Macondo

Macondo – La città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ La sostenibile leggerezza della felicità ∞
di Roberta Paraggio

Ma i nostri nonni erano più felici di noi?

Questa la domanda che sorge di primo acchito leggendo questo Manifesto per la felicità scritto per Donzelli da Stefano Bartolini. Risposta: sembrerebbe proprio di sì. E dunque, come curarsi? L’autore fa un’analisi del disagio contemporaneo per rispondere a questo interrogativo, tenendosi a distanza dalle facili derive bucolico-post hippy. Per conoscere le causa del male che ci attanaglia, infatti, bisogna scoprirne le cause e Bartolini, come un medico provetto, ne fa una precisa anamnesi, avvertendoci sui pericoli, mettendoci in guardia sulla sintomatologia, proponendo infine cure e terapie per evitare possibili recrudescenze.

Prendendo come esempio record di “infelicità procapite” gli Stati Uniti, spiega le cause che hanno portato questo paese a quello che lui chiama paradosso della felicità . Vale a dire allo strano binomio ricchezza-incapacità relazionale. Portafogli pieno e vita vuota, esistenze incastrate nelle insicurezze e nei bisogni indotti che tentano di colmarsi a dismisura dando valore solo ed esclusivamente a ciò che può essere comprato, amicizia, amore, scambi sociali e culturali di ogni tipo… non pervenuti.

Facile il collegamento con i fotogrammi di un vecchio film di George Romero, gli zombie vaganti nel non luogo allora rappresentato dal supermarket, oggi meglio definibile con l’icona dei grandi centri commerciali, attorno a cui gravita il surrogato di socialità degli infelici cittadini del nuovo continente.

Un tempo libero privato, programmato in spazi asettici di identità se non quella consumistica; luoghi che provano ad essere di inclusione ma che finiscono per essere di esclusione. Ed allora, che cosa ha portato un paese che per molti è ancora esemplare a ridursi in questo stato di degenza permanete, ospedalizzato cronico ed intubato ad una flebo mortifera?

Per dare una spiegazione, Bartolini parte da lontano, analizzando la forma delle città americane, prive di spazi di socialità pubblici, dove anche il diritto alla mobilità può essere acquistato, dove le periferie hanno sostituito la piazza con spazi privati ed elitari, passa per la scuola sempre più palestra (de)formatrice di soggetti ad alto rischio di instabilità emotiva, altamente competitivi e stressati, portatori insani di quello che sarà l’ideale consumistico. Il tapis roulant che portava alla felicità si è incagliato, e a guadagnarci sembra essere solamente l’indotto dell’evasione che si affila gli artigli sulle carcasse della pochezza relazionale, abbuffandosi al banchetto di una resistente industria della solitudine.

In stretta correlazione con il progetto di decrescita di Serge Latouche e con la sobrietà dei consumi proposta da Franco Gesualdi, Bartolini ci parla di insostenibilità relazionale, accomunandosi alla critica della crescita ad ogni costo e alla logica euristica che ci vede più ricchi e quindi più felici, lo fa partendo dall’ America e approdando all’Europa dove forse non è ancora troppo tardi, lontano da utopie, palesando gli esempi positivi e virtuosi, avallando soluzioni semplici e partecipative che vanno dalla riduzione dei consumi privati al maggiore accesso agli spazi pubblici e gratuiti. Ricordandoci qualcosa che spesso, presi da inconsulto filo americanismo e dall’oramai cantilenante leitmotiv della crisi dimentichiamo: le politiche relazionali non costano nulla.
Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Fortemente sostenibile

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∞ Un giallo rosso come il vino ∞
di Piero Ferrante

Un solletico alle papille gustative, una continua sollecitazione per lo stomaco. “Il collezionista di Marsiglia” oltre a leggerlo, bisognerebbe mangiarlo. Entra con calma nelle voluttà, penetra impunemente nei sensi, striscia silenzioso e lussureggiante. Con tutte quelle sue descrizioni, con quei suoi vini pregiati che non fossero stati rubati, allora verrebbe voglia di invocare l’anima di Maurice Leblanc, pregarlo spudoratamente di disegnarti indosso gli abiti furtivi di Lupin; supplicarlo di effonderti, come dote la sagacia, la furbizia, la sgusciante abilità sinaptica e fisica dell’inafferrabile Arsenio.

“Il collezionista di Marsiglia” è un giallo, certo. Anzi, è soprattutto un giallo. Costruito con discreta sapienza dalla penna gustosa di Peter Mayle, una delle migliori rivelazioni letterarie degli ultimi anni. Cucinato con una buona interconnessioni dei fatti, mai sporcato con contraddizioni, non risolto nella classica bolla di sapone del solo colpo di scena finale, epifania di lungaggini inutilmente sovrabbonadanti. Non già Simenon, ma neppure in odore di trama da libercolo da bancarella, il testo edito da Garzanti appena due mesi fa, e divenuto in tutta Europa un vero e proprio caso editoriale, è il perfetto esempio di creatura da fruizione letteraria svagante ma per nulla banale.

