Ricordi di storia
A cura di Salvatore Aiezza

Gli sfollati dopo i bombardamenti dell’estate 1943 – “L’esodo”

"La sera, però, il ritorno a casa era sempre una festa"

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Foggia. In occasione della ricorrenza del terribile bombardamento del 19 agosto 1943, a seguito del quale la popolazione, già stremata e distrutta dalle incursioni del 22 luglio, abbandono’ definitivamente la città e ogni suo bene, in molti casi anche i corpi dei loro cari rimasti vittime delle bombe, vorrei ricordare, specie alle nuove generazioni, proprio questa ulteriore triste vicenda che accompagno’ i nostri nonnie della quale poco si parla.

Lo “sfollamento”, in realtà fu una strategie fisica e psicologica, adottata dalle popolazione civili delle città colpite dalle bombe e mitragliamenti, attraverso i quali la guerra combattuta entrò anche nelle città italiane, toccò e ferì spazi e tempi non militari, costrinse a vivere quotidianamente con le sirene degli allarmi e il buio del coprifuoco. Per noi che non abbiamo vissuto direttamente quei giorni, le immagini che si formano ai nostri occhi, attraverso il racconto di insigni e autorevoli commentatori e le testimonianze degli anziani, giungono sino al triste avvio dell’esodo: carovane di persone, grandi e piccoli, che si muovono da Foggia, a piedi o con qualsiasi mezzo di fortuna, verso strade oramai irriconoscibili e tratturi, con le loro masserizie e ciò che restava di quel poco che le bombe avevano risparmiato, diretti verso luoghi ove mettersi in salvo. Quelli che andavano più lontano, verso il centro e nord Italia, si avventuravano verso le stazioni(dato che quella di Foggia era distrutta) di Rignano, Incoronata e Cervaro, per “ammassarsi” su un treno che li avrebbe portati via dal luogo della tragedia. Sono come flashback che ci ritornano in mente tutte le volte che i mass media mostrano le foto o i video di quanti sono ancora oggi costretti ad abbandonare le loro case nei Paesi dove la pace è ancora lontana, in cammino, paurosi e sconvolti, verso luoghi che non conoscono. Allora pensiamo che proprio queste dovevano essere le immagini che avremmo visto se fossimo stati presenti in quella estate del ‘43 a Foggia.

Pensate che alcune persone molto anziane, con le quali ho avuto modo di parlare, hanno confessato che sino ad allora non erano mai, dico mai, usciti dalla città che, non dimentichiamolo, era in condizioni economiche tutt’altro che floride. Di conseguenza, per tanti nostri concittadini, avviarsi subito dopo i bombardamenti ancora con il sibilo delle bombe nelle orecchie, il frastuono della distruzione e il terrore nei loro occhi, verso luoghi sconosciuti, è stata una vera tragedia nella tragedia e molti di costoro avevano dovuto abbandonare congiunti e amici feriti a morte o dispersi sotto le macerie oppure negli ospedali o chissà dove, cosa che aggiungeva angoscia e tristezza all’amaro esodo. In più di un’occasione, poi, dopo l’armistizio dell’8 settembre ed a seguito dello sbandamento delle truppe tedesche, incalzate dagli sbarchi e dalla penetrazione nell’Italia insulare degli alleati, gli sfollati furono costretti ad assistere agli episodi di guerriglia militare messi in atto da Nazisti. A San Severo, il 9 settembre ed a Troia in particolare, la sera dell’8 settembre. Questi episodi riaccendevano in quanti avevano trovato riparo presso quei centri, paure e angosce che avevano appena cercato di rimuovere dai loro occhi.

La “partenza”, l’esodo degli sfollati, in genere avveniva subito dopo i bombardamenti. Già alla fine di maggio molti avevano abbandonato le loro case, forse prevedendo che qualcosa di brutto stesse per accadere, ma la maggior parte lo fece dopo i bombardamenti del tragico 22 luglio e, quei pochi rimasti o che fecero ritorno , specie gli impiegati precettati, dopo il 19 agosto. I gruppi familiari, tante persone in preda allo sbandamento seguito allo shock subito, i sopravvissuti e gli altri, si dirigevano, di norma, verso Piazza XX Settembre, la Stazione FF.SS. Piazza Cavour, Via Lanza, dove c’erano i camion dei tedeschi, i carretti e altri mezzi di fortuna pronti a trasportarli verso la nuova destinazione (proprio come oggi vediamo nei film e nei vari telegiornali quando si parla di “esodo” dalle zone di guerra specie nei Paesi del Terzo mondo). Il trasporto avveniva a volte in modo gratuito. Spesso pero bisognava pagare chi dava un passaggio dando fondo agli ultimi spiccioli rimasti.

