Cultura
Nessun legno è armato e ogni trafficante marittimo svolge il proprio lavoro in assoluta libera concorrenza, senza tema di aggressive contrapposizioni

Alle origini dei conflitti

"Saranno poi gli inglesi che annienteranno del tutto la resistenza indiana per costituirvi una colonia da sfruttare e decretarvi l’apartheid, così come in Africa"

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Siamo nel XVI secolo e l’Oceano Indiano, tra le coste africane, quelle indiane e il Golfo del Bengala, pullula di vele mercantili arabe, cinesi e indiane come già da epoche.

Nessun legno è armato e ogni trafficante marittimo svolge il proprio lavoro in assoluta libera concorrenza, senza tema di aggressive contrapposizioni.

Gli arabi, poi, dall’utilizzo degli scali egiziani e del Mar Rosso, favoriscono l’esportazione verso l’Europa; tra le merci c’è lo zucchero che acquistano dagli indiani.
L’arrivo degli europei con l’uniforme portoghese infrange il secolare equilibrio.

Innanzi tutto irrompono sulle coste indiane e nonostante incontrino una forte resistenza, riescono ad assicurarsi gli scali di Malacca, Diu, Bombay e di Ceylon. Gli indiani sono superiori per forza e tattica nel contenerli via terra, bloccandone l’invasione, anche se gli occidentali durante il loro incunearsi distruggono secolari templi indù e s’impadroniscono di proprietà terriere per imporre delle missioni cristiane.

Saranno poi gli inglesi che annienteranno del tutto la resistenza indiana per costituirvi una colonia da sfruttare e decretarvi l’apartheid, così come in Africa. Via mare, però, i portoghesi sono invincibili ma per predominare lungo le rotte oceaniche occorre sbaragliarvi le vele della Mezza Luna. La marineria militare occidentale, dunque, con i fregi e le uniformi portoghesi, insegue e blocca qualsiasi nave araba che appare all’orizzonte.

Come in un gioco al massacro, dopo averne depredato i valori, riuniscono gli equipaggi a bordo nelle loro navi e a colpi di cannonate fanno sì che sulle acque rimanga solo qualche disgraziato reduce abbandonato al proprio destino. Gli stessi turchi avevano già congegnato delle micidiali bombarde con le quali il 1453 avevano fatto capitolare Costantinopoli dopo 54 giorni d’assedio.
Bocche da fuoco, tremende nell’epoca, costruite grazie all’utilizzo e alla manipolazione della “polvere nera” che i cinesi conoscevano da tempo immemore – Marco Polo già ne aveva parlato nel XIII secolo – e che mai avevano usato per farne armi di distruzione umana.

La Cina, infine, sceglie di defilarsi da quelle acque perigliose, lasciandovi padroni gli europei, orientandosi esclusivamente ai traffici con il Giappone e le Filippine. Ciò non basta poiché, dapprima al Portogallo e via via agli Inglesi, Olandesi e agli Spagnoli, la Cina è costretta a concedere delle basi costiere, che in seguito si sarebbero evoluti in una vera occupazione militare interforze occidentale, italiani compresi i quali ottengono il porto di Pechino e la zona di Tientsin che mantengono sino al 1947.

L’ultima bandiera europea, infatti, è qui ammainata il secolo scorso.

Una pagina di storia rinascimentale, quanto sopra, che assieme alle carneficine medievali dei crociati – un inciso, poi, per ricordare che in un bruttissimo frangente le truppe crociate non facevano differenza tra musulmani e cristiani bizantini – induce a riflettere, e mai immuni da acerrime polemiche, sul perché del riacutizzarsi in età moderna e contemporanea, dei conflitti innanzi tutto tra musulmani e occidentali, vedi Medio Oriente inclusa Palestina e Cipro, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan.

L’Ottocento, poi è il secolo delle colonizzazioni selvagge in Africa, che vede ancora l’Inghilterra occupare del tutto l’Egitto, la Sierra Leone, la Costa d’Oro, il Niger, la Colonia del Capo e il Natal. Si aggiunsero il Belgio nel Congo, la Germania nel Togo e nelle regioni dei grandi laghi Tanganica, Vittoria e Niassa, la Francia nella Guinea, in Algeria, Tunisia, Senegal, Costa d’Avorio e Marocco, ancora il Portogallo in Angola e Monzambico, infine la Spagna nel Rio de Oro, nelle Canarie e nel territorio di Tangeri.

L’Italia non è da meno con gli insediamenti in Eritrea, Etiopia, Libia e Somalia, quest’ultima in amministrazione fiduciaria italiana nel dopoguerra sino al 1960.

Tutte terre da sfruttare impunemente così che nel nuovo millennio agli europei viene presentato il conto; lo pretendono i discendenti di quei popoli.

La Francia, infine, nel 1945 avvia una lunga e perdente operazione bellica per tornare a impossessarsi del Vietnam, sua colonia dal 1880 (Indocina), e vi pone le premesse per il noto conflitto vietnamita del secolo scorso. Sconfitta a Dien-Bien-Phu nel 1954, lascia il posto agli Usa, che dal 1963 tentano inutilmente di arginarvi l’unificazione con il prorompente Vietnam del Nord di stampo comunista. Il 1975, spinti dalle pressioni internazionali e dallo spreco finanziario, sono costretti ad abbandonare il teatro di guerra che dal 1976 si proclama indipendente quale Repubblica socialista del Vietnam unificato.

Era già accaduto in Corea, subito dopo il secondo conflitto mondiale, dove gli americani avevano vanamente combattuto per evitare la fondazione di uno stato comunista. Lo stato che poi si è istituito al Nord, fonte di continui conflitti con il Sud occidentalizzato riversatisi ai giorni nostri.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, 16.02.2017)



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