Cinema

TOHff 2014 – Ecce MOSTRO

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Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

TORINO – I valorosi del TOHff non temono ostacoli e, dopo la chiusura temporanea del Blah Blah di Torino, spostano i loro “cadaveri” alle Officine Corsare di Via Giorgio Pallavicino 35, perseverando nella loro smania di diffusione e valorizzazione del cinema horror indipendente, quello che non vedrete mai nelle sale. Un manipolo di eroi, tra organizzatori, pubblico e concorrenti, e si parte con le danze martedì 4 novembre per chiudere sabato 8 con le premiazioni. Sette lungometraggi in gara (l’ottavo, Afflicted, ritirato per problemi di diritti), 29 i cortometraggi, 11 le sceneggiature.

Per ragioni di tempi e palinsesto, si presenzia (con spiacere) alle sole proiezioni dei lungometraggi, collocati nella solita fascia serale di prima e seconda, tranne il sabato, cui viene dedicato il pomeriggio conclusivo.

Love Eternal - poster

Love Eternal – poster

Titolo originale: Love Eternal
Regia: Brendan Muldowney
Nazione: Irlanda
Genere: drammatico
Anno: 2013

Si comincia con Love Eternal, dell’irlandese Brendan Muldowney, atipico horror a tinte prevalentemente drammatiche, incentrato sulla figura di un ragazzo che, a seguito della perdita della madre, si apparta in una radura e decide di commettere il gesto estremo. L’inattesa comparsa di un furgone pieno di persone con le medesime intenzioni sposta la sua attenzione sulle ragioni dell’atto del suicidio.

Singolare riflessione sul tema, Love Eternal si colloca in un filone tangente all’horror tradizionale, quello che percorre la strada dell’introspezione e analisi psicologica dei comportamenti disfunzionali più temuti giacché avvertiti come più vicini. Muldowney prova a scandagliare la necessità della morte con un tocco leggero ma non privo di morbosità, conferita dalle atmosfere soffuse, dai contrasti umorali dei personaggi e da un sottile velo di necrofilia che si sposa perfettamente con l’indagine del protagonista.
Da cosa nasce la curiosità di Ian? Fin dove è paura e quando sfocia in amore o piacere? L’incontro con un’ultima ragazza trasforma ulteriormente i suoi interrogativi virandoli sull’atto salvifico, in una sorta di finale che è chiusura di un percorso auto-terapeutico in cui comprende e salva sé attraverso l’altro.

Love Eternal si fa voler bene per intenzioni, ma riesce meno sul fronte dei risultati, di non facile centro. A fronte di momenti fascinosi, vi è una sceneggiatura non all’altezza dell’alto compito, e non si palpano a fondo gli stati mentali dei personaggi tutti, né il tenore introspettivo su cui il regista puntava; una defaillance tipica di questi audaci tentativi, che indebolisce la curiosità e l’attenzione, e lascia solo labili tracce sui titoli di coda, identificabili nelle atmosfere ovattate e un po’ oniriche.

Vincitore Primo Premio al Torino Horror Film Fest 2014 per l’audacia sincretica tra due mondi culturali all’apparenza lontanissimi (Giappone e Irlanda), per l’elegante regia e l’impeccabile montaggio, per il crescendo angosciante della trama che si muove senza forzature all’interno e al di fuori del genere e per la notevolissima performance interpretativa di Robert de Hoog nei panni dell’inquietante protagonista (fonte: http://www.tohorrorfilmfest.it)

Sonno Profondo - poster

Sonno Profondo – poster

Titolo originale: Sonno Profondo
Regia: Luciano Onetti
Nazione: Argentina
Genere: thriller
Anno: 2013

Stessa serata, subito dopo Love Eternal, viene proiettato Sonno Profondo, titolo argentino di ispirazione argentiana, incentrato sulla figura di un killer che scopre di essere stato visto durante l’assassinio di una delle sue vittime. Il suo ruolo cambierà da cacciatore a preda.

