acuito da una rassegnata ostentazione della nudità integrale. Lo esprimono tragicamente, a mo’ di fato, Achille Glisenti con La morte di Cleopatra, olio del 1878, Augusto Valli con Semiramide morente sulla tomba di Nino, olio del 1893. Un duttile diaframma, nondimeno partecipe del “mondo questo” di qua dell’Adriatico, il nostro, infranto per esemplarità storica dei greci e sostenuta dai romani, i padri culturali.

Note (1) Stele daunia per la vergine Beccarino – stesso autore di quest’articolo, Personaledit Genova 1997

(A cura dello storico Ferruccio Gemmellaro)

Barletta, trittico d’amore ultima modifica: 2011-05-12T16:45:46+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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