Editoriali

Recessione, politica impotente (S.Fantacone*)

Di:

Parlamento vuoto (statoquotidiano - ps@)

PER aspera ad astra, dicevano gli antichi, a significare che dalle difficoltà possono talvolta nascere le grandi opportunità. È quanto auspichiamo possa succedere a conclusione della crisi politica che, dopo aver messo a rischio la sopravvivenza del governo, sembra ora essersi risolta con un rafforzamento dello stesso e, soprattutto, con un allungamento dell’orizzonte temporale all’interno del quale l’esecutivo può prendere le sue decisioni. È un bene che sia così, dal momento che nei suoi primi mesi di attività il governo Letta è apparso fin troppo preso da vicende di brevissimo termine o addirittura di natura retrospettiva, lasciando inevase le grandi questioni di medio e lungo termine dalla cui risoluzione dipendono le possibilità di rilancio dell’economia italiana.

L’analisi delle misure attuate dallo scorso aprile evidenzia infatti la scarsa linearità delle scelte governative in materia di politica economica, fatto in parte legato a una sottovalutazione della crisi apertasi nell’ormai lontano 2008. Entrando maggiormente nel dettaglio, nei provvedimenti economici adottati dall’avvio della XVII legislatura a oggi, vale a dire dal dl 35/2013 (sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, varato dal governo Monti) al dl 102/2013 (abolizione della prima rata Imu) si rileva un fatto noto e più volte rivendicato dal governo: con l’eccezione, concordata in sede europea, del dl 35, tutti gli interventi si muovono all’interno della logica dell’invarianza dei saldi. Emerge, semmai, il permanere di una logica correttiva, per cui per il 2014-2015 si rilevano contenimenti del disavanzo pari a circa un miliardo di euro.

Al di là di questa piccola correzione, è chiaro che la politica di bilancio si propone di restituire slancio all’economia non attraverso misure in disavanzo (che non otterrebbero l’autorizzazione europea), bensì operando una ricomposizione delle voci di entrata e uscita, dalla quale si spera possano discendere effetti di impulso.

All’interno di questa impostazione di base, che come detto è sostanzialmente obbligata, si distinguono tuttavia due logiche diverse. La prima è quella sottostante il decreto sblocca-debiti e altri provvedimenti quali il bonus per le ristrutturazioni edilizie o per l’assunzione di giovani svantaggiati, che effettivamente mettono a disposizione nuove risorse e cercano di aggredire alcune situazioni che, nella difficile congiuntura attuale, appaiono di particolare gravità (la carenza di liquidità delle imprese, la crisi pluriennale dell’edilizia, il progressivo indebolimento del mercato del lavoro). Non è detto che simili provvedimenti otterranno gli effetti sperati, che andranno quindi attentamente monitorati, ma è indubbio che vi sia in essi una forte e auspicata discontinuità rispetto alle politiche di monolitico rigore adottate nel 2011-2012.

La seconda logica, assai meno condivisibile, è quella che ha portato il governo a rimettere in discussione parte dell’impianto ereditato dalla passata legislatura, e che sta producendo effetti paradossali sia sulla definizione degli obiettivi generali della politica economica, sia sulla costruzione dei quadri programmatici di finanza pubblica. Per dare seguito a promesse elettorali, che pure erano esclusivamente mirate ad acquisire consenso e non a delineare una strategia di uscita dalla recessione, il governo ha dedicato buona parte della sua azione a modificare la legislazione vigente, rivolgendo cioè lo sguardo al passato invece che al futuro. Ciò ha avuto un impatto diretto sulle coperture, che, nel quadro tendenziale fissato lo scorso anno, avrebbero dovuto garantire il rispetto del vincolo di bilancio.

L’eliminazione dell’Imu (e la stessa cosa sarebbe successa col rinvio dell’aumento dell’aliquota Iva) determina il venir meno di un gettito certo, a cui si è fatto fronte con misure di esito incerto e non ancora individuate nella loro interezza. Questa scelta di intervenire sul già acquisito ha dato inoltre luogo a una serie continua di conflitti all’interno della coalizione di maggioranza, da cui è scaturito un incredibile succedersi di provvedimenti correttivi “ad alta frequenza”, tanto che non c’è stata settimana che non ci abbia riservato la sua manovra di finanza pubblica.

