Manfredonia

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (IV)

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(IV – continua) E così diventai sua complice e per farlo contento qualche volta assistevo al gioco che faceva col pallone, constatando però che l’intonaco del muro era completamente sparito; sbriciolato dal rimbalzo del pallone. Poi mi stufai di vederlo fare sempre le stesse cose e gli chiesi «Perché questo?». Lui mi disse che facendo così si raggiunge l’automatismo: «Questo è l’allenamento, mamma!!». Capii e non gli dissi più niente.

Un giorno, però, quando sembrava che tutto andasse bene, l’incantesimo finì, la complicità che ci univa di più, io per il pallone e lui per il dottore era svanita. Di punto in bianco Ӗlsio diventò scontroso e taciturno, addirittura schivo nei miei confronti; sembrava quasi che non mi volesse parlare. Ero mortificata, non sapevo darmi una spiegazione del suo atteggiamento. A quel punto cominciai a sospettare: vuoi vedere che si è ricreduto sul dottore, visto che gli dedico del tempo sottraendolo a lui, sicché la gelosia gli ha preso la mano? Se fosse stato questo il motivo ne avrei sofferto molto, perché non potevo più darmi indietro col dottore: ma anzitutto non volevo io! Non volli chiedergli il motivo; era bene che cominciasse a risolverli da solo i suoi problemi: ma conoscerli significava anche poterlo aiutare. Forte di questa convinzione cominciai a non trascurare i suoi comportamenti e non solo nei miei confronti. E così da lì a poco, notai che il pomeriggio non andava più a giocare col pallone. Dopo aver pranzato si chiudeva in camera sua senza fermarsi a raccontare la sua giornata, né io avevo sprono per raccontargli la mia: questo mi faceva un po’ arrabbiare. Non ce la facevo a resistere altri giorni e così decisi di anticipare le pulizie: nella sua stanza entravo solo per fare quelle.

Cominciai proprio dalla sua; volevo subito trovare qualche risposta ai tanti perché che mi ponevo. La prima cosa che mi saltò agli occhi fu il pallone; abbandonato in un cantuccio tutto
sporco e il panno giallo era di fianco per terra, infangato. Il cestino non c’era più; guardai anche sotto il letto: era sparito. Mi venne voglia di prendere il pallone e pulirlo; ma non mi azzardai a farlo, pensai si trattasse di una sua intima reazione a qualcosa di molto serio; tanto serio da abbandonare il pallone e il gioco tanto amato. Questo però mi diede il diritto di indagare a fondo; per il bene di Ӗlsio. Perciò mi misi d’impegno; agendo in fretta avrei scoperto il motivo e agito di conseguenza. Dopo un paio di giorni, senza farmi vedere, lo seguii dall’uscita della scuola. Si fermò al campo di calcio a guardare i giocatori che stavano finendo l’allenamento; pensai che non aveva ancora abbandonato quella passione e di ciò fui contenta.

Però lo vidi andare via con la testa abbassata; non era per niente contento. Camminava lentamente e ogni due passi si girava e guardava verso il campo da gioco. Comunque era facile capire che lui voleva stare lì a giocare con gli altri; ricordandomi quello che mi disse quando comprò il pallone. Evidentemente ora si era stufato di giocare da solo. Vedendolo così mi volevo avvicinare; resistetti alla tentazione, comunque mi commosse il suo portamento da sconfitto. Ma la commozione nei suoi confronti non risolveva il problema; potevo anche mettermi a piangere, ma ciò non mi avrebbe dato la lucidità di capire e la possibilità di aiutarlo. Mi feci trovare in piazza, vicino alla corriera. Dissi che mi ero recata dal dottore; mi sorrise ma non ebbe neanche la voglia di chiedermi il perché. I suoi occhi esprimevano tutta la sua scontentezza; il suo sguardo era la cosa più brutta da vedere in un ragazzo. Esso era l’ingenua rabbia dell’infelicità per quello che non è, e che invece poteva essere: tutto ciò di certo non era per colpa sua. Avevo un magone dentro e non sapevo come sbloccare la situazione; farlo parlare era il mio obiettivo, fargli dire ciò che avevo intuito. Però non ero certissima di quello che avevo pensato e perciò rimuginavo ancora; nella mia testa si affacciavano altre ipotesi: però la prima veniva sempre a galla. Comunque, quel musone impertinente che non nascondeva, mi preoccupava ogni istante di più. In attesa della corriera mi guardavo intorno, cercavo qualcosa che mi ispirasse il da farsi; ma nulla mi venne in aiuto in quel momento; non mi rassegnai per nulla: aspettavo fiduciosa.

