Cultura
Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia

Il “brigante” Michele Caruso di Torremaggiore

Dalla biografia di Adele De Blasio, seguace di Cesare Lombroso, a quella dello storico di Capitanata Giuseppe Osvaldo Lucera

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Torremaggiore. ”Quando nel maggio del 2010 fu aperto al pubblico, a Torino, il celebre museo intitolato a Cesare Lombroso (il criminologo che Pino Aprile in Carnefici descrive come «il medico veronese di origine ebrea che “scoprì” al momento giusto, mentre il Sud veniva invaso e annesso, che i meridionali nascono delinquenti»), ricco di crani, scheletri, cervelli, maschere di cera e calchi in gesso di soggetti etichettati come portatori di condotte sociali devianti sulla base degli studi di fisiognomica e di frenologia forense, che guardavano all’aspetto fisico dei sospettati per connotare e individuare un criminale, sorse per reazione etica e culturale il Comitato Tecnico Scientifico «No Lombroso» con il fine di tornare a sottolineare il disvalore scientifico delle teorie criminologiche e di arbitraria devianza sociale sostenute da Cesare Lombroso, fondatore di una scienza ritenuta «erronea nei presupposti e nelle congetture, poggiata sulla tesi dell’uomo delinquente nato o atavico, riconoscibile dalla semplice misurazione antropometrica del cranio».

Come ricorda spesso il fondatore del Comitato, l’ing. Domenico Iannantuoni, cittadino illustre di Casalnuovo Monterotaro in Capitanata, «i teoremi lombrosiani hanno rappresentato il fondamento delle dottrine razziste, facendo sì che nel corso dell’Ottocento, nella nostra nazione, prendesse vita la teoria sulle “Due Italie”, con il Sud vittima di una pesante discriminazione fomentata dall’idea razzista su basi scientifiche di Lombroso e dei suoi allineati discepoli», tra i quali possiamo annoverare Luigi Pigorini, Giuseppe Sergi, Alfredo Niceforo, autori di scritti profondamente anti-meridionali.

Ebbene, la sorpresa e la scoperta di un altro tra gli «allineati discepoli», Adele De Blasio, giunge dallo storico dauno Giuseppe Osvaldo Lucera – insignito del premio “Stefano Capone” nel 2012 per le ricerche storiche effettuate sul fenomeno del Brigantaggio in Capitanata – con il testo Vicende di un’altra storia – Michele Caruso di Torremaggiore, edito dalle Edizioni del Poggio nel 2015. Adele De Blasio, nato a Guardia Sanframondi nel 1858, medico plurilaureato, è stato il primo biografo di Michele Caruso con un testo pubblicato nel 1909 e riedito nel 2002 da Capone Editore con il titolo Il brigante Michele Caruso.

Lucera analizza, studia e smonta, pezzo per pezzo, la ricerca storica di De Blasio, ritenendo le fonti storiche utilizzate infondate, false, di parte, costruite ad arte da un profondo estimatore «di quel governo, liberale e borghese, che il brigante Caruso aveva cercato di abbattere, utilizzando la sua attività guerrigliera e insurrezionale». È un testo, quello del De Blasio, che dimostra oltretutto il profondo connubio esistente, durante l’occupazione militare del Sud da parte dei Savoia, tra la classe della borghesia agraria meridionale e i piemontesi, oltre alla provata discriminazione razzista nei confronti dei contadini e dei braccianti.

Ma Lucera, a maggior supporto delle sue tesi, rivela negli scritti del De Blasio la presenza e l’utilizzo delle teorie di Cesare Lombroso sull’atavismo, ben 28 anni dopo la pubblicazione delle teorie di Charles Darwin sull’evoluzione della specie e sulla selezione naturale, che avevano ampiamente e abbondantemente dimostrato che erano del tutto infondate e irrilevanti le presunte ereditarietà della malvagità e della cattiveria. Tra l’altro, a dimostrazione ulteriore che fosse un seguace di Lombroso, De Blasio aveva pubblicato testi molti simili a quelli lombrosiani: I crani dei Lucani nel 1895, Delitto e forma geometrica della faccia tra i delinquenti napoletani nel 1901, L’orecchio dei napoletani normali e criminali e La pubertà dei napoletani normali e delinquenti nel 1906. Testi basati su teorie scientifiche mai validate, ma che costituivano un determinante sostegno alla dominante cultura politica borghese e liberale dell’epoca, quando bisognava giustificare – come scrive Pino Aprile nel testo sopra citato – l’aggressione senza dichiarazione di guerra, il saccheggio, le violenze, le esecuzioni senza processo, le migliaia di deportazioni di militari e civili, che avevano contraddistinto l’annessione di un Sud renitente e resistente.

Lucera, documenti alla mano, riporta la figura dell’insorgente e rivoluzionario Michele Caruso alla sua reale essenza storica, riabilitandolo come uomo e come patriota. Caruso fu un sognatore dall’animo semplice, spinto alla ribellione per difendere la rivalsa dalla povertà di poveri cristi provenienti da un’antica civiltà contadina portatrice di una cultura sana e primitiva; fu un guerrigliero, che seppe meritare il rispetto di blasonati e altolocati generali piemontesi, che ebbe il coraggio e l’audacia di sfidare e opporsi ai circa 60.000 uomini presenti in Capitanata nell’estate del 1863 per debellare le rivolte contadine e la più lunga e cruenta guerra civile dell’Italia unita; fu un insorgente che non riconobbe la nuova dinastia venuta dal Nord e i vecchi e nuovi camaleontici usurpatori loro alleati, sfrenati sfruttatori di un genere umano ridotto in schiavitù.

E come ha ricordato, in un convegno tenutosi a Lucera nel 2003, il primario ospedaliero Gianfranco Nassisi, appassionato studioso, i 1.500 briganti riconosciuti nel solo 1861 in Capitanata, gran parte dei quali uccisi o imprigionati, «odiati dalle autorità, dimenticati dai concittadini, disconosciuti dalla storia, … attendono ancora la giustizia che la storia, come Tacito insegna, col tempo giunge».

Pare che, grazie al pregevole testo di Giuseppe Osvaldo Lucera, questo tempo sia finalmente giunto, almeno per il «cavallaro» di Torremaggiore”.

Michele Eugenio Di Carlo
(Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia)



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Commenti

  • \…\ Una barbarie, d’ignominia militaresca, replicata dai “conquistadores” settentrionali, che avrebbero esposto, infilzate dai pali o conficcate dentro gabbie di ferro, teste mozzate di disgraziati meridionali.
    \…\ Per quei “civilizzatori” , ladri e felloni erano i partigiani in lotta per il Sud mai più oppresso \…\
    A Gioia del Colle, i bersaglieri abbattono con le scuri le porte delle abitazioni popolari, coloro che eludono la morte immediata vengono precipitati dai tetti.\…\ credono di scovare briganti dappertutto, persino nelle culle.
    Sul Gargano s’imporrà Nardella e nelle contrade di Gioia del Ciolle apparirà il Sergente Romano \…\ la guerriglia s’inasprirà con i comandanti Cosimo Mazzeo alias Pizzichicchio, Alessandro Shiavone nel foggiano, Rocco Chirichigno “Coppolone” nel marterano, Giuseppe Summa “Ninco Nanco” in Lucania \…\

    Melfi diverrà il quartiere generale di Carmie Donatello detto Crocco (affiancato da Caruso)
    Tratto da “La pulzella delle specchie” Piazza Editore Treviso 2001
    di Ferruccio Gemmellaro

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