In seguito al primo grande sfollamento, dopo il 22 luglio, la situazione a Foggia divenne drammatica, tanto da costringere il Generale Comandante del IX Corpo d’Armata: S.E. Quirino Armellini, constatato l’esodo di moltissimi cittadini e il quasi impossibile funzionamento degli Uffici Pubblici ed attività private, ad emanare un’ordinanza ( in data 31 luglio) con la quale si obbligava tutti gli impiegati pubblici e ai commercianti ed artigiani, a rientrare in città. Lo stesso Generale, però, successivamente, quando a Foggia divenne anche oggettivamente impossibile restare, diramò un ordine che permetteva a donne e bambini di viaggiare gratis in treno. La maggior parte degli sfollati si avviò verso i comuni della prima cinta del Subappennino Dauno Meridionale, in particolare Troia, con quasi diecimila sfollati e dove, com’è noto, vennero anche trasferiti gli uffici pubblici più importanti di Foggia, e Lucera; ma anche a San Severo e alcuni paesi dei cosiddetti “Cinque Reali Siti” – Orta Nova, Stornara e Carapelle – sino a Cerignola.

Tanti si spinsero più lontano, sino a Faeto e verso il Subappennino Dauno Settentrionale: Roseto, Pietra Montecorvino, Alberona; minore fu invece l’afflusso verso il Gargano quello e oltre provincia. Alcune famiglie foggiane proseguirono il loro viaggio verso l’Abruzzo, le Marche ed anche verso l’Emilia Romagna dove potevano contare su appoggi e conoscenze. Scappavano dai bombardamenti ma presto si ritrovarono vittime della furia tedesca che “resisteva” sotto l’incalzare degli alleati che procedevano verso nord. A Sannicandro Garganico gli sfollati vennero ospitati nel Convento di Santa Maria delle Grazie. Ma ovunque arrivava, questa povera gente veniva accolta dalle popolazioni locali con grande solidarietà e generosità, pur vivendo essa stessa in condizioni economiche tutt’altro che floride. In taluni casi si crearono appositi comitati di accoglienza e assistenza. Tutti, infatti, avevano compreso di quale gravità fosse la tragedia abbattutasi sui loro conterranei. Tranne qualche sporadicissimo caso, non si segnalavano, nei rapporti ufficiali di Questore e Prefetto al Capo della Polizia e al Ministro dell’Interno, situazioni di conflitto tra residenti e nuovi arrivati.Il più evidente fu forse quello di Torremaggiore che, quasi, insorse, contro l’arrivo di una sessantina di postelegrafonici.

Nei giorni che seguirono i bombardamenti più violenti, molto opportunamente e provvidenzialmente,il Vescovo di Foggia, Mons. Farina, provvide a trasferire il Sacro Tavolo presso la chiesa Collegiata della S.S. Annunziata di San Marco in Lamis.

Il Sacro Tavolo tornò a Foggia subito dopo il Conflitto, dopo l’occupazione militare della città di Foggia da parte delle truppe anglo-americane ed a seguito di vive richieste del popolo foggiano, che man mano rientrava in città; venne riportato nella Chiesa Madre il 13 agosto 1944, accolto da una fiumana di popolo che lo trasportò processionalmente da S. Marco in Lamis in una commovente manifestazione di fede che fece rimanere estasiati le truppe straniere che presidiavano la città e che, in quella occasione, si prodigarono nei servizi di ordine pubblico. A Troia trovarono invece riparo la Madonna dell’Incoronata e l’Addolorata liberatrice dal colera che si trovava (e ancora si trova) presso la Basilica minore di San Giovanni Battista.

Anche l’allora Prefetto di Foggia, il Dott. Guido Paternò, che rimase in carica sino ad agosto del 1943, e che era subentrato al Dott. Giovanni Dolfin (che sarebbe poi diventato Segretario particolare di Mussolini nella Repubblica di Salò), constatando l’assoluta impossibilità di funzionamento degli uffici pubblici cittadini, quasi tutti impraticabili e rimasti senza personale, e a sua volta privato della casa, con moltissime difficoltà nel reperire prodotti alimentari e in tanti già sfollati in provincia, dispose il trasferimento di tutti gli uffici nei Comuni limitrofi. Proprio Sua Eccellenza, il Prefetto, prima di abbandonare egli stesso la città per raggiungere Bovino, sede “sfollata” della Prefettura, inviò un telescritto al Ministero dell’Interno ma, essendo le linee telegrafiche, come tutto il resto, inutilizzabile, dovette servirsi del telegrafo di Cerignola. Venne data al capo dell’ufficio interessato, la discrezionalità nell’individuazione la sede più idonea ove alloggiare l’ufficio tenuto conto delle eventuali offerte e disponibilità di immobili.

A Troia, insieme al Comune, “sfollò” anche l’ultimo Podestà, Giovanni Pepe, che prese anche la carica di Podestà di Troia. Dunque, in una Foggia dall’aspetto “spettrale”, altro non si poteva se non la pietosa ricomposizione, quando e se possibile, dei morti e la loro sepoltura. Un aiuto venne dai soldati rimasti, quelli del Presidio militare e dell’Aeronautica, dai Carabinieri e dai sacerdoti che non avevano avuto la loro chiesa distrutta.

