Manfredonia
A cura della signora Paola Prencipe

Manfredonia, “Il fidanzato mancato di mia nonna paterna”

Di:

Manfredonia , 17 agosto 2016. Nonna Francesca Paola (1890-1966), figlia di Domenico Granatiero e Raffaella Castigliego, spesso raccontava che suo padre per lei, figlia primogenita di 7 sorelle e 2 fratelli, non voleva mai darla in matrimonio a nessuno, trovava sempre difetti in tutti. Ambiva per ella un matrimonio dignitoso e prestigioso. Quando si presentò mio nonno Gaetano Prencipe (1886-1952), che era un maestro “d’ascia”, non esitò più. Per essere un artigiano, a quei tempi, significava che fosse una persona creativa, intelligente e di volontà. Una volta non c’era la tecnologia di oggi che facilita tutto e non dà la propria impronta del momento, ma tutto è piatto e troppo perfetto, che si cade nella ripetitività a catena; per cui oggi tutto è uguale alla perfezione, mentre prima si parlava di possibilità simili e di creazioni veramente personalizzate. Fu preparato per lei un ricco corredo per preziosità, quantità, ricamato da lei e dalle sue sorelle più piccole. Il suo mobilio, realizzato da esperti artigiani del posto, era tutto ad intaglio, fu esposto per 3 giorni per il corso, proprio vicino casa mia dove io abito.

Le sue cognate, altrettanto abilissime nel cucito e nel ricamo, pretesero lo specchio molato per l’armadio. Ambedue vivevano a Livorno; Fiorigia aveva sposato un Beverelli, che lavorava alla distribuzione pacchi delle ferrovie ed ebbero 3 figli maschi: Matteo(medico), Paolo(ingegnere) e Giuseppe (geometra del genio civile di Livorno), che sposò una sua cugina Graziella Palma. Il matrimonio si celebrò qui a Manfredonia e si festeggiò alla casa paterna della sposa, che trovasi di fronte al bar Gatta. Lo sposo, essendo già orfano di madre, espresse il desiderio di essere accompagnato all’altare dalla sorella di sua madre, zia Lucia. Ella aveva sposato un sarto originario di Monte Sant’Angelo, Angelo Cusmai, con la nascita di un solo figlio, che, da ingegnere, conseguì il brevetto della “pila atomica di Latina”.

A zia Lucia mancava molto il suo paese e giurò di non tornarci più; da allora per fare da madre a suo nipote chiese scusa a Dio nella confessione e il sacerdote le assicurò che il Signore l’aveva già perdonata. Quando mia nonna ebbe i primi due figli, zia Mattia (1916) e babbo (1919-2010), sia le cognate che le sue sorelle facevano a gara nel prepararle il corredino, di cui io conservo gelosamente qualcosa, che ho anche usato per le mie figliole e per mia nipote Mariapaola, nata il 19 gennaio 2012.

Mia nonna era molto rispettata e ben voluta da entrambe le famiglie; le sorelle la chiamavano “sciasciò” (che significava sorella maggiore). Il nonno Gaetano, in casa Granatiero, era molto stimato e tutti pendevano dalle sue labbra, per qualunque decisione familiare. Il fratello maggiore di nonna si chiamava Michele ed aveva ereditato da suo padre il barcone per trasporto merci “u trabbaccolo”; che poi vendette ed entrò in società con i fratelli Francesco e Antonio di Benedetto: con loro fu acquistato un camion ed ebbe inizio il commercio via terra. Le famiglie di un tempo erano quasi tutte intrecciate tra loro da vincoli di lavoro e che poi si agganciavano ancor di più con i vari comparizii, che spesso avvenivano per forte stima e solidarietà lavorativa : erano ad esempio compari con la famiglia Borgia, con i falegnami Lombardi ed altri ancora… Babbo mio, quando era ragazzino di circa 9 anni, cresceva sempre magrolino e sua madre, per farlo riprendere fisicamente, decise che durante l’estate avrebbe avuto bisogno di un cambiamento d’aria e così lo affidò ad un marinaio che commerciava la frutta via mare, tra Barletta e Molfetta: questi era anche un suo fidanzato mancato. Una notte, mentre l’imbarcazione si dirigeva verso la “bassa marina”, arrivò una forte tempesta ed il responsabile del carico incitava mio padre a stare sottocoperta, per evitare di scivolare in mare che era fortemente agitato. Mio padre, di nascosto, invece, essendo sicuro di saper nuotare, salì, furtivamente, sul ponte, perché era convinto che giù sarebbe rimastoaffogato dalle onde, che travolgevano tutto.

