Cultura

Se io sono, lavoro?


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Lavoro, difficoltà occupazione per omosessuali (ST- Ph: caffebabel)

Foggia – IL risultato della ricerca “Io sono, io lavoro”, primo dato scientifico quali-quantitativo di rilievo nazionale mai realizzato in questo campo in Italia, nell’ambito della lotta all’omofobia e alla promozione della non discriminazione sui luoghi di lavoro (a cura di Arcigay), non fa emergere un quadro sconvolgente per chi si occupa da tempo delle tematiche della comunità LGBT (lesbica, gay, bisessuale, transessuale).

Perché?

La risposta è molto semplice: la discriminazione operata negli ambienti di lavoro verso le persone omosessuali è palese, da sempre.
La ricerca offre uno spaccato serio, di grande riflessione. A fronte di 2229 questionari, 52 interviste, 17 storie, il 19,1 della comunità LGBT denuncia qualche forma di discriminazione mentre addirittura il 4,8 è stato destinatario di provvedimento di licenziamento. Questo nel caso in cui il rapporto si sia instaurato, poiché il 13% degli intervistati afferma di aver visto respinta la propria candidatura per un posto di lavoro a causa della propria omosessualità.

A questo, si aggiunga il dramma della persona transessuale che combatte con documenti che certificano un immagine diversa da quella presentata e lì il pregiudizio è forte, freddo come solo lo sguardo che viene riservato in molti casi. Il voler parlare e raccontare l’omosessualità, spesso, è accolto come una situazione non necessaria, qualcosa di occultabile per il bene comune. Insomma un atto di ostentazione non necessario. Non è così, assolutamente. Mi posso rifare all’intervento tenuto da Ivan Scalfarotto durante l’incontro del corso organizzato dall’Agedo di Foggia “Tutti diversi con uguali diritti” lo scorso 4 ottobre e ancora in fase di svolgimento, che ha riferito che ogni giorno, centinaia di volte, chi è eterosessuale manifesta la personale condizione di allineamento al mondo.

Come?

Gli esempi più ricorrenti sono: la narrazione del rapporto con i figli, le serate con il/la proprio/a compagno/a, marito/moglie, le esternazioni degli aneddoti con i propri suoceri, cognati, le delusioni d’amore. Tutto è meritevole di narrazione! Tutto è meritevole di essere condiviso!

Non sorprende che l’omosessuale che non abbia manifestato il coming out, di fatto sia privo di passato, non ha il diritto di raccontare, non è in grado di manifestare, vive in sospeso il presente. L’immagine è quella di una persona schiva e riservata, a costo di dover sacrificare il proprio carattere che potrebbe essere brillante, estroso. A quella persona è precluso l’atto più semplice dell’esistenza: manifestarsi (anzi contro potrebbe essere opposto un outing sviluppato in modo ignobile). Di fatto, senza memoria, senza presente, senza possibilità di interazione.

Di contro, chi invece la fase del coming out l’ha superata ed è sereno con se stesso e con chi lo circonda, in certi ambienti non è coinvolto nelle domande, nelle richieste. Si preferisce non sapere, l’isolamento si porta avanti per comportamenti striscianti. Non è vittimismo, vi assicuro, e certe pratiche emarginanti hanno un reale peso solo se calibrate sulla propria pelle. L’esempio classico può essere la cena tra colleghi, atto di estensione del rapporto lavorativo a forme più colloquiali e amichevoli. Bene, in quelle organizzazioni si determina il grande imbarazzo di chi comprende che non potrà essere accompagnato dal proprio/a compagno/a.

È demoralizzante. Sembra di vivere due parallele, di cui una sotto sorveglianza, e senza aver commesso alcuna illegalità. Una volta, durante una delle mie attività di sensibilizzazione sul tema, ho affermato che non è auspicabile pensare di dover chiedere scusa, perdono o permesso. Non bisogna farlo perché essere se stessi, da sempre, non può e non deve rappresentare una colpa.

I dati della ricerca svolti, quindi, non hanno destato in me delle sorprese, hanno solo confermato uno stato di grande disagio. Queste ricerche dovrebbero indurre a riflettere coloro che credono di vivere in un mondo esclusivamente etero, compiendo in tal senso una discriminazione già a livello inconsapevole. Normative recenti hanno condotto a chiedere, da più parti, la necessità di una serenità del posto di lavoro, una tutela dalle forme per così dire di mobbing. Non vogliamo ritenere che la “congiura escludente” possa rientrare a pieno titolo in tutto ciò?

Di certo basterebbe anche il solo buon senso, ma essendo questo un bene prezioso e non sempre diffuso, bisogna che questa ricerca sia portata ad alta voce, dibattuta sempre di più… vorrei credere in un maggior supporto delle sigle sindacali che devono rammentare la necessità della difesa dei lavoratori nella loro complessità. Le lotte per la parità dei diritti partono da una consapevolezza di se stessi e in una rimodulazione del modo con cui la propria vita riesce ad integrarsi con il luogo di lavoro in maniera armonica. Non è utopia. In prospettiva, la forza della parola sta avendo la meglio. (Questa ricerca testimonia la qualità dell’azione di Arcigay sul nostro territorio nazionale e testimonia il motivo per cui anche qui, nella nostra capitanata si saluta con favore il nascente comitato promotore Arcigay Foggia – www.arcigay.it – www.iosonoiolavoro.it)


gianf2005@libero.it

Se io sono, lavoro? ultima modifica: 2011-10-13T19:08:38+00:00 da Redazione



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