Cultura
La guerra degli operai

Centenario della grande guerra (X)

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Manfredonia. Si è in guerra e occorre dare impulso alle industrie già esistenti, e fondarne di nuove, per fornire al massimo delle loro potenzialità l’armamento e i mezzi occorrenti.

Da ricordare che l’Italia, alla deflagrazione europea si sorprende prevalentemente agricola, infatti, la produzione di acciaio è di novecentomila tonnellate contro i diciassette milioni e seicentomila della Germania, i sette milioni milioni e ottocento dell’Inghilterra e i quattro milioni e seicento della Francia.

Lo Stato, una volta decretata la cobelligeranza affianco all’Intesa, nonostante le contrarietà della nazione, allo scopo di ottimizzare le commesse belliche istituisce nel 1915 il Ministero delle Armi e Munizioni, che si dirama con due uffici, l’uno per le ispezioni e l’altro per le richieste, con tre ripartizioni quali mobilitazione industriale, servizi generali, servizio tecnico armi e munizioni, e con tre direzioni: aeronautica, artiglieria e genio.
Gli uomini validi, sei milioni su sette, sono al fronte e di conseguenza sorge l’esigenza di mobilitare donne e minorenni, oltre ai contadini e agli artigiani rimasti in congedo.

Il numero delle operaie raggiunge duecentomila e si annoverano settantamila ragazzi entro circa un milione complessivo di reclutati. Il dramma è che mentre gli imprenditori incrementano il capitale, ai lavoratori, con la motivazione dello stato di emergenza, viene tolto, anche se non è granché, ogni conquista sociale ed economica che il movimento aveva guadagnato con i propri sacrifici.

L’Ansaldo di Genova, per farne un modello, allo scoppio del conflitto conta un capitale di trenta milioni, incassandone cinquecento al termine di esso. Dalla FIAT, col gaudio dei capitalisti, escono migliaia di quattro ruote e mezzi pesanti per l’artiglieria. Una forte ripresa industriale alla quale contribuisce l’aver disciplinato la mano d’opera perfino a sedici ore giornaliere, abolendo fra l’altro le festività.

I disertori, sovente per un giorno, generalmente il lunedì e pertanto sono chiamati “lunedianti”, iniziano a preoccupare la classe dei padroni, i quali non si fanno alcuno scrupolo nell’avocare l’esercito.
Agli adolescenti figli di combattenti spetta l’erogazione di un sussidio, però sino al dodicesimo anno, l’età quando i comandi militari li conducono a faticare nella manutenzione stradale, nell’asportazione e trasporto di materiali, nel rifornimento ai soldati e quasi sempre percorrendo lunghi tragitti, alla stregua di deportati.
Chissà se c’era tra questi piccoli disgraziati chi avrebbe assaggiato il suo non lontano e tragico futuro per mano nazi-fascista.

La situazione umana dei lavoratori si avvilisce con l’aumento degli infortuni sino a toccare il raddoppio e c’era da aspettarselo: il numero maggiore delle vittime intorno al 34% si diffonde negli stabilimenti metallurgici e meccanici calando, ma pur sempre grave, nelle fabbriche chimico-esplosive, nell’edilizia e nei siti di estrazione.
Lo Stato, quindi, non sta semplicemente a guardare, e già sarebbe una colpa politica, ma emana brutalmente una legislazione che non solo modifica le regole dei turni di lavoro domenicali e del riposo, come si è detto, ma concede agli industriali di assumere, si fa per dire, migliaia di donne prive di garanzia e di trasferirle in fabbriche quasi sempre inappropriate al loro stato.

Si lavora sia di giorno sia di notte frantumando ogni norma precedente sugli orari e si adottano drastiche sanzioni per evitare allontanamenti dalle fabbriche, rifiuti di obbedienza e minacce, sguinzagliando la Guardia di città, una istituzione che sarà sostituita dal governo Nitti nel ‘19 con il Corpo della Regia Guardia per la pubblica sicurezza, la futura Polizia si Stato.

Identica severità punitiva identifica le pene comminate a donne e minori. La sopportazione è all’apice, foriera naturale di contestazioni e scioperi, dove i padroni si trovano a fronteggiare il penoso comportamento dei militi al cospetto delle lavoratrici e dei piccoli.

Alla protesta si associano ingenti masse di operai, sospinti vuoi ideologicamente vuoi dall’estenuazione di un’annosa guerra, e invadono le piazze di Livorno, Milano, Napoli, Terni e Torino.
Esplode così la tragedia dei quarantuno morti a Torino, assassinati dalla repressione militare.

Una replica si sarebbe purtroppo evidenziata in piena repubblica democratica durante gli scioperi di Reggio Emilia nel 1960, in cui le forze dell’ordine, composte da trecentocinquanta poliziotti oltre a carabinieri, lasciarono sul selciato cinque dimostranti uccisi. Ce ne furono altri sei in quei giorni, un po’ dappertutto nella nazione, colpa di un editto del primo ministro Tambroni che concedeva libertà di aprire il fuoco in situazioni di emergenza.
Misera rivalsa di popolo fu il risvolto del ministro dimissionato.

Genova aveva già dato il suo contributo nella serrata del 1904 con acerrimi scontri e feriti e il sospetto che i governi, guerra o non guerra, potessero limitare le attività sindacali era già incombente; il ministro della guerra scriveva a Giolitti denunciando il giornale “La pace”, pagine di vilipendio all’esercito e per creare l’odio nella gente. Il 1901 in Italia erano esplose ben milleseicentosettantuno manifestazioni e allora il “Corriere Piceno” del 17 agosto aveva scritto, preconizzando tragedie umane “Se tutti questi scioperi quotidiani, anche di mestieri minuscoli, intendano, come sembra, a forzar la mano, noi temiamo che sieno destinati a sortire, poche eccezion fatte, contrari se non tristi effetti”.

“Entrando alla Fiat – scrive un organo di stampa sindacale il 22 marzo 1916 – gli operai devono dimenticare in modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi ad essere considerati come utensili” .
E l’utensile quando si rompe, o non serve più, lo si butta via.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, Manfredonia 16.11.2016)



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