Macondo

Macondo – la città dei libri

Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

∞ Ortaggi letterari ∞
di Roberta Paraggio

Antonio Pablo Luna Coll è diventato fruttivendolo per sfuggire alla Spagna di Franco, suo figlio è diventato fruttivendolo per pura proprietà transitiva, suo nipote, è diventato infine imbianchino, forse per sfuggire alla mole infinita di patate da pelare, di purè da fare, di verdure da mettere ben in mostra, e non ultima motivazione, di nome di successo da rispolverare e mantenere. No, la sope maiorchina non era il suo futuro, lui preferisce imbiancare case vuote e risuonanti, come la sua, quella volta che l’ufficiale giudiziario portò via quasi tutti i mobili. Papà, fruttivendolo ereditario e senza vocazione, non aveva nessun fiuto per gli affari.


Frutta e verdura di Anthony Palou,edito dalla fiorentina Barbès, è un libro di ricordi di famiglia, ironico e malinconico. Palou raconta una saga familiare a colpi di carote, lattughe e sopa maiorchina, la zuppa che renderà celebre il nonno, commerciante il figlio e narratore il malaticcio nipote. La zuppa ha le tracce olfattive del ricordo, del mercato bretone di Quimper, dove gli affari si svolgono all’alba, dove Parigi è lontana e straniera, dove vecchie ricchissime e tirchie raccattano verdure marcescenti per conigli inesistenti.Ha l’odore dolciastro e pungente delle foglie di cavolfiore, delle sogliole freschissime di Marcel, pescivendolo nerboruto e tonante, accompagnato da Nicole, assistente culona e bistrattata.

Fa da sfondo ai rumori dei cassettini di legno che si affastellano vuoti,della bilancia del salumiere Jean Pierre, re del sanguinaccio, su cui Bob, la sua gattona dalla schiena inarcata si è appena pesata. Porta impressi i colori dei ritorni a Maiorca per le vacanze estive, della Spagna cinerina del caudillo che non vuole morire, dei vecchi a lutto preventivo che attendono quella morte seduti nei bar taciturni. Ha i colori delle olive, delle arance, e di una infanzia che si spezza. Ha il colore inesistente del punto di non ritorno.

Palou ha parole giuste per descrivere con un’ironia che non è mai distacco, tutte le sfumature della vita famigliare, glorie e fallimenti, litigi, imprecazioni materne e riconciliazioni. Già giornalista delle pagine culturali di “Figaro” è un Arcimboldo francese munito di parole, con gli ortaggi compone il ritratto di chi alla fine ce la può fare, nonostante i fallimenti, le tris di cavalli andate a male, nonostante la malattia. Palou sa scrivere della malinconia che si prova nel sapere che qualcosa non tornerà, e questa malinconia sa tenersela stretta. La sa dipingere come fa il protagonista, in un acquerello di tempi migliori,spazzato via dall’acquerugiola bretone.

Anthony Palou, “Frutta e verdura”, Barbès 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Per niente vegetativo
_______________________________________________________

∞ L’ultimo dei soldati ∞
di Piero Ferrante

Giuseppe Lupo ha cesellato attorno a “Soldati del re” l’epiteto di “polittico narrativo”: modo per evidenziarne il valore artistico, pari quasi ad una pala d’altare, ad una tela rinascimentale, ad una scultura marmorea dalla raffigurazione mitologica. La casa editrice Hacca, nell’anno del Signore 2012, ha ripreso il “polittico” di Carlo Aianello, datato 1952 (edizione originale della Mondadori), l’ha spolverato con la dovuta attenzione, ha riportato alla luce i colori originari e, toltolo dal magazzino del museo, l’ha ripiazzato nell’abside della chiesa di Santa Letteratura Italiana.


Fuor di metafora, ‘Soldati del re’ è una catena di episodi risalenti al primo Risorgimento. Argomento, questo, particolarmente caro ad Aianello che, fra 1942 e 1963, dette corpo ad altri due romanzi simili: ‘L’Alfiere’ prima e ‘L’eredità della priora’ poi. Rispetto a quelli, esegesi romanzate dei vittoriosi giorni dell’affrancamento italico dall’oppressione straniera (1861), Soldati del Re sposta le lancette del narrare indietro di qualche anno. Nella Napoli delle barricate e dell’orgoglio popolare, gravida di sogni e di speranze di cambiamento, scenografia cartonata ma vivida su cui si muovono personaggi diversi, opposti, contrastanti. Tutti identicamente impegnati e tutti identicamente convinti della bontà delle proprie battaglie. Anime pugnanti intrappolate in corpi votati alla difesa dell’ideale: la libertà da un lato, il re dall’altro.


