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Tretola ha portato l’arte contemporanea a Manfredonia

Manfredonia, “Con Franco è morto un maestro”

Quando doveva viaggiare in treno, portava un quadernetto e accompagnava il percorso con un’idea


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Manfredonia. Con Franco è morto per me un maestro. L’ho conosciuto nel 2003. Un pomeriggio, attratto dal suo atelier, ci sono entrato e abbiamo iniziato quelle lunghe conversazioni che avrebbero segnato i nostri incontri in tutti questi anni.

Attraversavo un momento molto delicato. Stavo finendo gli studi universitari, mi sentivo solo e in crisi. Nei pomeriggi durante i quali lo osservavo lavorare, incollare tasselli di mosaico, parlarmi di arte, cultura, vita, amore, Franco Tretola mi ha sostenuto come pochi. Diceva che ero curioso e cercavo la mia strada.

Ho conosciuto la sua opera anni prima, al liceo, quando con la scuola siamo andati a vedere una mostra in biblioteca dal titolo, se non sbaglio, di “Colori d’Africa”. Ci ha colpito profondamente. Avevamo i manifesti in aula e quell’anno è stato un tormentone. Tretola, Tretola, Tretola ripetevamo ossessivamente ogni volta che l’insegnante ci chiedeva qualcosa.
Vedendolo creare ho imparato un’arte. Gli mostravo i miei piccoli lavori, bozzetti, composizioni in legno, disegni e lui mi dava consigli. Non potrò mai dimenticare quella volta che, facendogli vedere uno strano autoritratto con frase poetica sul retro, mi ha detto che le parole andavano inserite sul davanti, altrimenti non sarebbe stato possibile fruirne. Parole e immagini, come quei quaderni d’autore che sempre gli piaceva riempire con poesie e segni.

E poi le facce, migliaia di volti. Profondi, forti, arrabbiati, meditabondi, persi, a china, ad acquerello, a tempera. “Alla ricerca della faccia perduta”, così definiva il mettere su carta quei visi di uomo. Era triste dal vedere la piega presa dalla società negli ultimi anni. Rimpiangeva il senso di solidarietà e la freschezza degli anni ’60.

Una volta, sarà stato il 2005, gli ho dato una mano a risistemare lo studio di Corso Roma. Ricordo il soppalco pieno di cartoni con opere che si perdevano negli anni. Me ne ha regalate un po’. Lavorava a blocchi. C’erano gli anni dell’astratto, poi i ritratti dai colori accesi, le sedie mosaicate, gli specchi dipinti, un’intera serie di Padre Pio che mostrava la sua ammirazione per gli uomini grandi che hanno fatto la storia e hanno espresso l’essere.

Potevamo stare ore a parlare. Perlopiù ascoltavo, ogni tanto dicevo la mia o gli raccontavo di me. Era un uomo, un artista che cercava l’etica nel bello. Si arrabbiava ogni volta che vedeva una cosa costruita male, dove era stata posta poca attenzione alla progettazione e, prima ancora, all’osservazione e comprensione del contesto. Grazie a lui ho imparato a non aver paura dei materiali. Amavo la sua versatilità, il poter mettere mano a tutto, dalla casa al restauro, dai metalli al legno.

Quando doveva viaggiare in treno, portava un quadernetto e accompagnava il percorso con un’idea. Allora disegnava oggetti di design. Come la sua bottega, Arte & Design, con quelle due lettere, A&D, costruite in neon blu che campeggiavano sullo sfondo.

Era offeso dal moderno dove regnavano – secondo lui – la bruttezza e la mancanza di senso. Dove la sapienza e il saper fare lasciavano il posto alla fretta delle cose fatte male. Della vita e della cultura che scomparivano per far spazio al denaro e alla solitudine. Si rattristava per l’ambiente devastato e i diritti calpestati. Sempre attento e critico, mai allineato, estremamente generoso. Era capace di reinventarsi, come nel suo nuovo laboratorio, il Deposito 25. Con quella porta fantastica che solo lui poteva fare, con mosaici, grappoli d’uva, specchi e melograni, oltre la quale si apriva il mondo magico della creazione d’arte e della bellezza. Un vero atelier.

Tretola ha portato l’arte contemporanea a Manfredonia. Ha donato alla città quell’intangibile ricchezza che i poeti conoscono.

A Franco Tretola devo tanto. È stato un maestro per me. Mi mancheranno le conversazioni senza fine e le idee sulle quali ogni volta lo vedevo all’opera.

Grazie Franco, continua in pace il tuo cammino.

(A cura di Gabriele De Palma, Manfredonia 17.10.2017)

Manfredonia, “Con Franco è morto un maestro” ultima modifica: 2017-10-17T09:43:38+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Antonello Scarlatella

    Lo conoscevo di vista. Ma non serve conoscere un uomo di persona o doverci necessariamente parlare per anni per rendersi conto che era un vero gentleman.
    Questa mattina passando davanti casa sua ho letto il manifesto funebre.La mia riflessione è stata: ” un’altra persona per bene ci ha lasciato”
    Condoglianze alla famiglia
    ” Quando muore un artista, un artigiano, una mente pensante, muore un pezzo della cultura della città, e la città più povera”
    Antonello Scarlatella


  • Raffaele Vairo

    Sincere condoglianze alla famiglia.
    Le persone per bene si distinguono e si riconoscono dai loro “frutti…”
    Raffaele Vairo


  • Pasquale

    Lo conoscevo di vista l’impressione era quella di una persona molto seria e professionale.sentite condoglianze Pasquale


  • Abot Ba

    sono un senegalese arrivato a Manfredonia nel 1988 e a l epoca sig. Franco era l unica persona a ospitare i immigrati. che la terra gli sia legera

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