Tornò a casa dopo una decina di giorni non solo colorito ma aveva sviluppato anche un buon appetito che d’allora continuò sempre così, tanto è vero che spesso a tavola diceva: “mangiamo presto ancora nu scappa..scappa..”; oppure” pancia mia fatti capanna”. Ogni qualvolta, per strada, incontravamo quel vecchio marinaio, lui orgogliosamente, rivolgendosi a noi figli, diceva:” Io ho il merito di aver contribuito a far sì che vostro padre crescesse forte e studioso”. Anche babbo ne era convinto e riconoscente. Nonno Gaetano era solito ritirarsi la sera, dopo il lavoro, portando quasi sempre una “schaffett di pesci”, che a quei tempi era anche una forma di compenso in natura, per le prestazioni di continua manutenzione, perché una barca, sottoposta alla furia dei venti marini, facilmente ne era soggetta. La manutenzione più profonda veniva fatta in estate e la barca veniva portata all’asciutto, cioè a terra; i maestri d’ascia lavoravano molto di più in estate, sotto il sole cocente ed ecco l’uso delle loro pagliette, come si vede nella foto del mio articolo pubblicato il giorno sabato 13 agosto 2016 ore 11. Ecco perché mio padre era ghiotto di pesci; diceva di desiderarlo, anche, per la prima colazione del mattino. Quando tornava da Foggia, dove lavorava presso il Banco di Napoli con le mansioni di direttore responsabile nel settore: ”fidi bancari” e che per trent’anni scelse il pendolarismo convintissimo di non abbandonare né la famiglia e né principalmente la sua inequiparabile città, Manfredonia, porta del Gargano.

Sin da giù al nostro portone sapeva riconoscere se il pesce, che mia madre aveva preparato per cena, fosse fresco o semifresco. Prima di rientrare, sia d’inverno che d’estate, con noi, se lo raggiungevamo alla fermata del treno con mamma, che da poco anche lei tornava dal lavoro , come ragioniera al Banco di Napoli di Manfredonia, o senza di noi figli, era solito salutare zio Totonno (fratello vivente di suo padre) : entrambi si caricavano di affetto; sua moglie Maria, che mi aveva battezzato ed era la sorella del mio futuro suocero, per la loro cena ci aggiungeva anche qualcosa da far piacere a babbo, ecco così che io ho sempre mangiato le olive della campagna di mio marito Michele Falcone. Babbo poi passava da sua madre, dove, prima di salutarla, passava direttamente per la credenza o in cucina per trovare da rosicchiare sempre qualcosa. Qui nella sua città era anche “Presidente onorario-encomato diocesano”. Io sono stata la sua primogenita (1948) e mio fratello è nato dopo 4 anni; dopo 5 mia sorella Immacolata e dopo dieci anni l’ultima sorella Gemma. Per 4 anni sono stata figlia unica ed anche coccolata sia dai miei genitori che dagli zii e cugini più grandi di me. A mio fratello Gaetano mi sento molto legata sia per le sue prestigiose competenze mediche, che di aiuto morale. Come tradizione del pranzo di Ferragosto, nonno Gaetano nel magazzino del cantiere navale cresceva anche le galline e qualche galletto, che scorrazzavano all’aperto, dove c’era anche un giardino con fichi d’india, che facevano da barriera ai malviventi, oggi sostituiti da filo spinato e grate; per questa occasione sceglieva il galletto più vispo e gli facevano la festa. Mia nonna lo imbottiva a dovere e lo cucinava a ragù con gli “indorci” ed il formaggio pecorino. Un bel bicchierino di caffè sport,sempre fatto da mia nonna,completava il pranzo. I cugini Prencipe di nonno, partiti i primi del ‘900 per l’America, erano soliti spedire del caffè crudo a chicchi , che nonna ben attrezzata tostava, poi macinava e faceva il caffè ogni mattina, che, prima di andare al lavoro, gustavano insieme e da soli, mentre i figli maschi dormivano tranquilli, e le loro figlie femmine cercavano furtivamente di origliare ciò che: i loro genitori si comunicavano. Buon Ferragosto ancora dalla signora Paola Prencipe in Falcone.

Un’antica ricetta di famiglia per il: “Caffè sport”:
300 gr di caffè liquido e ristretto;
250 gr di zucchero;
300 gr di alcool puro per liquore, da unire alla fine (quando il caffè si è raffreddato); imbottigliare il tutto. Prima di servire è preferibile agitare la bottiglia, perché lo zucchero tende a depositarsi sul suo fondo.

Cin, cin e buona salute a tutti !!

(Manfredonia, la signora Paola Prencipe in Falcone – Manfredonia, 17.08.2016)



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Commenti


  • Lorenzo Gramazio

    Grazie Paola delle belle parole in uso nei tuoi ricordi di gioventù.A me fanno rivivere i ricordi belli che ho di mio nonno materno, Lorenzo Granatiero, anche lui proprietario e navigante sui ‘trabbacoli. Ci riunivamo. ogni sera, e lui ci raccontava, a noi nipoti piccoli, le disavventure patite nel vagabondare per l’adriatico. Navigazione , allora, a vela.Mi ricordo, che parlava del carico di ‘ciottoli’ dalle coste dalmate, per i costruttori dell’epoca. I viaggi a ‘Bascia mar’n,Per portare legna e carbone.Che bello quegli anni ( non c’era ancora la tv).Grazie ancora Paola……


  • Leo


  • Lorenzo Sportiello

    Ciao zia, è bello rivivere i ricordi di famiglia e scoprire il significato di termini persi nella memoria come ‘sciasció’. Capire perché ho sempre avuto una grande passione per il caffè sport ed ora so come preparalo 😄


  • Silvia grande

    Sempre commoventi i tuoi racconti!
    Un tuffo nei sentimenti e nell’affetto che legano i ricordi in un tempo e spazio sempre vivo!
    Grazie zia Paola…

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