In ‘Soldati del Re’, Alianello porta in scena l’umanizzazione della lotta, l’antropizzazione dello scontro, la personificazione della polvere da sparo. La guerra diventa faccenda tra vinti e vincitori, tutti egualmente posti alla sbarra del Tribunale dell’attimo supremo. Alianello li plasma, li crea, li fa muovere. Pur partecipando delle loro sorti, non parteggia. Li ammira con sguardo intenerito, si commuove e si emoziona; ma non tifa. Nei loro passi l’obiettivo finale, lo sbocco è uno: il sacro, la maturazione della fede. E gli uni e gli altri si fondono in un tutt’uno popolare. Umili i realisti, umili i repubblicani. Umili le vie che conducono ad incontrarsi. Come Viulante, attricetta scalcagnata zita dell’insorto Peppino, ingenuo avvocato perito più per sbaglio che per ardore ideale e, intanto, invaghita di un ‘soldato del re’ ferito ed in fin di vita.

A differenza delle grandi epopee garibaldine, dei grandi sogni mazziniani, dei grandi piani piemontesi, in Alianello il viso della Storia si distorce in guerre personali e non collettive. Vicende individuali, che interseca in una saga breve ed intrigante, condita d’una prosa ottocentesca mai fastidiosa. Un racconto popolare, una storia silenziosa, un sussurro modesto.

Carlo Alianello, “Soldati del Re”, Hacca 2012
Giudizio: 3 / 5 – Risorgimentale
_______________________________________________________
SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione

IL GIARDINO SUL MARE (Merce Rodoreda,LaNuovafrontiera)
Ho appena conosciuto questa scrittrice spagnola e già non vedo l’ora di continuare a leggerla!
Il giardino sul mare è una delicata storia d’amore… anzi, di amori, passati e presenti. Delicata come il profumo dei fiori di un giardino che immagino essere meraviglioso. Sul mare, appunto!
La voce narrante è il giardiniere, che cura i fiori ma a volte anche le emozioni dei “signorini” che arrivano a giugno in villa per trascorrere l’estate e ripartono a settembre. E mentre il giardiniere conduce la sua vita tranquilla nel ricordo della sua Cecilia, i giovani abitanti della villa e della casa vicino recano i loro tormenti e le loro passioni, che a volte arrivano a lui dai racconti in prima persine e a volte tramite i “pettegolezzi” delle donne di servizio.
Il giardiniere però, pur imparando a conoscere i loro tormenti, non può fare molto per autarli ad alleviarli. E il profumo dei suoi meravigliosi fiori, di cui lui si occupa con tanta cura, non si sà se sia più rilassante o più inebriante!
_______________________________________________________

CONSIGLIATI DA STATO E DALLA LIBRERIA STILE LIBERO
MACONDO TV IV PUNTATA



LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Corrado Augias, “Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone”, Rizzoli 2012
2. Luisa Staffieri, Tiziana Rinaldi, “La cometa di Giove”, Mammeonline 2012
3.Elmore Leonard, “Gibuti”, Einaudi 2012
_________________

UN RICORDO PLACIDO.
L’articolo che segue è di Salvatore Scimeca ed è tratto da ilmanifesto del 10 marzo 2012