Tanto poco banale da invertire la consequenzialità del binomio causa-effetto. Fino ad affiancare questi due termini, a renderli unanimi parti d’un gioco che si rivelerà meno interessato di quanto supposto e presupposto, finanche giustificabile. Un gioco le cui regole le detta Sam Levitt, un ex truffatore che ha travalicato il ponte della legalità pur mantenendosi con cura sul limite. Scaltro e rocambolesco, scattante ma con il forte ed indissolubile ideale della tavola, del cibo da gustare, del vino da scegliere, Levitt è come una palla da ping pong sul tavolo di una polisportiva cinese che, necessariamente, a volte indugia a riposare a contatto con la delicatezza della rete. Le sue deduzioni, ed una parte del suo cuore, primo lo indurranno ad accettare lo spinoso caso dei vini sottratti al cafone d’alto rango Danny Roth, poi a seguire la rotta francese. È così che gli odori ed i sapori assumono un viso, uno sfondo, un contorno paesaggistico, una poetica pennellatura. E dalla mano dell’artista Mayle vengon fuori Bordeaux, Parigi, Marsiglia, i filari di viti transalpini, gli chateau più notori. Un’opera dove il verde della natura, il grigio dell’asfalto si fondono con il rosso del vino che corre nel sangue e rende spigliati e coraggiosi.

In questo trionfo cromatico, colante comme chocolat à coquer, diffuso come una melodia delicata nel pieno di un giorno di sole, Levitt deve fare i conti con l’enigmatico monsieur Reboul, un ricco collezionista di Marsiglia. È la sua nemesi. Sagace come lui, sfuggente come lui, intuitivo come lui. I due ingaggiano una sfida ad armi pari popolata di personaggi intermedi. Funzionali satelliti. Come tante piccole lune, tocca contentarsi della luce riflessa. Ma allo stesso modo, emanando intelligenza gli attori principali, non possono che riflettere altrettanto acume i comprimari. Gregari ma non pedine, chiavi di porte chiuse con tanto di catenelle e spranghe. Ed in questo sfondo, in questo ribollire di campi e controcampi, l’epilogo giunge con la rapidità di una bordata, come una cannonata attesa ma per il quale ritardo si prega, d’allontanare la fine.

Insomma, “Il collezionista di Marsiglia” non lascia a bocca asciutta. Ma sa nutrire, alimentare, sfamare con estrema ed indubbia dote di madre procace chi vi s’incolla. Diffidate degli omogeneizzati. C’è ancora speranza per la letteratura.
Peter Mayle, “Il collezionista di Marsiglia”, Garzanti 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Slurp
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∞ La bellezza di un’anima ∞
di Angela Catrani

Rebecca è brutta. Rebecca è nata brutta, povero piccolo ragnetto peloso, con la bocca storta, gli occhietti sbilenchi, mortificati. Rebecca è nata brutta, quindi è colpevole, colpevole della malattia della madre, della tristezza del padre, colpevole degli eccessi della zia Erminia. Colpevole anche del ribrezzo che prova la gente a guardarla. Colpevole perché brutta.

Una infanzia nascosta in casa, tra mura silenziose, soffocata dalle lacrime copiose della governante, nei silenzi della madre, nelle urla della zia Erminia, pianista isterica fuori controllo emotivo.

E Rebecca, cuore spezzato dalla consapevolezza della sua colpa, cresce sapendo, cogliendo, amando come può, negli spazi minimi lasciati dall’ingombro degli altri.

Ma Rebecca ha un dono, ha le mani lunghe, sottili, del padre, della zia, e dunque presto la mettono al pianoforte, perché abbia un futuro, forse una speranza; la musica è speranza, è un tuffo nel mare blu della non esistenza, la musica porta fuori dalla vita disordinata, crea architetture, fa volare, dona emozioni.

E grazie alla musica Rebecca potrà creare un suo percorso fuori casa, andrà dove sente suonare, dove incontrerà un’altra anima ferita ma reale, ma giusta, ma buona.

Rebecca è brutta, certamente. Ma la sua anima pura vibra lontano dalle vere sozzure, dalle vere schifezze di chi pur di apparire si pone nella vetrina di chiunque, di chi si trasforma in altro, di chi è tutto fuori e nulla dentro

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Prezioso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
IL SAGGIO: Manconi Luigi, Calderone Valentina,“Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri”, Il Saggiatore 2011
IL CLASSICO: Pier Paolo Pasolini, “Passione e ideologia”, q.e.

PROVERBIALE MACONDO
Giuseppe Interesse, “Puglia mitica dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo, del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto in casa”, Schena 1994
Gianna Ferretti, “Il Mangiar Saggio. Un viaggio attraverso l’Italia dei detti, dei proverbi e della vecchia saggezza popolare”, Aiep
AA.VV., “Mamma d’ ‘e fesse è sempre prena-La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Proverbi & modi di dire: Campania”, Simonelli

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Paulo Coelhho, “Undici minuti”, Bompiani 2006
2. Dyer Wayne, “Vostre zone erronee”, Rizzoli 2000
3. Eva Cantarella, “Dammi mille baci”, Feltrinelli 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Marta X-Piero Y, “Quello che le donne dicono degli uomini e quello che gli uomini dicono delle donne”, Barbera Editore
Le mogli, i mariti, l’amore, la vita di coppia, il divorzio, il sesso, i figli, le suocere in più di 650 irresistibili e caustiche citazioni. Da Socrate a Woody Allen, da Agatha Christie a Carrie Bradshaw di “Sex and the City”, non manca nessuno: filosofi, comici, scrittori, cantanti, teologi, personaggi del cinema e della tv. Tutti a dibattere sul tema che fa dannare l’umanità dai tempi di Adamo ed Eva: l’assoluta, irrisolvibile inconciliabilità fra gli uomini e le donne!

Che altro aggiungere alla quarta di copertina?? Una citazione! Sicuramente quella che per me ha in se il perché uomini e donne si prendano costantemente la briga di “commentarsi” a vicenda.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi… ha bisogno di uova.”
Woody Allen – Io e Annie

[La rubrica è a cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo – La città dei libri ultima modifica: 2011-05-14T00:08:23+00:00 da Redazione



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