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In tantissime opere esposte nelle gallerie di artisti emergenti, circa il trentadue per cento esprime la tendenza paesaggistica degli autori

Paesaggismo quale coscienza collettiva

Il nudo specialmente femminile pare del tutto oscurato

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Meolo. In tantissime opere esposte nelle gallerie di artisti emergenti, circa il trentadue per cento esprime la tendenza paesaggistica degli autori, il resto si attesta in ritratti, nature morte, nell’informale e nell’astrattismo e, infine, da evidenziare una sezione concernente la zoologia, ossia studi di animali.

Il nudo specialmente femminile pare del tutto oscurato, forse perché, dopo i canoni del verismo e del romanticismo, ci accingiamo a entrare in un’epoca dove una coreografia di disinibizione, complici tv, cinema e fumettistica, ci ha trascinato a considerarlo peccaminoso e perverso, vanificando l’innocenza di una nudità artistica ereditata dalle botteghe e dalle accademie. Alcuni anni orsono, inviai a una testata di argomento artistico, con la quale collaboravo, un reportage fotografico sull’allora edizione della Biennale. Tra le diverse opere vi aggiunsi una suggestiva immagine pittorica di Elke Kristufek, dove erano configurati un uomo e una donna in un tutto adamitico, verosimilmente adagiati su una battigia. Il responsabile della testata non la pubblicò giustificandosi che molti ragazzi scorrevano quelle pagine e pertanto non sarebbe stato opportuno.

Immaginatevi il mio stupore e un malcelato disappunto. Può allora accadere che pure i nudi classici, come già avvenuto in altre epoche, siano virtualmente censurate. Il mio pensiero andò a Daniele Ricciarelli alias Daniele da Volterra, che nel 1565, a seguito del Concilio di Trento che aveva condannato la nudità artistica, gli fu ordinato di far indossare le mutande ai personaggi dello stupefacente affresco michelangiolesco del Giudizio Universale in Cappella Sistina, e che per questo è ricordato col nomignolo di Braghettone. Voglio quindi ribattere che spetta all’artista riappropriarsi liberamente dell’irreprensibilità iconografica degli ignudi per non far cadere nell’oblio, quando non nell’ingiusta riprovazione, la bellezza storica dei corpi che ammiriamo sin dai tempi dell’antica arte greca, abbrivo della nostra cultura europea.

Parliamo ora della poesia del silenzio, da intendere le raffigurazioni degli interni, delle intimità domestiche, che tanto hanno ispirato gli artisti nordici ma che non attraggono con convinzione i nostri giovani artisti mediterranei, complice forse il clima, i quali preferiscono votarsi all’en plein air così come avevano osannato gli impressionisti. Potremmo insomma affermare che l’intimismo dei nordici, il silenzio degli ambienti, esprime una sorta di coscienza famigliare mentre nei nostri, con il loro paesaggismo – e come dicevo esiste una nutrita iconografia – esprimono la coscienza collettiva, non solo di un microcosmo ma via via dell’intera comunità umana basata sul dialogo e sulla convivenza con la natura sia essa cosiddetta pittorescamente morta. Eppure, un certo legame inconscio, o psicologico come vogliamo definirlo, con la poesia del silenzio, quella cioè intimistica, si può evincere dalle opere ritrattistiche e in parte zoologiche.

Ora tornerei a meglio analizzare che cosa accade nell’iconografia pittorica di artisti che scelgano il Paesaggio. Una prospettiva però concepita per la pittura ed è qui che si evidenziano ispirazione ed estro dell’autore oltre alla sua abilità tecnica. Tale tecnicismo pittorico legato al paesaggio è il prodotto di un conflitto in seno all’artista, in concordanza con quel nuovo cosmo psicanalitico che va ad aprirsi. Lo scontro, insomma, tra le sue due anime, che continua tuttora, l’una legata alla conservazione nel senso migliore dell’ambiente tradizionale che lo circonda – vedi scorcio verde del Gargano nella tela di Matteo Cosenza, il restauratore dell’ambiente – l’altra, invece, espressione intrinseca dell’autore che vi omologa la mutabilità del pianeta a pari passo con le sue creature, sia nel bene sia nel male. In altre parole, il Paesaggio nella pittura è definibile quale tropologia, un percorso metaforico atto a comunicare e a incantare, se non a ravvedere, il fruitore dell’opera.

Si paventa da più parti, e voglio così concludere, che l’arte pittorica non avrebbe bisogno di parole per essere illustrata e compresa. Attenzione però: mentre la parola fa ragionare, l’immagine, in generale, cristallizza la memoria, pertanto tutte e due – immagine e parola – sono indissociabili; intendiamo qui opera artistica e critica. Inseparabili, è vero, ma posti in risonanza armoniosa per il godimento dei fruitori. Il fruitore è chi al cospetto di un’opera riceve l’identica emozione provata dall’autore di fronte alla fonte ispiratoria.

Le arti quali la pittura e la poesia, ma in un’ultima analisi si esprimono in unificazione, appartengono alla nobiltà del pensiero umano come l’aristocrazia appartiene alla nobiltà sociale.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, storico critico, Meolo 13 aprile 2016)



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