Editoriali

Un decreto simbolico e frettoloso

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Decreto (st - corriere.it)

NEL senso, carico di significati tra loro anche contraddittori; e, in ogni caso, un decreto frettoloso e non esaustivo. Il Consiglio dei Ministri ha recentemente approvato il decreto legge(D.L.14.08.2013n° 93) in materia di sicurezza e per il contrasto alla violenza di genere, con l’obiettivo principale di combattere e prevenire il fenomeno della violenza sulle donne, nonché il femminicidio.”C’era bisogno – ha evidenziato il Presidente del Consiglio Enrico Letta – di dare un segno fortissimo e iniziare un cambiamento radicale nel modo di affrontare il tema”.

Gli obiettivi fondamentali: prevenire la violenza di genere, punirla e proteggere le vittime. Tra le misure approvate: l’aumento della pena per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, se alla violenza assiste un minore di anni 18 (la cosiddetta “violenza assistita”, uno dei fattori di rischio principali per la trasmissione intergenerazionale della violenza); provvedimenti contro lo stalking messo in atto anche attraverso strumenti informatici o telematici; l’arresto obbligatorio in flagranza per delitti di maltrattamento familiare e stalking. Viene data la facoltà di allontanare il partner violento, se c’è un rischio per l’integrità fisica della donna. Viene inoltre introdotto un permesso di soggiorno per motivi umanitari per le donne straniere che subiscano violenze nel contesto domestico.

Altro cardine del decreto, come è stato sottolineato dal Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri è che, in caso di stalking (al pari di quanto già previsto per la violenza sessuale e i reati sessuali nei confronti di minori) una volta presentata la querela, la stessa diventa irrevocabile, in modo da evitare che la vittima sia costretta a ritirarla sulla base di ulteriori minacce subite.

Ai processi che vedono le donne oggetto di violenza viene data corsia preferenziale ed è stato introdotto il gratuito patrocinio per le vittime di maltrattamenti, mutilazioni genitali femminili e stalking (in linea con la Convenzione di Istanbul), a prescindere dal reddito. Sarà, inoltre, coinvolto il settore della scuola e dell’istruzione, campo privilegiato di intervento per l’educazione alla relazione. Si investirà inoltre sulla formazione professionale dei soggetti (delle forze dell’ordine, della sanità, dei servizi sociali, ecc.) che hanno il compito di accogliere le vittime di violenza. Ora, è chiaro che un provvedimento legislativo era necessario; al pari dell’inasprimento delle pene (che non si sa quanto, effettivamente, varrà da deterrente), esso ha una forte valenza simbolica: dice che la violenza sulle donne è considerata un reato grave.

La querela irrevocabile è una nota dolens: “minorizza” la donna. Se da un lato è pensata per limitare il rischio che essa ritiri la querela in seguito alle minacce, dall’altro limita la sua libertà, intendendola come soggetto da tutelare, un po’ come i minori, appunto. Come scrive Michela Murgia, la non revocabilità della querela «è una grande responsabilità che lo Stato si assume perché chi impedisce alla vittima di revocare la denuncia deve poter garantire che l’inasprimento degli abusi non ci sarà. O che se ci sarà, la donna verrà protetta. Lo dico perché nella stragrande maggioranza dei casi dal momento della querela le cose per chi ha subito violenze cominciano a peggiorare».

Non solo, aggiunge Michela, «io ho sempre creduto che una donna debba avere la libertà di decidere se vuole o meno denunciare. Per questo non sono molto d’accordo con la procedibilità d’ufficio che prevede anche che possa essere il pronto soccorso a inviare una segnalazione a polizia e carabinieri. Questo vale ancora di più oggi: se una donna, a un certo punto, non se la sente di continuare l’iter processuale, deve poter fare un passo indietro. Non è giusto trasferire questo diritto alle forze dell’ordine. È un’ulteriore sottrazione che si fa a chi di violenze già ne ha subite parecchie.A monte, va perseguito, invece, il percorso di autoconsapevolezza e crescita/libertà individuale esperienziale e di certo anche materiale che aiuti le donne a scegliere e intraprendere tutto l’iter “dalla querela in poi”.

Manca poi del tutto nel decreto una proposta terapeutica per stalkers e violenti,eventualmente alternativa o da affiancarsi alla carcerazione o alle misure cautelari non detentive.Esistono già centri, soprattutto al centro-nord, di recupero per stalkers. Ma la riabilitazione psicologica in questo paese è ancora considerata un optional interessante ma che non passa per via preferenziale nelle leggi, come invece dovrebbe essere.Il decreto, dunque, è inesaustivo. E’ inesaustivo per la ragione più generale che è stato compiuto di fretta e male, la battaglia è culturale, inclusa quella al cyberstalking, e prevede interventi complessi che tutelino realmente e continuativamente le donne, ma senza vittimizzarle ulteriormente, e indichino percorsi di riabilitazione psicologica obbligatori per i violenti.

Si poteva fare di più, ben oltre l’operazione d’immagine istituzionale che si è inteso compiere attraverso tale strumento, che è poi primariamenteun pacchetto sicurezza. Ma il femminicidio, pure se scoperto dai media e preso in considerazione dalla politica solo di recente, non è fenomeno di oggi, la violenza maschile sulle donne ha un carattere strutturale e non certo emergenziale. Anche se non solo “per decreto”, passa il significatodell’emergenza,e ciò è improprio e distorcente.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile@ Redazione Stato)



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