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Negli Stati Uniti, solo l’1% si avvicina alla poesia

Sulle tracce della Poesia ereditata dal Novecento

Il progetto d’avvicinamento e d’innamoramento inizia a scuola

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Meolo – L’INTERNET vorrebbe sostituirsi in toto alle biblioteche convenzionali; tra le altre espressioni tradizionalmente diffuse in volumi, intende appropriarsi della poesia. Il premio Nobel Walcott Paz e Milosz hanno rifiutato la proposta di diffondere le loro poesie tramite Internet. «La quantità di gente che legge una silloge – si sono giustificati – non è così importante come il modo in cui la poesia influenzi coloro che la leggono».

Negli Stati Uniti, solo l’1% si avvicina alla poesia. Nel nostro Paese, il 51% (Doxa) non ha mai letto e il 28% di chi legge non ricorda nemmeno l’argomento dell’ultimo volume che aveva sfogliato. In Italia, comunque, non abbiamo mai creduto alla morte della poesia, perché sarebbe la morte della stessa società – la poesia è in noi, essa è nata nel nostro mondo, di cultura greco-latina, la forgia del classicismo, dell’umanesimo, del rinascimento – e allora, che cosa dovrà essere fatto per avvicinare il prossimo alla lettura poetica e infondergli l’innamoramento dello scrivere in versi? E perché dovremmo avvicinare il prossimo alla lettura poetica e favorirgli quell’innamoramento?

Alla prima domanda occorre dare un pacchetto di risposte. Il progetto d’avvicinamento e d’innamoramento inizia a scuola, in famiglia, passa dalle biblioteche comunali per concludersi nelle case editrici. Nelle scuole occorre insegnare non tanto la poesia a memoria e la sua parafrasi, ma l’utilità della letteratura e del comporre versi.

In casa e fuori, tra amici, serpeggia indomabile quel giudizio, tra l’ironico e l’infelice, verso chi è attratto dalla poesia; non accade per la pittura, la musica – altre espressioni artistiche – e tantomeno non accade per le attività sportive. È una triste questione che ha radici profonde in un’educazione (Super-Io) risultante da un intreccio politico-sociale-culturale che attinge a patrimoni estranei al nostro, d’oltreoceano, che non sto qui ad analizzare.

Le biblioteche comunali, inoltre, dovranno sempre più tralasciare l’immagine di una fredda esposizione di libri a disposizione e l’immagine periodica di una mostra-mercato promozionale, i cui risvolti appaiono più a beneficio commerciale che culturale; il funzionamento delle biblioteche pubbliche, in un’ottica d’indirizzo e di selezione della lettura, è insostituibile. Il compito delle case editrici, dei periodici associativi, dei concorsi e delle accademie letterarie, infine, è di non raccogliere di tutto, di non pubblicare o riconoscere manoscritti i cui autori basta che paghino, senza cioè una seria preselezione utile allo scopo di eliminare dalla disponibilità sedicenti poeti.

Qui il funzionamento delle biblioteche deve essere più attento, perché andrebbero a operare quelle selezioni che le case editrici e gli altri citati – per motivi economici – non vogliono applicare; ma, attenzione, la preselezione e la soluzione non dovranno essere scambiate per censura, sia chiaro.

Oggi, si sta facendo strada, purtroppo, un linguaggio cosiddetto di plastica, in altre parole lo scrivere e il parlare farciti di tic linguistici, sempre più pericolosamente in aumento. Un simile linguaggio, traslato dal parlare allo scrivere per il tramite della lettura, si ripiega rafforzato ancora sul parlare. E così otteniamo un’uniformità lessicale che, nella credenza diffusa di semplificare un brano di prosa, una poesia, disaffeziona il prossimo alla lettura, giusto perché non avrebbe nulla da imparare, così intrisi di banalizzazioni. Un brano di prosa, una poesia, è espressione artistica d’originalità via via che elimina il linguaggio di plastica. La scuola, le biblioteche pubbliche, le case editrici e gli altri, dovranno quindi interporre una salutare barriera (definiamola anche censura linguistica) al linguaggio di plastica.

È lo stesso allarme già lanciato dell’Accademia della Crusca, l’unica in Italia veramente attiva nel proteggerne la lingua. Esempi di linguaggio di plastica, di luoghi comuni, ovvero tic linguistici: alla grande \ a monte – a valle \ assolutamente no – assolutamente sì \ da subito \ indossare il cappello in testa – indossare i guanti alle mani \ nella misura in cui \ presa di coscienza.

Una statistica vuole che, in ordine, a parlare e a scrivere con tic linguistici siano politici, sportivi, attori televisivi, giornalisti, una folla di sedicenti scrittori e poeti. Vengo, a conclusione, brevemente alla risposta concernente il secondo quesito: perché occorre avvicinare il prossimo alla poesia e favorirgli l’innamoramento.

La poesia è l’unica espressione letteraria che conduca alla capacità di sintesi e senza disperdere il vocabolario; anzi, favorisce una profonda ricerca di lemmi (vocaboli) dimenticati ed è una straordinaria fucina di neologismi… neologismi che però non siano scopiazzati per non ricadere nei luoghi comuni. Dalla poesia, nel ritornare alla prosa, ci accorgiamo che questa ha assunto un’eleganza espressiva che prima non possedeva.
Infine, ma non meno importante, la poesia, grazie alla metrica, mantiene viva la capacità di sillabazione e, grazie alla ritmia, ci porta a scoprire la corretta accentazione dei vocaboli, che nella nostra lingua è così poco evidenziata graficamente, trascinandoci in quei ricorrenti errori di pronuncia, aggrovigliandoci tra sdrucciole e piane: «mòllica per mollìca, ippocàstano per ippocastàno, sàlubre per salùbre, pùdico per pudìco…»

La poesia s’ispira, e concludo per davvero, allo scenario cosmico, si nutre dei sentimenti d’amore, tende a omologare con eleganza e perfezione di linguaggio le emozioni. Allora, qualora la poesia dovesse spegnersi nel cerebrale dell’umanità, avrebbe il triste significato dell’oscuramento dei colori, dell’inaridimento dei sentimenti, del raffreddamento delle emozioni; insomma, all’uomo creativo andrebbe a sostituirsi una macchina umana produttrice, priva di anima, di fede e denudato di sana retorica.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro – ferrucciogemmellaro@gmail.com)



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