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A cura di Paolo Cascavilla

Signore, dacci oggi la nostra utopia quotidiana

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Roma. Signore, dammi una buona digestione e anche qualcosa da digerire, la salute del corpo, con il buonumore necessario per mantenerla… Dammi o Signore un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa invadente che si chiama “io”. Dammi o Signore il senso dell’umorismo, concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche ad altri. E’ la preghiera del buonumore di Thomas More, proclamato santo nel 1935, e da Giovanni Paolo II indicato nel 2000 come patrono del mondo della politica.

More (1478 – 1535) è l’autore di un’opera citata, amata, criticata. L’Utopia. Compie quest’anno 500 anni. Fu pubblicata nel 1516 e descrive un luogo felice, l’isola di Utopia, una repubblica perfetta che aveva sconfitto i mali sociali, politici e religiosi. Un buon posto dove stare. Da allora quella parola ha avuto una incredibile fortuna.

L’utopia può essere una verità prematura. Sogni del passato si sono realizzati per le scoperte tecnologiche e le conquiste sociali: il volo, l’esplorazione del cosmo, i diritti civili, uguaglianza di genere… Non c’è stata epoca storica che non abbia pensato o immaginato che un altro mondo è possibile. Nel Settecento sono nate utopie anarchiche, Stati e governi perfetti, che utilizzavano il progresso delle scienze e delle tecniche per descrivere un luogo senza sofferenze e ingiustizie. Condorcet ha descritto un’età dell’umanità libera e felice, senza differenze di genere, di etnie, di religione. Ma lui che pensava un futuro, nel quale gli uomini liberi avrebbero avuto come unico padrone solo la propria ragione, fu dai giacobini condannato a morte. In Francia era l’epoca del Terrore e iniziavano le utopie tragiche, come molte altre del Novecento.

Gli illuministi affrontarono il tema della felicità sulla terra. Gli illuministi napoletani parlarono del diritto alla felicità, una parola che Jefferson inserì nella dichiarazione di indipendenza delle colonie americane del 1776.

Oggi le utopie sono legate alle conquiste della scienza e della tecnica, e, purtroppo, non sogniamo più un mondo più giusto. Abbiamo troppo abbassato lo sguardo. Eppure ci sono delle cose che non ci piacciono e che sentiamo il desiderio di modificare. Utopie piccole, quotidiane, vicine. Come quelle descritte in un opuscolo dei Servizi sociali di alcuni anni fa intitolato: “A me mi spetta”. Nell’ultima pagina i bambini esprimono alcuni piccoli desideri: andare a piedi a scuola e a piedi tornare; riconoscere i cortili scolastici come luoghi di incontro e di gioco; riscoprire le relazioni di buon vicinato; salvaguardare e garantire gli spazi aperti al pubblico; rafforzare nelle periferie le occasioni di partecipazione sociale… E altre cose semplici, da fare insieme.

Cancelliere di Enrico VIII, Thomas More si rifiutò di sottoscrivere l’atto che poneva il sovrano a capo della chiesa di Inghilterra, fu condannato a morte e decapitato il 6 luglio 1535. Su di lui venne girato un film “Un uomo per tutte le stagioni”, che vinse nel 1966 sei premi Oscar. Ha scritto quasi 300 epigrammi, in cui descrive la vita del tempo e si sofferma sul potere e il buon governo. Ne riporto tre.

Contro un cortigiano. “Un cortigiano smonta di sella e, rivolto ad uno dei circostanti, dice: “Tu, tienimi questo cavallo!”. Quegli, timoroso: “Ma ditemi, signore, basta un uomo solo a tenere un cavallo così selvaggio?”. “Sì, uno è sufficiente”. “E allora? Se uno basta, tientelo da solo”.

Bramosia di potere. “Fra i tanti re sul tono se ne troverà a malapena uno, ammesso che uno ce ne sia, che si contenti di un regno solo; ma fra i tanti re se ne troverà a malapena uno, ammesso che uno ce ne sia, che governi saggiamente un solo regno”.

Il principe buono e quello cattivo. “Qual è il buon sovrano? E’ il cane che veglia sul gregge, allontanando i lupi. E quello cattivo? Appunto il lupo”.

(A cura di Paolo Cascavilla – fonte futuri paralleli.it )



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Commenti


  • Francesco

    “Quando la storia di una città si blocca, ne viene coinvolto anche il destino dei singoli individui. Come uscire dall’immobilismo e dalla coazione a ripetere? Per quanti sforzi si facciano,se una città fuoriesce dalla storia, è quasi impossibile che la forma dei pensieri di chi la abita ne sia immune.Pensare (e vivere) liberamente e con autonomia diventa un esercizio difficile e doloroso”. Ermanno Rea.
    Per fortuna ci sono le eccezioni: Paolo Cascavilla.

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