Di questa situazione soffrono le cifre riportate nella Nota di aggiornamento, che, di fatto, ancora non possono tracciare un preconsuntivo dei conti pubblici per il 2013. Alcune misure iscritte nella legislazione vigente (il caso emblematico è nuovamente l’Imu, la seconda rata) potrebbero infatti venir meno, ampliando a dimensione delle risorse da reperire entro la fine dell’anno, ben al di là della cifra, apparentemente esigua, necessaria per ridurre l’indebitamento, dal 3,1 per cento indicato nella Nota, al 3 assunto come limite invalicabile dal governo e dalle autorità europee.

È peraltro inevitabile che la mancata definizione di un vero pre-consuntivo 2013 renda più fragile sia la base su cui fondare la legge di stabilità per il 2014, sia la valutazione sullo stato delle finanze pubbliche nel medio termine. La discussione, pure importante, sulla riduzione del cuneo fiscale potrebbe così dissolversi qualora si dovesse scoprire, nei prossimi mesi, che i continui aggiustamenti del bilancio 2013 si sono risolti in un aumento del disavanzo tendenziale e dunque nella scomparsa delle risorse da destinare allo sviluppo dell’economia.

Per queste ragioni è fortemente auspicabile che la risoluzione della crisi di governo si traduca in un superamento della più ampia crisi di visione della politica, restituendoci un dibattito ampio e articolato su come uscire da quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata la “Grande depressione” dell’economia italiana. Le analisi condotte nel Rapporto Cer 2/2013, che elaborano i dati di 150 anni di storia economica italiana, evidenziano come l’episodio recessivo in corso sia il più grave mai sperimentato dall’Unità d’Italia a oggi.

Mai era successo in precedenza che, a sette anni dall’avvio della recessione, nessuna delle componenti della domanda aggregata fosse tornata sui livelli pre-crisi. Neanche le esportazioni che, pur in aumento dal 2009, risulteranno a fine anno 3 punti al di sotto del livello pre-recessivo. Soltanto nel 1866, nella recessione innescata dalle infelici vicende della Terza guerra di indipendenza, il prodotto rimase inferiore al valore iniziale. Ma la situazione era comunque migliore, dato che la perdita cumulata di Pil si arrestava allora a 4 punti, contro gli 8,5 punti attuali. Non solo. Come si osserva nel Rapporto Cer, in quella seconda parte dell’Ottocento, come effetto dell’unificazione, si stavano costruendo le condizioni (allargamento dei mercati e accumulazione di capitale umano) per l’avvio dello sviluppo italiano. Dietro alla recessione erano cioè all’opera fattori di accelerazione della sviluppo che non sono invece presenti oggi, quando osserviamo piuttosto un indebolimento del processo di accumulazione che non ha precedenti negli altri grandi episodi recessivi della storia economica del nostro paese. Eppure, l’interruzione di questo declino degli investimenti tarda a diventare una priorità del programma di politica economica della corrente legislatura.

L’altro episodio che può essere avvicinato agli andamenti odierni è quello del 1929, quando l’economia italiana subì perdite ingenti, anche se minori di quelle registrate negli Stati Uniti o in Germania. Il confronto con gli anni trenta è utile non tanto per le cifre, che di nuovo sono oggi peggiori di allora, quanto per gli insegnamenti che possono esserne tratti in merito al ruolo delle politiche economiche in periodi di persistente recessione. Negli anni trenta del secolo scorso, interventi straordinari per il salvataggio di banche e imprese impedirono alla crisi di assumere caratteri dirompenti e furono all’origine di una delle più importanti innovazioni istituzionali in campo economico della storia d’Italia: la creazione dell’Iri, uno strumento che avrebbe poi contribuito alla rapida ricostruzione e allo sviluppo postbellici. Una soluzione, quella di allora, straordinaria perché radicata in una situazione straordinaria.

Conosciamo le degenerazioni che hanno poi accompagnato l’esperienza dell’Iri e sappiamo che il tema dell’intervento pubblico nell’economia trova oggi tiepida accoglienza nelle posizioni preminenti del dibattito economico italiano. Ma senza uno sforzo di fantasia e progettazione, le prospettive che possiamo disegnare per la nostra economia restano assai deboli. Occorre allora acquisire consapevolezza che anche quella di oggi è una situazione straordinaria, dalla quale sarà difficile uscire senza il recupero di una visione politica di lungo termine.

(A cura di Stefano Fantacone – Direttore del Cer – Fonte: RASSEGNA.IT)



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