Se Emiliano fa il sindaco di Foggia
Foggia – UNO battibecca con gli ambientalisti sfidandoli a verificare se in città c’è troppo mattone; l’altro chiede coesione, sprona all’impegno, invita a monitorare i settori edili. Uno piagnucola la sua solitudine ed incolpa i cittadini, i partiti, le associazioni di remare contro e schierarsi dalla parte sbagliata della trincea; l’altro critica il Pd ma lo schiera a difesa della partecipazione attiva, della gente. Uno ripete la nenia dell’eroe coartato alle scelte difficili dalla storia matrigna; l’altro lo rassicura, lo accarezza con le parole, ma poi sciorina un elenco di programmi concreti che ce ne sarebbe da lavorare per un decennio.
Uno è Gianni Mongelli, il sindaco di Foggia; l’altro è Michele Emiliano, il sindaco di Bari.
Diversi, diversissimi, praticamente opposti se non fosse per il comune ‘lavoro’ di amministratori delle rispettive città. Mongelli ed Emiliano sono come le veline di Striscia o le vallette di Sanremo; chimicamente, come i poli di una pila, come l’azione e la reazione, il colpo e il rinculo. Messi insieme a grandi dosi, mescolati nel comune thermos di “Cambiare la città. Cambiare la politica” (trappolone preparato a bella posta dalle associazioni per l’Ingegnere), fanno uno strano effetto inebetente. Un mohito in salsa pugliese, in cui se Emiliano è il rum, Mongelli è al massimo il ghiaccio che annacqua il composto, deviando il sapore verso l’incerto. Accade così di dover assistere al siparietto di un sindaco che smette i panni di sindaco per difendere se stesso e la categoria imprenditoriale, che si azzuffa, come detto, con gli ambientalisti che reclamano la difesa dei territori per strappare loro scommesse sulla proporzionalità fra cemento e aree verdi. Non una parola sulla città, sulle sue emergenze, se non il riferimento generico alle oscure ‘linee programmatiche’ della sua altrettanto oscura amministrazione.
Il tutto, mentre Emiliano fa quello che lui non ha il coraggio o la capacità di fare; di dire quello che lui, per decenza o per codardia non ha il coraggio di dire. In spregio ad ogni foggianesimo o baricentrismo, ad ogni teoria del vittimismo dauno, è il sindaco di Bari e non quello di Foggia a parlare di Foggia, dei guai di Foggia, dell’orgoglio di Foggia, delle strategie utili per Foggia. E’ il sindaco di Bari a ricordare “che a Foggia il cemento ha fatto morti”. E’ lui che cita Franco Marcone e sua figlia Daniela, proprio mentre annuncia la partecipazione del municipio levantino alla manifestazione di Genova in ricordo delle vittime innocenti di mafia. Manifestazione che commemora anche quattro foggiani (oltre al Direttore dell’Ufficio del Registro, nell’elenco stilato da Libera ed Avviso Pubblico compaiono i nomi di Mauro De Mauro, Giovanni Panunzio e Matteo Di Candia) e a cui non ci sarà il gonfalone dell’amministrazione degli Ingegneri. E se è vero, come è vero, che significato e significante, in certe occasioni, s’avvicinano fino a sovrapporsi, allora c’è da riflettere – e seriamente – su cosa abbia condotto alla scelta di non assommare lo stemma del Comune di Foggia alle centinaia di stemmi di altri comuni, province e Regioni italiane che a Genova sfileranno per dire no alla corruzione e si alla giustizia sociale, alla corresponsabilità, alla legalità. Probabilmente, dato che a pensar male si fa peccato ma ci si piglia spesso, c’è da pensare che siano le stesse motivazioni che hanno sotterrato il bando Libera il bene (uno dei pochi casi in Puglia).
Per una sera, comunque, Emiliano è stato il sindaco di Foggia, mentre Mongelli, definitivamente registrata la distanza dei settori più progressisti ed illuminati del Partito Democratico (maggioranza della maggioranza, come ha tenuto a precisare il consigliere Michele Sisbarra), una scialba comparsa. Un imprenditore mai uscito effettivamente dal suo ruolo professionale ed evidentemente pronto a tornare a rivestirlo, magari premiato con un posto in Senato, infastidito dalla critiche e dalle obiezioni di quella parte di città stanca delle gru e del calpestìo della memoria.
Ad una città impantanata nelle secche dello sfacelo, non basta più straparlare di Pug e spergiurare su fantomatici interventi economici. Non serve più chiedere responsabilità collettiva. E’ azione retorica e stucchevole. Foggia è in riva al fosso. C’è chi lo chiama fallimento, chi default. Forse è semplicemente un buco nero inintellegibile. Per evitarlo serve un buon autista. Coraggioso, forse spericolato. Di certo, non un imprenditore.
p.ferrante@statoquotidiano.it
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