Cinema

J. Edgar – C. Eastwood, 2011


Di:

J. Edgar DiCaprio-Eastwood

da sinistra: Leonardo DiCaprio, Clint Eastwood (fonte: leonardodicapriofan.com)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titolo originale: J. Edgar
Nazione: Stati Uniti
Genere: drammatico, biografico

Sull’altra sponda del suo alter ego brillante – Woody Allen per la classica commedia americana -, ormai da anni, sistematico, il vecchio Eastwood aggiunge un nuovo tassello alla sua lunga filmografia, appuntamento imperdibile per chiunque ami il cinema e riconosca in questo instancabile americano uno dei registi più notabili degli almeno ultimi vent’anni. Per il suo recente lavoro indaga la vita di John Edgar Hoover, direttore dell’FBI per quasi mezzo secolo, spostando la lente, attraverso continui flashback, dalla sua vita privata a quella civile, le sue ossessioni, le sue ambizioni, le vittorie che lo hanno reso famoso e le sconfitte, soprattutto umane, che lo hanno svelato nelle sue tragiche debolezze. Ad interpretarlo, sia da giovane che da anziano tramite trucco, un DiCaprio attore a tutto tondo lodevolmente incapace di fermarsi anche di fronte ad ardue imprese interpretative.

Diciamolo subito: J. Edgar non è uno dei lavori più riusciti del grande Eastwood.
Il regista di San Francisco ha da tempo viziato il palato di intenditori e meno con pregevoli tessiture che superano di gran lunga i risultati di questo pur tuttavia interessante biopic, e lascia un po’ intimoriti il suo secondo tiro mancato dopo l’incerto Hereafter (scheda) dell’anno precedente. Sia chiaro, anche J. Edgar non è un colpo a vuoto, non è una scivolata clamorosa, ma è e resta l’esibizione in tono minore di un grande pilota che intrattiene con piroette che ne ricordano la mano, ma cede stanco proprio là dove se ne riconosceva l’unicità ai limiti della perfezione.
J. Edgar - Locandina

J. Edgar - Locandina

Quel che manca di importante in J. Edgar, ciò in cui Eastwood è maestro, è una sceneggiatura emotiva, quel sottile e invisibile collante che rende una narrazione non solo una partitura documentale, composta da fatti, vicende e intrighi, ma qualcosa di necessario, di emozionante al di là del soggetto, di creativo, di desiderato, che ti libera sui titoli di coda diverso non per nozione acquisita ma per maturazione interiore, come dopo aver vissuto un’altra vita, conosciuto un altro mondo. Di questo è composta la materia che spinge un film (ma non solo) fuori dal campo della tecnica lungo la strada dell’arte, ciò che marca la differenza tra il razionale esecutore matematico e l’intuitivo genio forte del suo osare là dove il primo si fermerebbe.

Eastwood ha spesso unito esemplarmente questi due aspetti, sfiorando il capolavoro in più di un’occasione, ma con J. Edgar sembra mancargli quel coinvolgimento, quello spirito potente che lo travolge e gli chiede di fare il film, in una sola parola il motivo ispiratore dell’operazione. Ogni cosa è al suo posto, la mano è salda sulla macchina da presa ed è impossibile non riconoscerlo nella classica pacatezza di direzione, nella fotografia elegante come gli abiti di J. Edgar Hoover, nei momenti intimistici, nel grande cast al suo servizio, ma durante il film pare di avvertire la costruzione, il calcolo, di sentire gli operai che lavorano al manufatto distraendoci dalla contemplazione dello stesso. C’è poco cuore o, se c’è, manca di battere continuamente nella pellicola e di trascinare nel ritmo lo spettatore, cedendo il passo all’occhio, che si riduce ad apprezzarne buoni momenti tecnici su una sceneggiatura comunque non sempre efficace.
Il meccanismo di flashback funziona, seppur senza originalità, e la storia si lascia seguire, il film non annoia mai davvero, forte di un doppio livello di sviluppo, uno cronachistico, dell’Hoover pubblico, l’altro psicologico, dell’uomo debole, vittima di una madre troppo presente, di un rigore ossessivo ed autopunitivo e di una sessualità incerta. Il suo triplice legame, con l’esigente genitrice, la rigida segretaria – anche costei chiusa in una gabbia inibitrice per ragioni non narrate – e il collaboratore Clyde Tolson, di palese inclinazione omosessuale, è la parte più riuscita di J. Edgar, quasi toccante in un finale redentore, confermando ancora una volta la straordinaria capacità di Eastwood di raccontarci gli uomini attraverso i fatti più che i fatti attraverso gli uomini. E’, anzi, evidente quanto sia l’Hoover privato, quello chiuso nella sua solitudine ossessiva, il centro d’interesse del regista, il motore della biografia, raccontato delicatamente, con quella “femminilità maschile” che il grande maestro possiede. Si è, così, lì per giustificare quasi ogni altro difetto della pellicola, ma ritornano in mente le vette, proprio sul disegno emotivo, raggiunte in tanti altri film di Eastwood (ved. I ponti di Madison County), e ci si rassegna ad una malinconica delusione.