Amore straripante per certo cinema italiano di genere anni 70 quello di Luciano Onetti, che non accetta freni per la realizzazione di un lungometraggio in cui c’è posto solo per omaggi ad alta concentrazione, in barba a qualunque disciplina e rigore cinematografico. Evidentemente ammaliato dai passaggi argentiani (più sano e rispettoso riconoscerli a Hitchcock) in cui il racconto procede per inquadrature su particolari e dettagli, il regista infarcisce la pellicola esclusivamente di questo tipo di riprese lasciando alla deduzione dello spettatore il resto. Sonno Profondo diventa, così, un catalogo di strette inquadrature per comporre un mosaico da settimana enigmistica della durata di poco più di un’ora, con accompagnamento musicale e colorazioni sature perfettamente in stile con il cinema che omaggia.

Gioco divertente, divertito e commoventemente nostalgico ma di estrema pericolosità, la stessa dei film che si concedono senza controllo in soggettive. Se certo stile risulta pregiato qualora dosato adeguatamente, diventa fastidioso anche solo per l’occhio se abusato. In Sonno Profondo si superano finanche i livelli del sovradosaggio raggiungendo il 100% di utilizzo, azione che, combinata con l’enigmaticità della narrazione, frustra e stanca dopo i primi venti minuti.
Ne restano molte piacevoli inquadrature, i colori, gli omaggi e la locandina, ma il cinema chiede delle attenzioni diverse che non possono essere eluse in nome della semplice passione. E il tutto si trasforma in un videogame che avrebbe annoiato anche come tale.

L’Étrange Couleur des Larmes de Ton Corps - poster

L’Étrange Couleur des Larmes de Ton Corps – poster

Titolo originale: L’Étrange Couleur des Larmes de Ton Corps
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Nazione: Belgio, Francia, Lussemburgo
Genere: thriller
Anno: 2013

DUE giorni dopo, ore 21, e si riprende con L’Étrange Couleur des Larmes de Ton Corps, pellicola visionaria di stampo francese che racconta le investigazioni di un uomo attorno alla scomparsa della moglie. Sarà un incubo labirintico senza scampo.

Ancora omaggi e ispirazioni, un po’ al giallo italiano, un po’ alla freneticità visiva di Jeunet, un po’ a quella onirica lynchiana, per comporre una sorta di video-art con un sostrato narrativo a supporto. Singolari inquadrature, cura dei dettagli ed effetti cromatici sono sufficienti a un trip visivo, forse meno a una resa cinematografica tout court, e il film di Hélène Cattet e Bruno Forzani si trasforma in un bombardamento che non lascia respirare e chiude la visione in ostentate pennellate artistiche, non tutte riuscite, per un’ora e quaranta. Mentre si chiede allo spettatore di seguire una trama che sfugge di continuo, si fa sfoggio di belle soluzioni immaginifiche, in uno squilibrio che non funziona e rende vana l’operazione su entrambi i fronti, quello dell’occhio e quello della narrazione. Probabilmente avrebbe avuto maggior senso abbandonare completamente soggetto e trama in nome di un unico tour visivo con un’adeguata sceneggiatura da videoclip. E magari qualche minuto di proiezione in meno.

Menzione Speciale per il coraggioso ed estremo sperimentalismo, la straordinaria eleganza non solo formale delle immagini e dell’impianto onirico, la destrutturazione consapevole della trama, missione quest’ultima condivisa con pochi altri registi contemporanei, David Lynch per tutti, da due artisti a tutto tondo ai quali va strettissima la mera definizione di semplici registi cinematografici (fonte:http://www.tohorrorfilmfest.it)

Beautiful People - poster

Beautiful People – poster

Titolo originale: Beautiful People
Regia: Amerigo Brini
Nazione: Italia
Genere: thriller, horror
Anno: 2013

SI torna all’horror meno sperimentale e più narrativo nella seconda serata di giovedì con Beautiful People, Amerigo Brini alla regia e Andrea Cavaletto (Hidden in the Woods) alla sceneggiatura, storia di un gruppo di degenerati che sfoga violenza e perversioni contro inermi vittime, intrufolandosi nelle loro abitazioni. Sceglieranno una famiglia con un segreto di troppo.

