Cinema

Pietà – K. Ki-duk, 2012


Di:

Kim Ki-duk - Leone d'Oro a Venezia 2012 (fonte: gqitalia.it)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Titolo originale: Pietà
Nazione: Corea del Sud
Genere: drammatico

POCHE copie in Italia per il vincitore del Leone d’Oro alla 69ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’ultimo lavoro del quotato Kim Ki-duk, già decorato da vecchie premiazioni nella Laguna italiana e a Berlino. Il regista de L’isola (2000) torna a gamba tesa per portare in scena la malsana storia di un trentenne usuraio dagli improbabili metodi di recupero crediti. L’incontro con una donna che dichiara di essere sua madre cambierà il suo destino.

L’atroce sospetto che la Mostra del Cinema di Venezia soffra di un recente complesso di devozione verso singoli personaggi (attori o registi) e temi, di anno in anno affonda sempre più in profondità le sue radici nella terra delle pellicole incoronate da questa rinomata manifestazione. Nel 2012 ci pensa a rilanciare le paure Kim Ki-duk e il suo crudele Pietà, forte di un soggetto disturbante e presumibili tracce di stile. Il protagonista, Lee Gang-do, vive solitario, freddo, cinico, senza relazioni umane alcune che non si fondino sulla sopraffazione del dare-avere, di cui detiene controllo attraverso un diabolico meccanismo ricattatorio. Congelate le sue sofferenze in una glacialità da sopravvissuto post-atomico – disegno ben reso anche dall’essenziale e futurista abbigliamento alla Akira -, reitera il suo percorso quotidiano senza speranza, come un mero esecutore privo di pietà. Poi l’arrivo di una donna, il film cambia le aspettative e corrobora l’attenzione volta agli sviluppi che ci si attende dall’incontro, tiene in vita la pellicola fino all’ultimo terzo […]1.

Pietà - protagonista (dal film)

Didattico, pulito, lineare. Ma basta per elevarsi ad opera eccezionale?
Ovviamente no e Kim Ki-duk provvede: infarcisce la storia di crudeltà, perversioni, atti sessuali, […]2, scanditi con una regolarità ai limiti del programmatico, attingendo senza fatica da una cultura, quella delle sue origini, che si nutre di tali dinamiche da tempi immemori. Le propone con classe, o almeno ci prova, col tramite di uno stile asciutto di cui è padrone, che amplifica ulteriormente le già disturbanti scene per contrasto, le quali chiedono di urlare la loro atrocità con un furore dinamico, mentre sono tenute controllate, eseguite pacate, in silenzio, raggelate come l’anima del protagonista.
Tutto interessante ma già visto: e Kim Ki-duk dov’è? E quali i motivi di una vittoria?

No, questa poetica orientale delle atrocità non convince, e il discorso andrebbe ben oltre il Leone d’Oro 2012.
Pietà sembra accusare esattamente la stessa fragilità di tanto cinema violento drammatico dell’est asiatico, nobile nel riversare le paure inconsce più profonde su pellicola con una cura spesso a noi occidentali estranea, ma che tante volte rivela una necessità compulsiva che diventa padrona del testo e fa terra bruciata attorno. Nell’ultimo film di Ki-duk manca lo stile più che l’equilibrio, quel tratto che giustifichi, che apra la porta senza rumore verso le crudeli fantasie che chiedono al regista di essere raccontate. Manca il dipinto e si scopre la tela, che è la necessità di portare su schermo queste ossessioni, le quali diventano, perciò, degli assoli, integrati in trama ma non pennellati, amalgamati nella pasta del film. Sembra di veder spesso il motore della macchina in primo piano (la violenza, la sessualità disturbata) e scomparire la carrozzeria, lasciando intravedere troppo la voglia di provocare lo spettatore col roboante rumore dell’auto.
No, non si tratta di ruffianeria e siamo ben lontani dai modelli intenzionalmente capziosi e approfittatori di certo cinema americano efferato. E’ di errore che qui si parla giacché è evidente il tentativo di Kim Ki-duk di dare un abito alla sua confezione, ma il centro è mancato e resta tutto il teatro di deviazioni a far esagerata mostra di sé. Come si diceva, una fragilità che va ben oltre Pietà, una fragilità che investe tanto cinema d’importazione asiatica, il quale non ha anche mancato, dopo la riscoperta fuori territorio, di approfittare dell’effetto shock di certe tematiche sul pubblico occidentale e agevolare molta produzione commerciale.

Pietà - locandina

La pecca di Pietà non è, purtroppo, solo nell’assenza dello stile che ci si sarebbe attesi, come per i migliori prodotti orientali del genere. Ad irritare ancora di più è la cattiva gestione dell’evoluzione dei rapporti umani dei protagonisti, non abbastanza raffinata, troppo discreta nella scansione emotiva delle fasi: più di una volta si viene sorpresi da un cambio caratteriale del giovane Lee Gang-do che si comprende nella logica del film ma che appare troppo rapido, prematuro, non ben lanciato dagli eventi. A livello di coinvolgimento, tanta leggerezza risulta in un freddo assistere ai fatti – che, peraltro, già si immaginano – e l’immedesimazione paga dazio. Contribuiscono al fastidio anche un paio di sfide alla sospensione dell’incredulità […]3, che confermano i dubbi su un’operazione non riuscita e forse anche presuntuosa.

Solo gli sprovveduti su certo cinema asiatico si lasceranno sopraffare dagli effetti delle atrocità, della loro proposizione, […]4, venendone travolti al punto da non notare le magagne. Spiacente, signori, è tutto già visto e rivisto. E meglio. Laggiù, nel lontano Est, soggetti malsani, fantasie gore, storie di vendetta, geniali colpi di scena sono materia frequente e spesso vincente, un abilità di fronte a cui spesso inchinarsi, ma su questi stessi punti di forza alcuni fanno Cinema, altri fanno cinema, i restanti (tanti) fanno home-video.
Kim Ki-duk con Pietà ha provato a far Cinema con la stessa nobile filosofia di Park Chan-wook per la sua trilogia della vendetta, ed il suo lavoro si incastonerebbe perfettamente come quarto capitolo della serie, ma ne resterebbe opera minore, scavalcato anche dai due non eccelsi Mr. Vendetta e Lady Vendetta, surclassati tutti dal più completo e maestoso Old Boy.

Si abbia comprensione per Pietà perché c’è onestà e nobiltà dietro le quinte, ma si assuma Kim Ki-duk consapevolmente e a stomaco pieno.
Magari dopo aver mangiato un po’ di riso e Chan-wook.

Valutazione: 6/10
Spoiler: 10/10

altreVisioni



In Stato d’osservazione

Killer Joe, W. Friedkin (2011) – In ritardo di un anno, il Friedkin di Venzia 2011 * 11ott
Tutti i santi giorni, P. Virzì (2012) – commedia * 11ott
Amour, M. Haneke (2012) – Palma d’oro Cannes 2012 * 25ott
Le belve, O. Stone (2012) – thriller * 25ott


[…]1 e poi cambia registro con un coupe de theatre che conduce in perfezione al finale
[…]2 presunti incesti
[…]3 e una probabile citazione da La luna di Bertolucci
[…]4 da un finale spiazzante

Pietà – K. Ki-duk, 2012 ultima modifica: 2012-10-14T14:44:01+00:00 da Alessandro Cellamare



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