ManfredoniaRicordi di storia
A cura della signora Paola Prencipe

La vigilia del “Ferragosto” a casa mia da ragazza

Di:

Manfredonia 12 agosto 2016. La vigilia del “Ferragosto” in famiglia sul terrazzo vista mare della casa mia paterna con una schiera di cugini diretti ed indiretti, in piacevole armonia e con un pizzico di orgoglio, anche piccante, da parte di mio padre, che nel bel mezzo della cena, tra cipolle rosse marinate, pesce fritto, bufaline ed anguria si concludeva sempre con il far emergere al meglio la nostra cittadina Manfredonia. Babbo mio si divertiva a metterla in competizione con Foggia, che chiamava: “mangia mosche”. I miei cugini di rimando ingenuamente ci chiamavano: “mangia piscetill”. Io ,invece, ne ero orgogliosa, tanto è vero che facevo a gara per raccogliere dai loro piatti e mangiare tutte le teste e le code fritte delle agostinelle o le code arrostite degli sbarroni. Questo fatto è passato alla storia ed ancora adesso, se incontro qualche mio parente foggiano, subito mi classificano come quella che mangiava solo teste e code dei pesci. Un altro argomento di orgoglio per noi manfredoniani era che ci sentivamo in competizione con la moda parigina, tanto da definirci: la piccola Parigi.

Perché le sipontine abili nel cucire e con pochi soldi erano capaci di essere sempre alla moda del tempo, con un’po’ di buona volontà e fantasia creativa. Il mare, il porto e la sua spiaggetta, paragonata da mio zio Lorenzo: una piccola bomboniera nel centro della città, erano incorniciati dall’altezzosità del castello svevo-angioino. Babbo mio era sempre orgoglioso delle sue origini come figlio e nipote di primi ed unici esperti nel calafataggio, che avevano conseguito tali competenze presso le scuole navali di Napoli e dintorni. Diplomi incorniciati a dovere ed esposti nelle case di loro appartenenza e arricchiti dalle foto ricordo di ciò che essi avevano realizzato dall’800 fino ai primi del ‘900, circondati da una folta schiera di abilissimi discepoli piccoli e grandi, come: Rucher, Campo, Barbone ed altri ancora.

Immagine allegata al testo

Immagine allegata al testo

In questa foto, risalente al 1925, (foto di Umberto Valente) mio padre Francesco Paolo Prencipe aveva solo sei anni ed è vicino a suo nonno(1848-1925), che portava il suo stesso nome e che era unito in matrimonio con Mattia Colaianni; egli aveva in mano la bandierina italiana. Accanto a lui la sorella maggiore Mattia, del 1916, con un bel fiocco bianco in testa e che sorregge la sorellina Lina, del 1923. Zio Mimino, del 1921, detto “u maestre da chiisa Stelle”, articolo del mio caro giornale “Stato quotidiano” del 17-6-2011, indossa un pagliaccetto ed un cappellino bianco ed è avanti a suo papà, che è nonno Gaetano Prencipe, del 1886; accanto a lui ci sono i suoi due fratelli,Totonno, che era l’artista in progettazione delle imbarcazioni, e per ultimo suo fratello Raffaele, ambedue con le paglie in testa. L’ultimo fratello di mio padre era zio Pasqualino, nato nel 1925, che è in braccio ad una nutrice e che è stato l’unico a lavorare sul cantiere, anche se fino all’età di 18 anni, perché all’improvviso morì, mentre mio padre faceva il corso da ufficiale a Ravenna.

Il signor Fortunato Teodoro, coetaneo di zio Pasqualino, quando io la mattina mi recavo a scuola per insegnare, era spesso seduto al bar della Stella e mi salutava con grande piacere, perché gli ricordavo la sua infanzia, quando con mio zio cominciavano a cimentarsi per imparare questa prestigiosa arte. Mi diceva sempre commovendosi che zio Pasqualino era intelligentissimo e grande lavoratore. Mia nonna paterna, Francesca Paola Granatiero (1890-1966) mi raccontava che zio Pasqualino non era mai contento dei colletti delle camicie che lei gli confezionava, perché definiti da lui: colletti “a recchie di ciuccio”. Una volta lui si nascose in un baule nello stanzino, perché non voleva misurare la camicia bianca che sua madre gli stava preparando. Giustamente la madre era solita cucirli più larghi, perché così giravano meglio intorno al collo della giacca che restava sempre pulita e non unta dal sudore del collo, mentre la camicia la si poteva lavare con più facilità e non andava imposimata come quella dal colletto piccolo, che si indossa sotto la giacca con la cravattaLa foto di questa barca a due alberi, detta anche “trabboccolo”, varata nel 1925, serviva da trasporto merci. Con essa si trasportava la breccia di Pugnochiuso, che serviva ai costruttori, come i fratelliSdanga, abili carpentieri nell’edilizia ed anche soci di mio nonno Gaetano. Si trasportava anche il legname, il cemento, il catrame, la frutta da Barletta e Molfetta, ecc..ecc.

Immagine allegata al testo

Immagine allegata al testo

In questa foto con tre barche da trasporto merci c’è proprio mio zio Pasqualino, sulla sinistra con una mano in tasca, poi c’è sua sorella Michelina, nata nel 1928, che indossa un cappotto color cammello con il colletto in velluto. Dietro a lei c’è nonno Gaetano con i fratelli Antonio e Raffaele.

Immagine allegata al testo

Immagine allegata al testo

In questa terza foto c’è una barca in costruzione, dove tutta l’arte stava proprio nel forgiare, per così dire, il suo scheletro. Qui ci sono zia Fiorigia, del 1930, e zia Lina, del 1923, che giocando tra le costole della barca, cadde e non riusciva più a risalire. Poi intervenne un operaio per aiutarla.

Immagine allegata al testo

Immagine allegata al testo

Questa ultima foto è della barca col puntale, detta “ u spcone”, così come è stato riportato nell’articolo del 25 giugno 2012. Prima barca a motore ordinata dal funaio Gregorio Di Gennaro nel 1934 ai fratelli Prencipe, proprietari del cantiere navale di Manfredonia, ove trovasi la ditta Guglielmi. Nella foto sono presenti nonno Gaetano, con la paglia in testa, che sorregge zia Michelina; segue zia Lina, seduta su un tronco, zia Fiorigia in piedi su un tronco con vicino zioTotonno con le mani ai fianchi; dietro il giovanotto, che ha una mano poggiata al peschereccio è zio Franco. Con zio Pasqualino ,vestito in bianco; in alto sulla barca c’è mio padre Ciccillo con una mano al fianco e l’altra alla fune, infine zio Mimino con ambedue le mani ai fianchi che orgogliosamente cercava di reggersi da solo in equilibrio, nonostante già poliomielitico.

A tutti auguro ”buon Ferragosto” ed in particolar modo al responsabile del giornale “Stato quotidiano” che collaborando ha creato un ponte di amicizia fra me e voi tutti, assidui lettori, vicini e lontani. Questa sì che è storia, basata su testimonianze, documenti e resti.

(A cura della signora Paola Prencipe in Falcone, Manfredonia 12 agosto 2016)



Vota questo articolo:
6

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati