Editoriali

Emergenza turismo: serve una svolta politica

Di:

Turismo, estate 2012, Gargano (st@)

PUO’ essere ancora considerato il turismo un settore trainante per l’economia italiana? Come ogni anno, con l’avvento della stagione estiva, la domanda – sollecitata dai media – ricorre con particolare frequenza, arrivando talvolta a conquistare le copertine delle riviste patinate. Una domanda a cui è quasi impossibile rispondere senza prima aver chiarito alcune questioni preliminari. La prima: siamo stati abituati dalla cattiva politica a vedere solo le questioni più grandi, i problemi più immediati, una realtà tagliata con l’accetta e senza possibili sfumature.

Nel turismo italiano questo “dormiveglia della ragione” ha generato diversi mostri (ed ecomostri): alcuni purtroppo di cemento, altri fatti solo di parole, ma che in qualche modo rischiano di preparare la strada e scavare le fondamenta alle colate di cemento. Dopo una prima fase spontanea di sviluppo del turismo di massa, coincidente con gli anni del “miracolo economico”, anche nel nostro paese ha preso il via una stagione di grandi investimenti nel settore, che non ha ancora visto la fine.

Questi investimenti, con la sola parziale eccezione dalla Costa Smeralda, hanno volutamente seguito gli standard delle grandi imprese internazionali, prevedendo la realizzazione di grandi alberghi e villaggi, possibilmente inseriti in comprensori densi anche di seconde case, e collocati in prossimità di aeroporti, per favorire l’afflusso della clientela internazionale, a cui veniva proposto un modello di vacanza “sun-sand-sea” uguale in tutto il mondo, e molto poco “identitario”. Ma questo modello negli ultimi decenni è entrato in crisi, e in Italia ha generato numerosi fallimenti, che oltre ai vari disastri sociali ed occupazionali, si lasciano dietro anche territori fortemente compromessi e casermoni di cemento vista-mare.

Come spesso accade, però, le code delle decisioni prese in passato non riescono a interrompersi tanto in fretta, e con le risorse pubbliche cofinanziate dai programmi europei abbiamo continuato a costruire, soprattutto nelle regioni “Obiettivo uno”, comprensori pieni di villette e albergoni, a cui i turisti, anche internazionali, sempre più spesso voltano le spalle. Per questo desta preoccupazione il fatto che il piano del turismo presentato in Consiglio dei ministri il 18 gennaio scorso prescriva di attirare e facilitare i megainvestimenti, creare nuovi grandi poli di attrazione e ricettività, “rottamare” le piccole imprese, far nascere un grande tour operator incoming, esperienza già fallita più volte, da Grand Tour a Cit, con risultati davvero dolorosi.

Nel frattempo, si trascura di rilevare che i nostri alberghi hanno un tasso di occupazione molto scarso, che anche per correre dietro alle pretese dei grandi tour operator internazionali abbiamo realizzato a spese pubbliche un numero di aeroporti eccessivo, e quindi in perdita, e che, di nuovo, il modello di domanda turistica sta cambiando, e va nella direzione di pretendere dal nostro paese unicità e identità, e non il vecchio standard internazionale delle vacanze al mare a basso costo. Vale quindi la pena di approfondire questi mutamenti dal lato della domanda turistica, che sono poi, in definitiva, i cambiamenti nella vita e nei comportamenti di tutti noi.

Gli italiani negli ultimi anni hanno viaggiato di meno, sia per vacanza che per lavoro. Ma crescono, e molto (31 per cento nel 2012), i flussi diretti verso i paesi extraeuropei, chiaro indice di una domanda ricca che non soffre affatto della crisi, mentre cala dell’8 per cento la domanda domestica, e in particolare si riducono del 21 per cento le microvacanze. Ma per un paese come il nostro, che soffre di una forte contrazione della propria domanda turistica, ce ne sono, solo nell’Unione europea, molti altri che invece vanno benissimo.

Mentre nel 2012 il 71 per cento dei cittadini europei aveva fatto almeno un viaggio, le previsioni per il 2013 sono in crescita fino al 75 per cento: stanno programmando o facendo vacanze oltre il 90 per cento dei norvegesi, degli austriaci, dei tedeschi. La maggioranza degli europei farà vacanza in patria, ma il 43 per cento viaggerà in un altro paese dell’Unione, e il nostro è tra le destinazioni favorite. Non solo. In Italia arrivano moltissimi turisti dai paesi nostri tradizionali estimatori (dagli Usa al Canada, dall’Argentina all’Australia), come pure da tanti altri di nuovo sviluppo: Brasile, Russia, India, Cina per primi, ma dietro l’angolo la fila delle elite desiderose di Italia si allunga di continuo.