A cavallo tra il filone home-invaders e lo zombie-movie, il film di Brini è un esempio di equilibrio che non cerca applausi né per provocazione né per originalità, ma si lascia apprezzare senza esitazioni e stimare per una scrittura e una direzione che tanto cinema becero e improvvisato insegna essere tutt’altro che banali operazioni. In parte tutti gli attori, forniti di dialoghi che non sconfinano nell’incontrollato linguaggio “alla maniera di Tarantino” e risultano da sufficiente supporto allo scheletro narrativo. Il cambio rotta a metà film piace e viene indiziato correttamente da un breve cenno durante la prima parte a non ben chiari esperimenti condotti dal capofamiglia in cantina, anche se purtroppo altro indizio, troppo palese, viene fornito in testa al film riprendendo un aggressione zombie (evitabile).
L’ispirazione a Dal tramonto all’alba oltre che al cinema home-invaders viene serenamente dichiarata nell’intervista a fine proiezione dallo stesso regista, che non sembrava, forse e paradossalmente, neanche pienamente consapevole del buon livello del suo lavoro, cui ha approcciato come un giovane fan che ha amato divertirsi coi suoi miti. Sicuramente più consapevole della propria bravura Andrea Cavaletto, che pare ormai garanzia di intriganti risultati sia quando si muove su linee classiche, sia quando osa in sceneggiature di rottura, per struttura o contenuto.
Amerigo Brini, poco più che ventenne, è già esempio da imitare nel cinema di genere italiano.

Assegnazione della Menzione Speciale nell’ambito del riconoscimento Anna Mondelli per la miglior opera prima per la volontà e il talento che l’autore ha avuto nell’imporre il suo esordio regalando al cinema italiano un genuino film di mostri (fonte: http://www.tohorrorfilmfest.it)

Chimères - poster

Chimères – poster

Titolo originale: Chimères
Regia: Olivier Beguin
Nazione: Svizzera, Spagna
Genere: horror
Anno: 2013

UN solo lungometraggio in gara venerdì 7, in seconda serata, e si tratta di Chimères, irruzione del tema vampiresco nel festival.
Livia e Alexandre sono in vacanza in Romania quando lui subisce un incidente e gli viene praticata una trasfusione di sangue. Sarà l’inizio di una lenta trasformazione.

Niente di veramente nuovo nella pellicola di Olivier Beguin, a meno di non confrontarlo con le derive infantili e adolescenziali dell’ultimo decennio o con quelle fracassone americane. Le intenzioni traggono fonte dal cinema horror più drammatico con innesti nobilmente romantici, e la regia ce la mette tutta per ammantare Chimères di una patina più terrena e vicina ai dolori umani. La pellicola ripropone in fondo il sistema amoroso in cui una donna lotta per il “cancro” del compagno e diventa l’eroina dei sentimenti, il personaggio equilibrato che salva, il vero carattere maschile della storia. L’epilogo conferma e suggella lo schema adottato e chiude il dramma senza speranza.
Altro esempio di cinema che preferisce vincere per contenuto senza provocazione o novità, Chimères si lascia ammirare per intenzioni ma in fondo è un deja vu di cui non si sentiva la necessità e che non dirompe neanche per scrittura.

Premio Anna Mondelli per la miglior opera prima per il folgorante esordio di Olivier Beguin che riesce in un solo colpo a rivitalizzare il genere vampiresco e a regalarci uno straordinario esempio di eroe femminile (fonte: http://www.tohorrorfilmfest.it)

Doll Syndrome - poster

Doll Syndrome – poster

Titolo originale: Doll Syndrome
Regia: Domiziano Cristopharo
Nazione: Italia
Genere: drammatico, horror
Anno: 2014

POMERIGGIO per stomaci forti quello di sabato 8 novembre, che prende il via con la pellicola estrema di Domiziano Cristopharo, Doll Syndrome, viaggio nel mondo disturbato di un erotomane, autolesionista e parafiliaco. La sua solitudine silenziosa e meccanica verrà interrotta dall’incontro con una ragazza in un parco.