Cominciò a tirare vento, mi tenni fermo il fazzoletto in testa; quanto mi era antipatico, ma dava fastidio quando si alzava all’improvviso. Guardai Ӗlsio e lui, con lo sguardo assente, mi sorrise solo con un accenno delle labbra. In quel momento mi venne ancor più voglia di piangere e questa volta avrei pianto se non fossi stata in strada. Il vento, che mi è così antipatico, sorprendentemente mi venne in aiuto. Ad un signore che era in attesa con noi, il vento portò via dalle mani il giornale; lo stava piegando vedendo arrivare la corriera; venne a cadere proprio ai miei piedi con tutti i fogli aperti. Istintivamente guardai e vidi al centro di una pagina, senz’altro dello sport, una grande foto che metteva in primo piano mani grandi con guanti, stringevano un pallone come quello di Ӗlsio. Sotto la foto una scritta che diceva “con i guanti la presa è sicura”. Questo fatto occasionale mi diede il motivo di richiamare l’attenzione di Ӗlsio sul giornale, prima che quel signore lo raccogliesse. Lo guardò e subito girò la testa. Per il momento lasciai perdere. Saliti sulla corriera lo portai a sedersi con me dietro; lì non c’era nessuno che potesse ascoltarmi. Mi tolsi il fazzoletto con calma, non volevo più girare intorno ad ammiccamenti o allusioni: mi ero stancata di farmi i fatti miei. Presi coraggio e girai, con la mano, la testa di Ӗlsio verso di me guardandolo negli occhi e a bassa voce dissi: «E allora giovanotto, questo muso? Tu non mi devi nascondere niente, hai capito?! Tu mi devi dire tutto! Tutto ciò che ti turba, non m’importa anche se devo entrare in cose tue intime! Mi sono spiegata bene?». Ero un po’ dura in quel momento, ma non recitavo; ero proprio arrabbiata. Ӗlsio rimase sorpreso del mio atteggiamento, il mio parlare era serio e lui sapeva che ciò esigeva una risposta sincera, seria e immediata. Mi guardò ma non mi rispose. Ripresi: «Intanto dimmi, la passione per il pallone, il tuo parlarmi tanto di calcio, le squadre, il campionato, i calciatori più bravi, perché non me ne parli più? Perché?! Vuoi farmi veramente arrabbiare?».

Abbassai ulteriormente la voce; nella foga l’avevo un po’ alzata; non lo volevo mettere in imbarazzo di fronte alle poche persone che stavano sulla corriera. Poi finalmente parlò: «Ora andiamo a casa, lì ti dirò tutto». Si girò a guardare la campagna e io, con il naso in su, ero orgogliosa di me: ero contenta di aver insistito. Ero anche certa che avevo dato a lui la certezza, ancora una volta, che ero lì al suo fianco. E certezza gli diedi quella volta che mi vide passeggiare col dottore; non mi aveva mai visto prima. Tornati a casa, mi disse che aveva qualche dubbio sul mio giuramento a proposito dell’anello. Me lo strinsi forte al petto e accarezzandogli i capelli dissi: «Caro mio, tu non devi avere nessun dubbio e neanche vergognarti nel vedermi insieme al dottore! Tu sarai sempre con me, perché io sarò costantemente al tuo fianco; ma ricordati che la solitudine è una brutta malattia». Mi abbracciò convinto che quella fosse la verità.

Scendendo dalla corriera si mise al mio fianco, quasi mi toccava il gomito; però non mi guardava, né mi parlò: questo, per ora, mi bastava. Entrando in casa dissi ad Ӗlsio di andare a prendere il cestino con il pallone, intanto io andavo a rinfrescarmi un po’; ci saremmo visti in cucina. Lo trovai seduto sullo sgabello, con il cestino sulle gambe, tutto sporco me lo passò e io, senza aver paura di sporcarmi, me lo strinsi come faceva lui parandolo: «E allora? Cos’è successo?». Lui prese a parlarmi, quasi vergognandosi, però mi guardava bene negli occhi: «Mamma, io non mi diverto più a giocare da solo; mi sto ‘scimunendo’. Tiro il pallone sul muro e lo paro, ripetendo sempre le stesse cose. Ormai ho imparato abbastanza, almeno credo, ma ciò non scaccia più la noia. Tu hai visto che ho messo della paglia per terra, l’ho fatto per potermi buttare senza farmi male, imparando così a bloccare il pallone per terra». Visto che si stava liberando di quel peso che aveva dentro, non lo bloccai con domande inopportune in quel momento. «Da solo, sempre da solo, e la solitudine, in qualsiasi maniera, si appropria della voglia di vivere, tu lo sai cosa significa», mi scappò un assenso con la testa, piuttosto accentuato, «e ti trascina nella malinconia anche alla mia età, senza che te ne accorgi. Volerla scacciare non dipende sempre dalla tua volontà; nel mio caso sono fattori esterni che l’hanno determinata». Non si fermava per niente; io lo guardavo ammutolita: ascoltavo solo.

