Manfredonia
A cura di Paolo Cascavilla

Quella volta di Mistero Buffo a Manfredonia (con qualche tentativo di censura)

Mistero buffo è la storia dalla parte del popolo, dei diseredati, dei marginali e i giullari erano “cattivi maestri”

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Mistero Buffo fu rappresentato a Manfredonia nel 1975 ad opera del Collettivo Teatro popolare. Un gruppo di Monte S. Angelo che in una parrocchia organizzava cineforum, doposcuola e teatro, con una gran voglia di fare “teatro politico”, come tanti gruppi in Italia in quel periodo. Si iniziò con un testo di Garcia Lorca: Nozze di sangue. Una proposta di uno studente dell’accademia di belle arti di Foggia. Non funzionò. Ci fermammo alle prove generali. Si passò poi a un lavoro sulla Resistenza: un lungo percorso dall’avvento del fascismo fino alle stragi degli anni settanta. Lo spettacolo si concludeva con un testo di Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico. Fu accolto bene a Monte e a Manfredonia (teatro Pesante). Decidemmo, dopo quella prova positiva, in un eccesso di presunzione di mettere in scena Mistero Buffo. Un testo “sacro” del teatro popolare e politico, che solo Dario Fo sapeva e poteva rappresentare.

Partimmo con timore e facemmo delle scelte originali. A cominciare dalla lingua. Fu un lavoro di preparazione bellissimo: la “traduzione” in dialetto montanaro, la ricerca delle espressioni popolari, tante persone con cui entrammo in contatto, nelle cantine (allora ce n’erano tante), tra i pensionati, tra gli artigiani. Un lavoro collettivo. L’opera “Mistero buffo” è nata da una straordinaria ricerca sulla cultura popolare del Medio Evo, quando il popolo si esprimeva attraverso la voce dei giullari e c’era il piacere dell’affabulazione, della satira, della rappresentazione grottesca. La nostra ricerca scoprì anche a Monte S. Angelo una tradizione altrettanto ricca di storie, di “scherzi”, di satira popolare.

Mistero buffo è la storia dalla parte del popolo, dei diseredati, dei marginali e i giullari erano “cattivi maestri”. Recitavano nelle fiere, nei mercati, nelle feste religiose. Rappresentazioni amate dal popolo e odiate dal clero e dai signori. Così “la moralità del cieco e dello storpio”: la scoperta che la dignità non è avere gambe diritte e occhi per vedere, ma non avere padroni. E quello delle nozze di Cana? Uno spasso per i bevitori. Protagonista è un ubriacone, che a quelle nozze con il “vino di Gesù” si prese una sbronza colossale. Era buono il vino, ma era pure Gesù che invitava tutti a bere, a essere felici, a non aspettare il paradiso. Dopo quella sbronza continuava a sognare il paradiso di-vino. Una invenzione del Padre eterno: i beati immersi in immensi boccali pieni di vino fino alla bocca, bastava aprirla e …”che bell’annegare!”.

Il pezzo forte era Maria sotto la Croce, una madre che piange il figlio, il figlio suo e di nessun altro. E all’angelo Gabriele dice di tornarsene nel suo bel Paradiso: “che ne puoi sapere di questa schifosa terra, di questo tormentato mondo“. Poi il matto e la morte: una fanciulla bianca ed esangue, ma il matto la fa bere, e la morte prende colore e gusto anche per l’amore. La novità è il linguaggio, la parola densa e popolaresca, i doppi sensi. A Monte andò benissimo. Il pubblico partecipò, intervenendo nello spettacolo. Chi volete sulla croce Cristo o Barabba? Qualcuno rispose (come nel Medio Evo): il sindaco! Insomma ci si divertiva. I giullari si adattavano alla situazione. Anche noi lo facevamo. A Manfredonia il primo spettacolo all’aperto, come nel Medio Evo, in largo Regnatela a Monticchio (era chiamata piazza Rossa, perché erano tutti comunisti). Un rimorchio come palco, microfoni arrangiati… Fu una cosa straordinaria.

Qualche giorno dopo al Teatro S. Michele. E qui i problemi. Il giorno dello spettacolo fui chiamato in commissariato… alcuni avevano protestato. E chi? Parroco… Vescovo… No! Qualcuno della parrocchia. Volevano in via bonaria convincerci a rinunciare. “Abbiamo pagato e dobbiamo fare lo spettacolo”. La polizia concluse che era tutto a posto e ci dissero comunque di andare a parlare con il parroco. Il teatro aveva un gestore, ma era sempre una sala parrocchiale! Col parroco una lunga discussione. Lo rassicurai sul testo. Se non ci davano la sala avremmo fatto lo spettacolo davanti al cinema o alla chiesa. La decisione: presenza del parroco e se ci fosse stata qualcosa che non andava avremmo interrotto ogni cosa. Andò tutto bene.

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte futuri paralleli.it)



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