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La partecipazione di sabato scorso al presidio in ricordo dello studente italiano, allestito in piazza Santi Apostoli, nonostante l’adesione di numerose sigle, non può dirsi certo numerosa

Il presidio disertato in ricordo di Giulio

Il caso di Giulio ha fatto parlare e suscitato particolare indignazione grazie soprattutto all’interesse internazionale, motivato a sua volta dal fatto che non si trattava di un cittadino egiziano ma di un europeo


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Roma . La partecipazione di sabato scorso al presidio in ricordo di Giulio Regeni, allestito in piazza Santi Apostoli, nonostante l’adesione di numerose sigle, non può dirsi certo numerosa. C’è da dire che quasi tutti i punti della manifestazione riguardavano il tema Siria, a pochi giorni dalla notizia del cessate il fuoco per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari. Il presidio si schierava contro il vigente “regime di Assad, contro le bande terroristiche che colpiscono la popolazione e i rivoluzionari, contro la guerra e l’assedio delle città, dalla parte dei profughi palestinesi che si trovano in Siria, per la libertà dei prigionieri d’opinione e di padre Dall’Oglio, per la protezione umanitaria e l’accoglienza degli immigrati”.

Tutto ciò nel nome di Giulio Regeni e di quei giovani delle sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo che rivendicano libertà e giustizia sociale, contro le spirali di violenza esistenti e contro il prevalere degli interessi economici e politici sui valori umani.

Mentre giungono conferme del fatto che Giulio sia stato torturato a morte, si mette in relazione il suo caso a quello di tanti altri “desaparecidos” – nelle dichiarazioni di Mohamed Lotfy, attivista per i diritti umani – che parla di “altre 66 persone nel solo mese di gennaio 2016” a cui si aggiungerebbero “42 casi di sospette torture in carcere” denunciate, secondo quanto riferisce l’attivista, dalla Commissione egiziana per i Diritti Umani.

Il caso di Giulio ha fatto parlare e suscitato particolare indignazione grazie soprattutto all’interesse internazionale, motivato a sua volta dal fatto che non si trattava di un cittadino egiziano ma di un europeo. Non è però, purtroppo, un caso isolato: Mohamed Zarea, direttore dell’ufficio egiziano dell’Istituto per gli Studi Sui Diritti Umani del Cairo, ha dichiarato al New York Times che le violenze subite da Giulio portano i segni distintivi dell’apparato di sicurezza egiziano. Di poche ore fa la smentita, da parte del Dipartimento dell’Informazione egiziano, del coinvolgimento dei servizi di sicurezza nell’arresto di Giulio. (Leggi anche Il comunicato ufficiale dal Cairo su Regeni)

Dal mondo delle università era giunto, pochi giorni fa, un appello, in forma di lettera aperta al premier Renzi, perché si rivedessero le linee politiche adottate dall’Italia nei confronti dell’Egitto. Vi si legge: “Sappiamo benissimo quanto fragile sia diventato ormai il valore della vita nel Paese. Arresti di massa, sparizioni di centinaia persone, uccisioni sommarie e a cielo aperto, intimidazioni, espulsioni di accademici e di critici del regime sono all’ordine del giorno da quando il generale al-Sisi, il 3 Luglio 2013, ha preso il potere con un colpo di stato militare. (…) Quel giorno, le voci dei tanti giovani che, a partire dal 25 gennaio 2011, avevano fatto il primo passo verso un Egitto più libero, più democratico (…) sono state nuovamente soffocate.” E oltre: “Ci chiediamo quanto la crescita economica del nostro Paese possa essere diventata una moneta di scambio di fronte alla morte del nostro collega Giulio Regeni e di migliaia di inermi cittadini egiziani. Chiudere gli occhi di fronte alle circostanze della sua morte, continuare a sostenere ed accordarsi economicamente con un regime militare dittatoriale e repressivo, come quello di al-Sisi in Egitto, significa per noi denigrare e sminuire l’importante contributo politico, culturale ed umano che Giulio e gli altri cittadini egiziani portavano (…)”.

Tuttavia, la questione riguarda un Paese che riveste attualmente un’importanza chiave dal punto di vista commerciale e politico nel bacino mediterraneo. L’Egitto, come ha riconosciuto il ministro Gentiloni, è un “partner strategico” dell’Italia. Lo è fondamentalmente, ma non esclusivamente, dal punto di vista commerciale: sono attive in Egitto circa 130 aziende italiane, tra cui l’Eni, che vi ha investito quasi 14 miliardi di dollari e, nel gennaio scorso, ha intrapreso nuove perforazioni in un giacimento di recente scoperta.

“Ma che c’entra Giulio Regeni con l’appoggio alla destabilizzazione della Siria?” commenta qualcuno su facebook, che lamenta la strumentalizzazione dell’immagine del ragazzo a fini politici, a proposito della situazione siriana.

Forse proprio all’essere stata voluta come iniziativa politicamente schierata, sono da attribuirsi gli scarsi numeri di adesioni che il presidio ha registrato.

Resta ferma, però, tra le voci degli interventi, la volontà, ribadita più volte, di fare chiarezza per Giulio, contro ogni “verità di comodo”, oltre alla richiesta di una presa di posizione da parte del premier Renzi. Contro di lui le parole forti di Germano Monti, capo del comitato Khaled Bakrawi: “Credo che nessuno tra i primi ministri sia stato così servile nei confronti di al-Sisi come il nostro primo ministro Renzi, che l’ha definito “uno stratega”, (…) “il mio migliore amico” e ha detto: “La sua battaglia è la mia battaglia. E anche la morte di Giulio è la sua morte?”
Presidio in morte di Giulio Regeni
Presidio in morte di Giulio Regeni, Roma, piazza Santi Apostoli. Foto: Valentina Sapone

Fonti:
Lettera aperta al premier Renzi
Internazionale
Presidio in morte di Giulio Regeni (Facebook)
New York Times
Today.it

(A cura di Valentina Sapone – fonte: www.statodonna.it)

Il presidio disertato in ricordo di Giulio ultima modifica: 2016-02-16T13:51:11+00:00 da Redazione



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