«Il calcio, oltre a quello che ti dissi, è fatto anche per stare insieme; correre dietro al pallone, affannarsi a raggiungerlo per primo per poterlo calciare e passarlo a un compagno o tirarlo in porta con la speranza di far gol e ricevere le congratulazioni dei compagni e gli applausi dei propri sostenitori». In lui vidi la gioia di viverli quei momenti e farli vivere anche a me, tanto era suggestivo il suo entusiasmo nel raccontare. «Ma anzitutto farsi amici i compagni della squadra, anche fuori dal campo». Poi abbassò la testa senza parlare: non sapevo cosa fare e cosa dire; poi lentamente riprese, senza alzare la testa: «Mamma, io questo non ce l’ho e né lo potrò avere mai se resto fuori dal campo; è come non viverla la mia gioventù nel suo modo migliore, cioè partecipare alla mia grande passione che è il calcio». Immediatamente gli chiesi: «Allora perché non entri nel campo e vai a giocare con loro?! Cosa ti impedisce di farlo?». Alzò la testa e mi sorrise amaramente, dicendomi: «Mamma, per far parte della squadra occorre il vestiario e lo si deve comprare a proprie spese; me lo disse il prete quando andai a parlargli. A chiedertelo ti avrei solo mortificata e questo non lo farò mai». Prese il pallone dalle mie mani, lo mise nel cestino e se ne tornò nella sua camera, portandosi dietro tanta malinconia; aveva ragione, il fatto mi avrebbe mortificata. Rimasi in cucina per un bel po’, ero triste ma ciò non mi impedì di pensare a come risolvere il problema: perché io lo dovevo risolvere! Non accettavo che un giovane fosse deluso già della vita; non accettavo che ad Ӗlsio si negasse di giocare al calcio: almeno questo glielo dovevo: ed era imperativo. Il resto della giornata la passammo in silenzio; il pranzo e la cena li preparai con dedizione, come se fosse festa. Ӗlsio, quando vide le pietanze, mi guardò solo; capii cosa volesse dire, ma non disse una parola e né io gli parlai: le parole non servivano più. Ero tranquilla perché già dalla mattina avevo trovato la soluzione al problema e questo era importante.

Come tutti i giorni all’alba ero già in piedi; mi sentivo bene: avevo dormito tutta la notte. Dopo aver accudito ai lavori mi vestii come si fa la domenica. Presi la corriera un’ora più tardi di quella di Ӗlsio. Avevo con me delle uova fresche, le tenevo in un grosso fazzoletto; io sapevo come non farle rompere. Appena arrivata in paese mi diressi verso la chiesa; feci il giro più largo per non passare vicino alla scuola di Ӗlsio; andavo a trovare il parroco responsabile del campo e della squadra: lo trovai proprio in mezzo ai suoi ragazzi che stavano iniziando a giocare. Lo chiamai, rimase sorpreso che lo fossi andato a trovare sul campo. Mi permisi di farlo perché ci conoscevamo da parecchio tempo e mi aveva aiutata molto a superare il grave lutto che mi aveva colpita. A suo tempo, gli confidai che mi ero fidanzata col dottore e lui mi benedì amorevolmente, facendomi gli auguri di “lunga vita”! Lasciò tutto e venne da me impensierito: «Cos’è successo?!». Lo tranquillizzai dicendogli che non era un fatto grave, anzi. Ci appartammo e dissi qual era il problema. Mi diede le informazioni che volevo e ci accordammo che Ӗlsio non dovesse sapere niente del nostro incontro. Gli lasciai le uova, servivano per i bambini dell’orfanotrofio e me ne andai.

