Cinema

La Grande Bellezza ovvero l’Italia in miniatura

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(From Rainews.it)

Manfredonia – “GRAZIE Italia, questo è un Paese davvero strano ma bellissimo” ha esclamato un raggiante e un po’ incredulo Paolo Sorrentino nel ritirare il Golden Globe come miglior film straniero, premio destinato spesso a fare da anticamera all’Academy Award, comunemente conosciuto come Oscar.

In effetti appare veramente strano e paradossale un Paese dove l’indomani di una onorificenza così blasonata per il cinema italiano, assegnato dalla commissione dei giornalisti stranieri, sia stato accompagnato da decine di articoli e servizi televisivi tutt’altro che entusiastici per la pellicola. Lo stesso protagonista Toni Servillo non deve aver particolarmente gradito l’operazione se, di fronte alle ennesime critiche, si è lasciato sfuggire un “vaffa” in diretta su Rainews, non sapendo di essere ancora in collegamento. Il grande consenso internazionale sembra anzi aver alimentato ancora di più i veleni verso il lungometraggio.

Analizzando la pellicola del regista napoletano la soluzione a cotanto mistero appare evidente: Sorrentino ha osato esibire i proverbiali “panni sporchi” italiani ad un pubblico esteso. Difficile gradire, soprattutto per un’ampia platea abituata a vedere periodicamente film “facili”, come i cine panettoni appena trascorsi nelle sale, per poi criticarli sui social network. Ancora più indigesto per una parte dei giornalisti, specie se prezzolati, uno spettacolo costituito da una degradata classe politica e intellettuale, cialtrona e arrogante nelle feste mondane, che si prodiga fino all’inverosimile di nascondere le proprie meschinità, confessate solo in privato.

“Io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire” spiega la voce narrante del protagonista Jep Gambardella (un magnifico Toni Servillo), scrittore del libro di successo L’apparato Umano.

Ad una Roma dipinta nella sua massima sublime unicità e magnificenza architettonica si contrappongono figure mediocri e meschine come Stefania (Galatea Ranzi) egocentrica scrittrice radical chic che nasconde un passato squallido di leccaculismo politico o il Cardinale Bellucci (Roberto Herlitzka) che non disdegna le feste mascherate e passa tutto il tempo a parlare di argomenti gastronomici evitando i dubbi spirituali del protagonista. Per non parlare dell’artista “alternativo” (con tanto di falce e martello disegnato sul Monte di Venere) sbeffeggiata dal protagonista e Romano (Carlo Verdone) scrittore teatrale frustrato e sfruttato da una giovane donna dai laidi costumi. A questi si oppongono personaggi come Ramona (una sorprendente Sabrina Ferilli) spogliarellista dai segreti dolorosi apprezzata da Jep per la sua genuinità in un contesto falso e costruito.

A scanso di equivoci La Grande Bellezza è un film tecnicamente ineccepibile che porta il regista ad un ulteriore balzo in avanti dopo i pregevoli e raffinati Le Conseguenze dell’Amore e Il Divo. La regia di Sorrentino è sicura, piena di carrellate avvolgenti, sceneggiatura asciutta, montaggio che riesce a creare un unicum dalle tante storie presenti nel film. Solo questo basterebbero a tacitare i detrattori della pellicola, considerando anche il vuoto che caratterizza l’attuale cinema italiano.

Immancabili gli accostamenti al cinema di Federico Fellini (in realtà ridotti a poche citazioni, specie per la location scelta), ma qui alle corpulenti e tranquillizzanti “donne felliniane” si contrappongono figure “in pieno decadimento fisico e mentale” (come Serena Grandi), schiave della cocaina. Alla Roma del miracolo economico del regista di Amarcord fa da contraltare una umanità attuale misera e degradata. Lo stesso protagonista, sovrano di quel mondo, rischia di esserne travolto e distrutto. L‘unica soluzione è tornare alle “radici” perché, come spiega un’anziana missionaria cattolica nel terzo mondo, “le radici sono importanti”. Come questo prezioso film che resterà nella memoria solo di chi lo ha pienamente apprezzato.

(A cura di Agostino Del Vecchio – a.delvecchio@statoquotidiano.it)



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Commenti

  • Rammentiamoci della “Dolce vita” il film violentemente criticato da una certa classe sostenuta dai suoi media lecchini ma in realtà svoltosi in pietra miliare del cinema sia nostro sia internazionale, un’azzeccata allegoria sociale del tempo, lodata dopo mezzo secolo dalla prima e che, grazie a reiterate visioni, rimane nella memoria di generazioni successive, non solo quindi di chi l’aveva allora apprezzata.


  • Jimbo

    “Scusate, ma per cosa siamo famosi all’estero? Le pezze e le pizze. Nient’altro. Siamo un paese di magliari e pizzicagnoli. E sempre questo saremo.”

    Lello Cava

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