da sinistra: J. Edgar Hoover, Leonardo DiCaprio nel film J. Edgar

da sinistra: J. Edgar Hoover, Leonardo DiCaprio nel film J. Edgar (fonte: onlinemovieshut.com)

Per gli amanti dei dibattiti civili e morali, J. Edgar non manca di fornire spunti interessanti, ma è in fondo l’aspetto meno cinefilo e più demagogicamente strumentalizzabile, un pretesto di lodi per chi crede di parlare di cinema mentre parla di altro – solitamente delle proprie ossessioni e bandiere.
Che sia davvero necessario, in periodi di estremismo, avere il contraltare in un personaggio estremo, ai limiti della legalità? E quando e per quanto tempo la sua azione rappresenterà il male minore per un Paese? Eroe americano per le sue ben note vittorie contro criminali del calibro di Dillinger, J. E. Hoover sconfinò in iniziative di dubbio merito quando l’uso delle intercettazioni divenne la propria arma finanche contro i propri superiori in nome di un bene da egli stesso decretato tale, il mantenimento e miglioramento di un’istituzione, l’FBI, che altrimenti ingabbiata da leggi avrebbe forse mostrato presto la coda nella lotta all’illegalità imperante.

Nota di merito per la fantastica Naomi Watts, molto meno per i trucchi d’invecchiamento.
DiCaprio bravo ma non sempre convincente nella sua insistita e monotona aggressività coatta.

Valutazione: 7/10
Spoiler: 4/10

AltreVisioni

Good Night, and Good Luck., G. Clooney (2005) – film autorevole e di gran confezione ma inferiore alle pretese. Ottimo B/N * 7.5
Soffocare, C. Gregg (2008) – film veicolato dal nome dello scrittore di Fight Club. Una pietra nell’acqua * 4.5
Grizzly Man, W. Herzog (2005) – documentario su Timothy Treadwell e la sua ossessione per i Grizzly. Elegante, fascinoso, un film sul contrasto sogno/realtà e le sue origini * 8

In Stato d’osservazione

La talpa, T. Alfredson (2011) – Venezia 2011, dal romanzo di John le Carré * 13gen
L’era legale, E. Carla (2011) – mockumentary fantastico su Napoli * 13gen
Non avere paura del buio, T. Nixey (2010) – horror fantastico sceneggiato da Guillermo Del Toro * 13gen
Shame, S. McQueen (2011) – in concorso a Venezia 2011 * 13gen
La chiave di Sara, G. Paquet-Brenner (2011) – film d’autore? Forse * 13gen
L’ora nera, C. Gorak (2011) – fantascienza/horror in attesa da mesi * 20gen

J. Edgar – C. Eastwood, 2011 ultima modifica: 2012-01-15T15:01:13+00:00 da Alessandro Cellamare



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Commenti


  • vittoria gentile

    E va bè, ma la scrittura emotiva dei Ponti di Madison County era davvero over the top. il film più sensoriale e tattile sull’emotività che abbia mai visto.
    Forse è davvero difficile riprodurre “uno stato di grazia” di quel tipo. Come una sinfonia non riproducibile, seppure in altra forma.


  • Paolo

    Bella recensione, io gli darei 6.5, perchè Di Caprio secondo me non recita davvero un granchè bene, è troppo impostato e, come dici tu, è monotono.
    A deludere per me è stato anche il doppiaggio, la voce di Hoover era davvero pessima.

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