Cultura

Il tempo delle parole sottovoce – A.L. Grobèty, 2002

Di:

Schweiz Anne-Lise Grobety (fonte image: vaterland)

Foggia – 2008. Entro in una libreria di una piccola cittadina pugliese. Giro tra gli scaffali. Ad accompagnarmi c’è un classico brano blues di sottofondo. Forse Billie Holiday. Coperto da altri libri scopro questo breve romanzo edito dalla Bompiani (2002). Colpita da un titolo così suggestivo, lo acquisto. Lo leggo tutto ad un fiato. E’ così. Si lascia leggere. Affronta il tema di un’amicizia senza tempo tra due bambini e i rispettivi padri. Come sfondo quel buco nero della storia umana: la rabbia nazista contro gli ebrei. Il tutto viene vissuto e descritto attraverso gli occhi inconsapevoli del piccolo protagonista, costretto a rinunciare al suo migliore amico perché ebreo. Si possono trovare altri libri sul genere, un esempio può essere il Diario di Anna Frank studiato nelle scuole come manifesto di memoria collettiva. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più…“Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finché non venne il tempo delle parole sottovoce”. Era il tempo della Germania hitleriana quando a cambiare per prima fu la voce della gente, la sua intensità, l’intonazione. Quel tempo quando le parole si dividevano in due categorie: se urlate erano legittimate a disseminare dolore e quelle sussurrate (con discrezione) per non morire; quel tempo quando cominciò a comparire una strana bandiera, tradotta dall’ingenuità di un bambino come un “ragno nero con le gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue”. Si tratta di un simbolo di morte che storicamente, ha rappresentato un’ideologia distruttiva, la stessa che gradualmente ma con violenza s’insinua nella vita dei personaggi.

Particolarmente significativi e funzionali alla storia sono i dialoghi tra Heinzi e Anton, padri dei rispettivi bambini, i quali riflettono sul valore di un’amicizia che li lega dall’infanzia e che, in un contesto sociale sempre più avverso, li mette alla prova.

Il bambino descrive ciò che accade intorno a lui, osserva una realtà che non comprende, riflette ma senza mai darsi una spiegazione soprattutto quando la situazione inizia a precipitare: il suo amico Oskar viene espulso dalla scuola solo perché ebreo e poco dopo allontanato con la sua famiglia dal quartiere. Perché tutto questo? In realtà a distanza di quasi 70 anni, risulta ancora difficile “spiegare” una politica criminale. A parer mio questa non è una necessità. Il verbo spiegare offre un significato, un qualcosa che diventa più chiaro. Ma in tutta questa storia di aberrazione umana, di chiaro e significativo non vi è nulla, se non il dolore di milioni di persone. Occorre invece raccontare, tramandare, invitare a riflettere (come ci insegna Primo Levi in “Se questo è un uomo”) dare voce a quelle parole sussurrate o mai pronunciate.


Analisi.
Attraverso una scrittura scorrevole ma al tempo stesso sofisticata ed intrisa di poesia, la Grobéty (deceduta del 2010) descrive, in meno di 80 pagine, la confusione e la paura di un cambiamento ma anche la voglia di combattere come rivela il padre del bambino ebreo “…la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare!”. Il racconto sottolinea l’importanza sociale della parola che a seconda dell’uso che se fa, può diventare uno strumento di creazione, distruzione e (quello che più mi auguro) di speranza.

La scheda di Parrella
Il tempo delle parole sottovoce
Grobéty Anne-Lise
2002, 78 p., rilegato
Traduttore Perroni S. C.
Editore Bompiani (collana AsSaggi)

eduprof.maparrella@libero.it



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