Una cosa è certa: il turismo mondiale non è affatto in crisi, avendo superato nel 2012 per la prima volta il miliardo di viaggiatori internazionali. Il quadro della domanda pone però il problema della proposta turistica italiana e della sua adeguatezza ad affermarsi sui diversi mercati, e qui i motivi di preoccupazione sono seri. Perché, tanto per fare un esempio, è ben difficile che i brasiliani vengano in Italia per andare al mare, o i cinesi a sciare. Storicamente, il nostro paese si è specializzato su poche famiglie di prodotti, concentrate intorno al balneare, al termale curativo, alla montagna invernale, alle città d’arte. Oggi le prime tre tipologie appaiono in fase di maturità se non addirittura in declino; si sono spesso mantenute a galla grazie alla domanda interna di prossimità, e ne soffrono quindi fortemente la contrazione. Per converso, non avendo sufficientemente innovato il prodotto, fanno sempre più fatica ad affrontare i mercati esteri.

È proprio su questi temi che si gioca il futuro prossimo del turismo nazionale, e non ci sono scorciatoie possibili. Per chi conosce da vicino Venezia o Roma è del tutto evidente che il problema non è la forza di attrazione, ma la capacità di carico. E la questione delle maxi-navi da crociera nella laguna veneta e dei pullman a Roma sta lì a ricordarcelo ogni giorno. Alla luce di questi fatti, bisogna diffidare di ogni ricetta preconfezionata, di ogni formula sbrigativa di rilancio: • dal lato del marketing non può funzionare un’attrazione generata solo attraverso il potenziamento delle spese promozionali, senza la creazione di prodotti nuovi, con il rischio di far crescere la congestione nei luoghi più attraenti; sul versante dei nuovi prodotti, la loro costruzione non può essere repentina, né fondata solo sull’attrazione di investimenti (come si pensa di fare di nuovo in Costa Smeralda), spesso erroneamente confusa con la creazione di nuova ricettività (alberghi, ma anche e soprattutto case e ville proprio come cinquanta anni fa).

Qui il problema è semmai il riempimento della capacità ricettiva esistente, per cui servono molte più start-up turistiche che fondi immobiliari. In tutto questo, nel turismo italiano e intorno a esso lavorano milioni di persone, dal 6 al 12 per cento dell’occupazione nazionale. I dati del solo lavoro dipendente parlano di circa 950.000 addetti in media annua, da 800.000 a un milioni e 100.000 in alta stagione. Si tratta di lavoro largamente precario, giovanile, a forte turn over, debole, ma non in crisi: anche nel 2012 le assunzioni sono cresciute dell’8,6 per cento, in controtendenza. Ma il turismo è anche la principale palestra dell’elasticità, a partire dai voucher, dai contratti di apprendistato, dal lavoro intermittente o “a chiamata”. Per non parlare del sommerso, di cui come ovvio si hanno solo stime. A questo punto è possibile rispondere alla domanda iniziale: il nostro paese continua ad avere, non ha mai smesso di avere, una sua precisa vocazione turistica.

Il turismo è in Italia un settore di traino. O, meglio, di tenuta e di prospettiva. Di tenuta, perché ha un portafoglio di prodotti estremamente diversificato, e un potenziale di mercati molto ampio, a partire da quello di prossimità, fino a quello globale. Di prospettiva, perché molte risorse (territori e motivazioni di viaggio) possono essere valorizzate di più e meglio. A patto tuttavia che non si sposino acriticamente modelli importati, e che non si pensi di rilanciare sbrigativamente il settore mediante poche grandi azioni. In questo senso, il turismo è trainante. Magari avendo in mente quello che potrà avere senso e successo nel prossimo futuro, e non restando bloccati sul passato. Ci tocca però, e come ovvio, occuparci anche di Marca Italia, che è identità, notorietà, reputazione, desiderio: il più grande valore aggiunto e capitale sociale del nostro paese. E qui, oltre alle normali diatribe politiche e istituzionali, ci vorrebbe davvero qualcuno che se ne occupasse: per bene, a tempo pieno e per l’intero territorio, come entità unitaria.

(A cura di Stefano Landi * docente Università Luiss Guido Carli di Roma e presidente SL&A turismo e territorio)

Emergenza turismo: serve una svolta politica ultima modifica: 2013-08-13T14:14:05+00:00 da Redazione



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