Di lui doveva scomparire anche il ricordo, non solo il corpo. Ma ora, a 64 anni esatti dall’omicidio del sindacalista Cgil che si era schierato al fianco dei contadini e contro la mafia, quelle ossa hanno finalmente un nome
Numeri, nomi, ossa che si sbriciolano nell’umidità dell’abisso, dentro una grotta di Rocca Busambra, nei sotterranei di un tribunale, nelle coscienze macchiate degli uomini, nei ricordi che si affievoliscono, e non per il tempo che passa, ma per una folle malattia dentro la quale stiamo precipitando, anch’essa abisso senza ritorno.
Da quando è morto mio padre vado spesso al cimitero del mio paese. Cammino tra le tombe, guardo le foto di chi ho conosciuto, li saluto come facevo quando li incontravo per strada o in piazza, o al bar, o alla vecchia sezione della Camera del Lavoro, scambio con loro due chiacchiere, cerco i vecchi che conosco solo per nome, o nei racconti di chi li ha conosciuti, e per questo mi sembrano familiari nei tratti incorniciati di foto sbiadite dal tempo e dalle intemperie. Mi sento un po’ matto a parlare coi morti, ma mi fa bene. Mi aiuta a guarire. Arresta per un attimo la folle caduta negli abissi. Odio il romanticismo. Odio la retorica, sia essa borghese o anche proletaria. «Parla come mangi e scrivi come parli» mi dicevano i vecchi quand’ero ragazzo e m’imbevevo di libri.
Iniziamo da capo, per chi non conosce la storia, raccontiamola questa storia, ne vale la pena. Uno dei motivi che mi hanno spinto a fare il film su Placido Rizzotto, è che non aveva una tomba. Sua sorella, quando l’andavo a trovare a Corleone, mi diceva: «Giusto ti pare che non posso andare neanche a portare un fiore sulla sua tomba?». A me non pareva giusto, tante cose non mi parevano giuste, ma questa mi appariva la più ingiusta di tutte.
Placido Rizzotto è stato ammazzato a Corleone nel 1948. È stato ammazzato da quella bestia di Luciano Liggio (che era così falso che persino col nome imbrogliava, si chiamava infatti Leggio) e dalla sua accolita di mafiosi malfattori. Perché è stato ammazzato? Perché si era messo in testa di «raddrizzare le gambe ai cani». Guidava i contadini nelle occupazioni delle terre. Niente di più e niente di meno, che un atto di giustizia, un atto di giustizia non rivoluzionario, ma il rispetto di una legge dello Stato italiano che porta il nome del Ministro Gullo.
Placido aveva trent’anni quando è stato ammazzato. Era un contadino povero che aveva fatto la guerra, e dopo l’armistizio se n’era andato coi Partigiani. I partigiani gli avevano insegnato a essere uomo. Gli avevano insegnato cos’è la dignità, l’onore, la giustizia, gli avevano insegnato a combattere per la libertà. Tornato a Corleone non poteva darsi pace. Era giusto, si chiedeva, che migliaia di contadini pativano la fame, mentre poche famiglie vivevano nell’abbondanza? Era giusto che le terre dovevano essere di pochi nobili (altro che Gattopardi, miserabili e senza dignità erano quella genia di principi e baroni) che le lasciavano incolte o le affidavano ai mafiosi?
Non era giusto, e per questo organizzava i contadini nella Camera del Lavoro e li guidava nell’occupazione delle terre. C’era un feudo a Corleone, lo Strasatto (che bello! Oggi su quelle terre lavorano i ragazzi di Libera e producono vino, pasta, olio) ma sullo Strasatto aveva messo gli occhi Luciano Liggio. Ecco perché è stato ammazzato Placido Rizzotto.
Ma i mafiosi di Corleone non si sono limitati solo ad ammazzarlo, di lui doveva scomparire anche il ricordo. Era un monito, un avvertimento a quelli che erano ancora vivi. Doveva scomparire dalla faccia della terra. L’avevano preso e buttato nella «ciacca» di Rocca Busambra, una grotta che precipita nell’abisso della terra. E insieme al corpo di Placido, in quella grotta hanno buttato anche carcasse di animali, mucche, pecore, asini, affinché si confondesse e non potesse essere più ritrovato.
Ma qualche anno dopo a Corleone era andato un giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che in quella grotta era andato a cercare i resti di Placido, e li aveva trovati. Ma i giudici dovevano assolvere assassini e mandanti, per questo quei miseri resti non potevano essere di Placido (non c’era ancora l’analisi del Dna). Anche Pio La Torre, il giovane studente universitario malato pure lui di giustizia, era andato a Corleone per continuare a occupare le terre, ma lo Stato, non potendolo uccidere, l’aveva arrestato.
Ora, che finalmente, le ossa di Placido hanno un nome, spero che qualcuno si preoccuperà di dargli anche una tomba, così anch’io potrò andare a lasciargli un fiore e scambiare due chiacchiere.
Certo il processo contro mandanti e assassini materiali non potrà più riaprirsi, sono tutti morti, ma come sarebbe bello che quest’anno (a vent’anni dalle stragi di Falcone e Borsellino e a trent’anni dagli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa) si potesse aprire un processo morale contro quello Stato che all’epoca si schierò con la mafia contro i suoi cittadini.

[In collaborazione con la Libreria StileLibero di Foggia]
Per consigli, precisazioni, indicazioni, suggerimenti, domande, curiosità, collaborazioni, dubbi, potete scrivere a macondolibri@gmail.com

Vota questo articolo:
0

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Articoli correlati