Gli sfollati che ne avevano la possibilità, vennero ospitati da congiunti, per gli altri furono messi a disposizione, dove c’erano, gli edifici delle scuole elementari e i locali annessi a chiese o conventi. Molti palazzotti signorili vennero aperti dai loro proprietari per ospitarvi gli sfollati, ma le case private furono quelle che accolsero buona parte dei nuovi arrivati. Essendo peraltro queste case piccole e in genere a piano terra, spesso i nuclei familiari erano costretti a separarsi tra vari alloggi. Molto spesso, poi, si poteva capitare in vecchie case che non venivano aperte da anni e le cui condizioni erano a dir poco fatiscenti: muffa, insetti, poca luce, materassi sporchi e umidi, ma nessuno ovviamente protestava e si accettava, sia pure a malincuore, di vivere in quella situazione, anche arrangiandosi in più persone in piccoli locali a causa per esempio della presenza di bambini piccoli. Non di rado, molte donne subito dopo il primo impatto scoppiavano a piangere pensando a ciò che in un attimo la follia della guerra aveva distrutto; alla loro casa, a tutto quello che avevano dovuto abbandonare, obbligandole, così, a cambiare vita. Immaginatevi i bambini, strappati in un niente alla loro casa, ai loro giocattoli e ai giochi per strada, ai loro amici e affetti a volte, purtroppo, persi per sempre, diventavano tristi e sopraffatti dal pianto. In questi casi l’opera di “supporto” psicologico che involontariamente ma con grande amore svolgevano coloro i quali davano ospitalità, fu determinante.

Se nelle case, dunque, si cercava di tenere uniti i nuclei familiari, nelle scuole, invece, si creava una certa promiscuità in quanto gli ampi spazi venivano solitamente divisi in fretta con tavoloni di compensato o semplici teli; sul finire dell’estate, in molti paesi, come per esempio Faeto, Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis ecc., accadeva che il freddo si faceva già pungente mentre le coperte non bastavano per tutti nonostante la gara di solidarietà tra gli abitanti.

Nell’ultimo periodo, dopo l’arrivo degli alleati, a volte erano i soldati americani che donavano qualche coperta o, più in genere, i pesanti paltò in loro dotazione. Ma tanti altri furono i disagi. A Bovino, per esempio, l’afflusso in massa di oltre duemila sfollati foggiani causò gravi difficoltà nel soddisfare l’alimentazione e già il 24 luglio 1943 risultavano assorbite tutte le scorte di farina, pasta e grano. A Castelluccio dei Sauri, per la loro sistemazione, il Podestà locale dovette ricorrere all’uso di due aule scolastiche mentre ad Orsara furono approntati ripari in località Giardinetto.

Il dato univoco è quello, però, della forte unione che sùbito venne a crearsi tra la nostra ospitale gente della provincia e i nuovi arrivati che venivano trattati nella stragrande maggioranza dei casi come persone di famiglia. Certo non mancava – ma la percentuale era molto bassa – il solito “sciacallo” che, sulla disperazione degli altri, cercava di trarre qualche profitto, chiedendo per esempio denaro o altri beni per continuare a tenere in casa gli sfollati. In linea di massima, però, erano questi che si mettevano a disposizione, spontaneamente, ricambiando con servizi di pulizia, stiratura, lavaggio della biancheria o portando i panni alle “fiumare” (piccoli laghetti naturali o artificiali dove le donne lavavano i panni depositandoli in grosse ceste tenute sulla testa), o anche con altri servizi e lavoretti.

Ben presto i nuclei formati dai nuovi arrivati si integrarono con i residenti condividendone vita e abitudini; risalgono a quel periodo anche tante conoscenze che sfociarono poi in matrimoni e nuovi nuclei familiari che finirono per risiedere stabilmente in quei centri o che scelsero di trasferirsi a Foggia, a guerra finita. Per molti sfollati i momenti peggiori si vivevano quando sentivano da lontano il sinistro rombo del “passaggio” dei bombardieri che continuavano a prendere di mira Foggia e vedevano la loro città, sinistramente illuminata a giorno, dal fuoco degli spezzoni incendiari e dalle fiamme che si levavano alte (tanto appunto da essere facilmente visibili da Troia, Carapelle, Lucera, come in tanti, purtroppo, ricordano ancora), nel suo cielo dal quale scendeva, oramai, soltanto la morte. Al di là del ritorno dell’incubo di essere colpiti che prendeva ognuno, l’angoscia più grande la si viveva quando mariti e padri dovevano recarsi a Foggia o in qualsiasi altro Comune per lavorare.

La sera, però, il ritorno a casa era sempre una festa, anche nella tragedia appena sfiorata, infatti, pur in una dignitosa povertà e con le razioni tristemente ridotte, non mancava mai di che mangiare e tutti uniti intorno al tavolo, riuniti al caldo del camino, la sera si cenava e ringraziava il Signore per aver fatto tornare a casa i propri cari.

(A cura di Salvatore Aiezza, Foggia 17.08.2016)



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Commenti


  • Le barriere frangiflutti di Manfredonia patrimonio dell'UNESCO

    Foggia ha pagato un tributo altissimo di sangue dopo l’estate del 43..

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