Cultura

L’Arsenale e gli espositori italiani


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Nell’Arsenale, come avevamo anticipato nella prima parte dedicata ai Giardini, espongono in tutto ventiquattro nazioni con ottantadue artisti distribuite tra Corderie, Artiglierie, Gaggiandre e il Giardino delle Vergini. Le Gaggiandre identificano i due grandiosi cantieri acquatici che si affacciano sul bacino interno, costruiti tra il 1568 e il 1573 su disegno aggiudicato a Jacopo Sansovino.

Questa volta seguiamo un esclusivo e meritato percorso tra gli italiani.

 
La Sardegna è tra le contrade italiane ricche di folclore favolistico, mitologico e magico, di tradizioni incomprensibili nel continente d’epoca moderna ma forieri di sorprendenti fioriture artistiche e intellettuali.

Avevamo già avuto il fenomeno letterario di Gavino Ledda, oggi settantottenne, figlio di pastori, analfabeta perché strappato alla scuola dalla famiglia ma che, con grande forza d’animo e caparbietà, riesce a doppiare lo scoglio dell’ignoranza culturale e linguistica affidandosi all’educazione dell’intellettuale Franco Manescalchi, suo coetaneo e compagno d’armi durante la leva, imponendosi poi quale scrittore di prestigio con il volume di successo “Padre padrone”.

Tra i connazionali in Biennale, troviamo, dunque, la sarda Maria Lai di Ulassai, dove era nata nel 1919.

Per una donna la questione si aggrava enormemente e Maria Lai, figlia agro-pastorale dell’isola, spentasi il 2013, non si perde d’animo e pur costretta a saltare le elementari, si dedica intensamente al disegno scoprendosi in attitudine di artista. Intraprende il cammino che la conduce in terraferma, dove rimane fuoriuscita o profuga, come meglio si preferisce, a causa del conflitto mondiale in corso. Pur priva di sostegno finanziario si appoggia all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove si conquista l’aiuto del trevigiano Arturo Martini e di altri.
Nel continente, però, nella civilissima Venezia, patria di artisti, scopre che quel mondo nutre per lei prodromi di rigetto e solo per essere nata femmina.
La sua testardaggine sarda, con tutto ciò, l’accompagna verso la fama, malgrado gravi lutti in famiglia, e le sue opere sono finalmente immancabili nelle esposizioni di  Palazzo Grassi a Venezia e di Villa Borghese a Roma.

In Biennale, nel Padiglione dello Spazio comune, è esposto “Lenzuolo” del 1991, un’opera in tela e filo che partecipa alla collezione dei suoi “Telai”, una costellazione che omologa il microcosmo sardo con i propri simboli dell’antico sapere, leggibile attraverso il codice dei nodi e dei fiocchi impostati nella tela alla stregua di un simbolismo. E scopriamo ancora il sardo Michele Ciacciofera, il quale vive e opera a Parigi.

Nato a Nùoro nel ’69, riprende nel proprio espressionismo tutta l’insistenza dei miti e delle leggende sarde, addirittura omologandovi personaggi che già popolavano l’isola all’approdo storico degli uomini. Le sue opere o, meglio, installazioni, collocate nel Padiglione delle tradizioni, richiamano talvolta la “Domus de Janas”, una struttura funeraria neolitica scanalata nella roccia.

Interessante la composizione di libri sulla parete a sottintendere la leggenda culturale del dio “Sardus Pater” dal cui dito sgorgò la scintilla che dette alla luce Jana, la benefica creatura.
In mostra anche l’opera d’arte povera “Lost in the Nest” (perduto nel nido) del 2016, montata con carta, carbone, filo, garza e altro materiale.

Andiamo ora incontro al fiorentino Riccardo Guarnieri del 1933, che vive e opera nella sua città. La sua prima personale risale al 1960 nella galleria di Posthoom, L’Aia. Prima di accedere in Biennale era già stato a Venezia per una personale nella Galleria Michela Rizzo e a Verona per una collettiva a Palazzo della Gran Guardia basata sui ricercatori artistici.

Guarnieri, infatti, è dal ’62 che lavora incessantemente per un’indagine dalla quale possa sortire ciò che armonizzi il formale con la libertà espressionistica. In esposizione, nel Padiglione dei colori, cinque suoi lavori, ognuno con un linguaggio differente a prova d’indomabili approfondimenti personali, tra i quali “C’è giallo e giallo” e “Luce lontana nel tempo” del 2016.

Gradazioni geometriche, screziature cromatiche e vibrazioni di luce ne identificano l’artefice e l’osservatore non può che scorrervi prontamente lo sguardo, certamente provando l’identica emozione che il primo aveva avvertito al cospetto della fonte ispiratoria.

Ecco Giorgio Griffa, l’artista che vive e opera a Torino, la città che gli ha dato i natali nel 1936. L’arte odierna o, meglio, un buon numero dei maestri d’oggi sono avvinti indiscutibilmente dall’inquietudine per una ricerca che vada finalmente a rinnovare l’espressionismo. Giorgio Griffa è tra costoro ma non rinnega affatto il passato, tanto che molte sue creazioni si richiamano ai grandi della storia dell’arte. Dalla sequenza “Alter Ego” avviata nel 1979, in Biennale, nel Padiglione dei colori, è in mostra il recente “Canone aureo 958”, opera questa, infatti, che racconta come l’arte d’oggi gode dell’eredità dei trascorsi, omologandovi, in ogni caso il grande mutamento generazionale.

Griffa sa bene, pertanto, che sta percorrendo un sentiero verso l’inconoscibile, definibile Alter Es o Mondo alteristico nel linguaggio omologistico, e che la sua è quindi la tropologia di un linguaggio intraducibile in parole o in numeri.

Da segnalare infine il più giovane tra gli italiani qui presenti, Salvatore Arancio, catanese del 1974 ma vive e lavora a Londra, le cui opere sono esposte nel Padiglione del tempo e dell’infinito. Specializzatosi nella fotografia al Royal College of Art e in un secondo tempo docente al London College of Communication, tralascia l’immagine delle lastre per dedicarsi alla pittura, dove intende omologarvi una rinascita, anche in termini semantici, che incombe prepotentemente nel suo estro.

E lo fa all’alba del nuovo millennio, trasfigurando le forme vittoriane in un’iconografia sorprendente per l’allucinatoria che irradia, la quale rintracciamo nelle sue opere naturalistiche e scientifiche. Nella Biennale anche il video in loop e audio “Mind and body body and mind” del 2015, in cui elabora, qui omologandola, una sua esperienza d’ipnoterapia.

Per uno studio completo e dettagliato consultare l’apprezzabile catalogo-guida Biennale Arte 2017

(A cura di Ferruccio Gemmallaro, 15.07.2017)

L’Arsenale e gli espositori italiani ultima modifica: 2017-07-15T19:52:00+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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