Provocatorio, disturbante e disagiante il lavoro di Cristopharo, che rimpolpa le fila di certo cinema horror di frontiera e rottura, spaccando l’occhio e la mente dello spettatore col tramite di sequenze atroci per miscela tra sesso esplicito, sangue e senso di morte. La ripetitività asettica, quotidiana, delle azioni del protagonista, scandite da turpi soddisfacimenti condotti senza alcuna barriera inibitoria, ipnotizzano lentamente lo spettatore conducendolo nel suo inferno interiore, senza via di fuga e speranza. Ottimo l’accompagnamento della colonna sonora, che sposa il ritmo ciclico della narrazione con una cadenza psichedelica alienante, ancor più straziante in quanto compensatoria dell’assenza totale di dialoghi. Andrea Cavaletto, sceneggiatore anche di questo lavoro audace, ce la mette tutta per equilibrare la struttura di un film che rischiava la monotonia, e, pur con qualche cedimento, riesce a portare la barca a riva con merito. Parte finale atroce, in una sagra ragionata di tortura, assoggettamento, dolore e libido, che frantuma le emozioni e convince sulla filosofia dell’operazione ancor prima che per i risultati.

Doll Syndrome è un film imperfetto e tante sarebbero le obiezioni a un certo compiacimento morboso, oltre che a una realizzazione a tratti grossolana (interpretazione del protagonista inclusa), ma la miscela funziona, lo straniamento lentamente prende piede e l’alienazione dell’uomo sfonda alla fine lo schermo, cesellata da una chiusura allucinante che fa quasi dimenticare ogni difetto. Il film di Cristopharo lascia strascichi e non banalmente per provocazioni visive quanto per il concerto di agghiaccianti emozioni che ne conseguono dal racconto; in questo senso, contrariamente a quanto scetticamente obiettato dallo stesso regista, Doll Syndrome è horror a diciotto carati, a meno di non appartenere alla vecchia scuola che ne richiederebbe l’elemento soprannaturale mandatoriamente.
Film low-budget, soli 500 euro di spesa e Domiziano al timone sotto quasi tutti i ruoli tecnici.

Phantasmagoria - poster

Phantasmagoria – poster

Titolo originale: Phantasmagoria
Regia: Mickael Abbate, Tiziano Martella, Domiziano Cristopharo
Nazione: Italia, Francia
Genere: fantastico
Anno: 2014

SI allenta la morsa in chiusura di festival con il leggero Phantasmagoria, film a episodi a base spiritica, introdotti da una stop motion semplice ma carina come un lavoro-bozza di Tim Burton, echeggiante certe pellicole anni 80 tra lo Zio Tibia e Creepshow.

Buone le intenzioni, al di là dei nostalgismi, alla base di un’operetta che non cerca la provocazione ma tenta la strada classica dell’atmosfera gotica e della storia evocativa di una paura che non ci appartiene più. Qualche interessante soluzione onirica nel primo episodio lascia sperare in un artigianato di cui si sente la mancanza e che vola indietro nel tempo fino agli horror della Hammer, ma i sogni si frantumano presto e resta solo la carineria di uno sforzo educato. L’ultimo racconto se la gioca con sprazzi da commedia, ma è solo una chiusura simpatica per un prodotto amatoriale tenero ma dimenticabile, che ha l’unico merito di ricordarci che in mezzo al gore nudo e crudo esiste anche un mondo ai confini della realtà. E tanti appassionati affamati di cinema fantastico tout court.

Premio Antonio Margheriti per l’inventiva artigianale per la capacità di unire forze e idee di diversi autori e paesi nel miglior spirito del cinema indipendente italiano (fonte: http://www.tohorrorfilmfest.it)


Anche quest’anno chiude i cancelli (con scricchiolii sinistri) il TOHff, amabile e genuino nel suo sforzo ingente e sincero di costruire un club di amici e di artisti di genere ancor prima che un blasonato festival, un luogo di ritrovo a basso costo in cui la vicinanza di passioni riduce le distanze fra pubblico e autori. E ci si ritrova, così, a vedersi offerti il secondo lungometraggio del martedì o a essere invitati a una birra assieme a registi stranieri, occasioni impensabili in qualunque altra rassegna. Tutto sotto il tetto delle Officine Corsare, affascinanti sia per (dis)locazione, sia per una sala cineforum ampia, comoda e dal sapore decadente-industriale.
Appuntamento all’anno prossimo e un in bocca al mostro da Statoquotidiano.





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