EditorialiManfredonia
"Le donne in Italia continuano a incontrare "notevoli difficoltà" nell'accesso ai servizi d'interruzione di gravidanza"

La legge imbrigliata

"In alcune regioni del centro sud le percentuali di obiezione tra i ginecologi sono superiori all'80%"

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Manfredonia. Le donne in Italia continuano a incontrare “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza, nonostante quanto previsto dalla legge 194 sull’aborto. L’Italia viola quindi il loro diritto alla salute. Lo ha affermato il Consiglio d’Europa, pronunciandosi su un ricorso presentato dalla Cgil. il Consiglio d’Europa sostiene che i sanitari non obiettori siano vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Secondo il comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa “la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera”. Lo stesso comitato ha osservato che il governo “non ha fornito virtualmente nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato e non ha dimostrato che la discriminazione non sia diffusa”.

A rendere problematico l’accesso all’aborto, secondo Strasburgo, sono tra l’altro una diminuzione sul territorio nazionale del numero di strutture dove si può abortire e la mancata sostituzione del personale medico che garantisca il servizio quando un operatore è malato, in vacanza o va in pensione. Questa è la seconda volta che il comitato arriva alla conclusione che l’Italia non sta rispettando quanto stabilito dalla legge 194. In alcune regioni del centro sud le percentuali di obiezione tra i ginecologi sono superiori all’80%. In Molise (93,3%), in Basilicata (90,2%), in Sicilia (87,6%), in Puglia (86,1%), in Campania (81,8%), nel Lazio e in Abruzzo (80,7%). Quattro ospedali pubblici su dieci, di fatto, non applicano la legge 194 e continuano ad aumentare gli aborti clandestini.

“Mi riservo di approfondire con i miei uffici, ma – ha detto il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – sono molto stupita perché dalle prime cose che ho letto mi sembra si rifacciano a dati vecchi che risalgono al 2013. Il dato di oggi è diverso. Non c’è alcuna violazione del diritto alla salute”. Per la prima volta, nel 2014, gli aborti in Italia sono scesi sotto i 100mila. Certo. Solo quelli legali, praticati alla “luce del sole”. Nelle regioni del sud, ad altissimo tasso di obiettori, le liste di attesa per un aborto diventano così lunghe da costringere le donne ad emigrare in regioni dove possano accoglierle. Una migrazione spesso dolorosa tra rifiuti, attese, e la paura di non farcela. Il rischio infatti è quello di superare le 12 settimane consentite per legge, e di essere dunque obbligate a fare un’altra scelta. Ossia l’aborto clandestino. Farmacologico. Il cui fenomeno è impermeabile ad ogni statistica, eppure esiste e non è per niente sradicato. A pagare il prezzo di questa campagna di demolizione della sanità pubblica nell’erogareun servizio ex lege sono le più deboli, le immigrate, le prostitute, le donne povere e/o con situazioni già complicate di fragilità. Donne e ragazze che adesso subiscono una duplice beffa: se mai si dovessero trovare costrette all’aborto clandestino, la multa per il loro “reato” non sarà più di 50 euro, ma dai cinquemila ai diecimila euro. Lo ha deciso il Parlamento, qualche mese fa.

Quali soluzioni? Concorsi che prevedano l’ingresso di una percentuale fissa di non obiettori, così da calibrare il peso, debordante, degli obiettori. E poi? Primari non obiettori, sono pochissimi; nei reparti di ostetricia come nei centri di diagnosi prenatale. E spazi pubblici ospedalieri adeguati e pensati per le donne che scelgono l’aborto terapeutico, oltre la dodicesima settimana. Abbiamo un problema culturale? Certo ce l’abbiamo. Leggevo che nei paesi del Nord Europa la percentuale di ginecologi obiettori è davvero risibile. Non è la 194 che risolve la questione delle maternità consapevoli, naturalmente. E’ spesso solo il complicato tassello finale di un percorso ardimentoso, spesso non maturo, non competente o volutamente “ignavo” di sessualità mal gestita, in questo paese vale a qualunque età dalle fasce adolescenziali a salire. Ma se c’è una legge dello stato (strappata non solo dalle donne “con sangue sudore e lacrime” ormai circa quarant’anni fa) eppure abbiamo un problema culturale che la rende tuttora imbrigliata a causa soprattutto, ma non solo, di tassi di obiezione elevatissimi, allora dobbiamo porci il problema, per l’ennesima volta, di quanto confondiamo, sovrapponiamo ed identifichiamo tra loro piani non sovrapponibili e non identificabili. Quelli, soliti per noi, dello stato laico che dovrebbe salvaguardare tutte e tutti e quello culturale e valoriale che ci appartiene e ci sostiene come individui ma, come professionisti non ci esime (non ci esimerebbe) dal rendere conto del nostro operato in ottemperanza di una legge dello stato applicata al Servizio Sanitario Nazionale. Non è questione qui d’ideologia (alcuna) ma di svolgere semplicemente il proprio lavoro nel servizio pubblico di uno stato laico, altrimenti ti scegli il privato che più ti si aggrada e più ti rispecchia. O no?? Troppo semplice per essere praticabile, a queste latitudini.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile, Manfredonia 13.04.2016)



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