Lasciato il parroco ai suoi ragazzi, mi recai subito dal mio dottore; non avevo altra scelta; era l’unico che mi avrebbe aiutato senza farmelo pesare. Rifeci il giro largo e subito arrivai al centro, lì c’era lo studio del dottore. Al momento non c’era nessun paziente e nel vedermi si sorprese un po’ preoccupato, non andavo mai da lui a quell’ora. Mi abbracciò chiedendomi cosa fosse successo. Lo tranquillizzai, senza dire altre parole gli esposi il problema; dalla vergogna avevo il cuore che andava a mille e le guance arrossate che buttavano fuoco: per Ӗlsio avrei fatto anche di più. Se ne accorse e mi fece calmare. Dopodiché, non ebbe un attimo di esitazione; mi “prestò” i soldi, anzi fu felice di collaborare alla soluzione del problema; non avevo mai approfittato prima d’ora dei suoi soldi. Lo abbracciai teneramente e lo baciai traendone grande piacere. Pensai se ciò fosse segno d’amore e non di riconoscenza, allora volli essere sincera con me stessa; mi accorsi nel baciarlo di amare come la prima volta: perché mi sentii amata da lui. Questo non significava che avrei dimenticato mio marito; la vita vive ed era tutto ciò che sentii dentro di me in quel momento: felice di tornare a vivere. Dimenticavo: il dottore volle regalare ad Ӗlsio l’abbonamento della corriera per un mese. Mi precipitai al negozio, il sacerdote me lo indicò e mi disse anche la somma che avrei speso: il mio dottore me ne diede un po’ di più per precauzione. Entrando, dissi subito che mi mandava il parroco; mi fecero lo stesso prezzo.

Comprai tutto subito e andai a prendere la corriera; ero ansiosa di preparare la sorpresa. Arrivata a casa, calcolai che avevo solo un’ora per mettere a posto il tutto e mi diedi da fare. Volevo fare una cosa simpatica. Andai nel ripostiglio e presi la corda e l’asta per stendere i panni, presi anche un po’ di mollette di quelle grandi per stendere i capi pesanti e mi avviai, portai tutto nella camera di Ӗlsio. Alle pareti c’erano dei chiodi a gancio, servivano per quando pioveva per giorni e giorni e si dovevano asciugare i panni e qualsiasi altra cosa che doveva asciugarsi subito. Agganciai la corda da una parete all’altra e ci misi sotto l’asta per tenerla ben tesa; mi garbava l’idea; era originale per una sorpresa; mi scappò un sorriso. Fatto ciò, con solerzia, cominciai ad appendere prima la maglia, ci vollero quattro mollette grandi per tenerla stesa perché era pesante ed aveva i gomiti imbottiti, per evitare che nel tuffarsi per parare i portieri si facessero male. Accanto, i pantaloni corti, anch’essi avevano delle imbottiture, ma sui fianchi, però erano più leggeri, infatti bastarono due mollette. Poi di seguito, stesi una dopo l’altra le ginocchiere, i calzettoni, i sopra calzettoni, i parastinchi e i guanti di pelle ruvida, uguali a quelli della pubblicità sul giornale. Per terra, accanto all’asta, misi il cestino con dentro il pallone, che avevo precedentemente, la mattina, ben lucidato. Il panno di lana giallo lo stesi per terra a fianco del cestino e sopra ci misi le scarpe chiodate. Finita la messa a punto, mi allontanai per osservare l’effetto e se mancasse qualcosa; era tutto a posto, non mancava niente.

Eh sì, ero emozionata, la gioia che avrei dato a mio figlio mi dava benessere al cuore; anche se ero molto nervosa. Lo attesi in cucina, passando il tempo a pulire di tutto, una, due, tre anche quattro volte la stessa cosa, senza accorgermene, tanto che non mi resi conto che Ӗlsio ritardava a venire. La mia speranza era che non la prendesse in malo modo, come se fosse un contentino per un bambino capriccioso; lui sarebbe stato capace di pensarlo e rifiutare il regalo; invece no, non lo rifiutò: anzi. Fu bello quando dopo essere entrato nella sua camera venne ad abbracciarmi; con quell’abbraccio mi disse tutto e io non gli chiesi niente. Poi, però, si staccò da me e imbarazzato mi chiese: «Ma dove hai preso i soldi?!», distaccandosi ancora di più. Gli dissi chi me li aveva prestati; assicurai che era proprio un prestito e che un poco alla volta lo avrei estinto. Non lo dubitò; sapeva che l’avrei fatto; sapeva chi era sua madre. Si avvicinò e poggiò la sua mano sulla spalla spostandomi leggermente in avanti, come dire “brava mamma”. Quel momento era propizio per dirgli anche dell’abbonamento di un mese per la corriera regalatogli dal dottore. L’accettò come un augurio e mi incaricò di ringraziarlo sentitamente. (IV fine – continua)

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

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