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Il web ha cambiato il modo con cui le persone si informano, interagiscono tra loro, trovano amici, argomenti di comune interesse

Autodifesa intellettuale

Per il ministro dell’Istruzione francese, Najat-Vallaud Belkacem, il complottismo «è un intimo nemico del sapere e della conoscenza» per «un pubblico sempre più vasto»


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Il web ha cambiato il modo con cui le persone si informano, interagiscono tra loro, trovano amici, argomenti di comune interesse, selezionano informazioni e formano la propria opinione. Questo scenario, unito al drammatico fenomeno dell’analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacità di comprendere il reale significato di un testo (e nessuno si senta escluso, perché sembra che in Italia riguarda quasi la metà della popolazione tra i 15 e i 65 anni, secondo l’Organisation for Economic Cooperation and Development, OECD) e alla c.d. esposizione selettiva dei contenuti, guidata soprattutto dal pregiudizio di conferma a determinate fonti o informazioni, può creare temibili fenomeni di massa fondati sulla disinformazione.

A sostenere in qualche modo la dinamica del pregiudizio di conferma, fenomeno secondo il quale l’utente si imbatte sempre ed esclusivamente in informazioni che confermano la sua opinione, utilizzando magari sempre le stesse fonti o gli stessi “contesti informativi”, sono proprio i social media, che in sé sono una straordinaria opportunità per la libertà e la libera circolazione delle informazioni, ma che purtroppo alimentano inconsapevolmente anche in modo virale, teorie e fonti totalmente false legate a fantomatiche “teorie del complotto”.

Il dato sconfortante è che coloro che credono in queste teorie spesso sono refrattari al c.d. debunking, ovvero quell’azione che cerca di smascherare l’infondatezza delle fonti e delle informazioni false.

Il fenomeno è preoccupante infatti nel 2013 il World Economic Forum ha catalogato la diffusione massiva di informazioni fasulle come una delle minacce più serie per la società moderna. Al Laboratorio di computational social science dell’Istituto IMT Alti Studi Lucca un gruppo di ricercatori analizza le dinamiche del contagio sociale e la fruizione dei contenuti sui vari social network come Facebook, YouTube e Twitter. Il gruppo di ricerca è composto da due fisici, uno statistico, una matematica e due informatici. In una preliminare ricerca, Collective attention in the age of (mis)information, pubblicata su Computers in Human Behavior nel 2015, i ricercatori si sono concentrati sulla fruizione di informazioni qualitativamente differenti: fonti di informazioni ufficiali, alternative e quelle dei movimenti politici; hanno anche raccolto e verificato manualmente varie indicazioni da utenti e da gruppi Facebook attivi nello smascherare le bufale (Protesi di Complotto, Bufale un tanto al chilo, etc.). I risultati hanno mostrato che informazioni qualitativamente diverse presentano caratteristiche molto simili in termini di durata ed utenti che vi interagiscono. Un altro dato importante è il cosiddetto “paradosso del complottista”, ovvero, quelli più attenti alla “manipolazione” dell’informazione sono i più proni ad interagire con fonti di informazione intenzionalmente false, e quindi potenzialmente anche più proni ad essere manipolati.

Per fare chiarezza, la differenza fondamentale tra informazione scientifica, e fonti di informazione “alternativa” o “filo complottistica” è che a prescindere dalla veridicità dell’informazione riportata, è che utilizzano narrative assolutamente differenti: la prima si basa su un paradigma razionale che cerca evidenze empiriche, la seconda – come scrive Cass Sunstein della Harvard University e autore di diversi libri in merito, che a sua volta riprende Karl Popper – si riferisce ad un insieme di credenze che sono il risultato di un processo di causazione che porta ad attribure gli eventi ad un motore intenzionale. Il pensiero complottista ricalca l’incapacità di attribuire a conseguenze avverse un determinante casuale (forze di mercato, pressione evolutiva, complessità). Queste sono caratteristiche che secondo Martin Bauer, psicologo sociale alla London School of Economics sono da attribuirsi ad un modo “quasi magico” di pensare i processi, inflazionando quella stessa fondamentale componente del pensiero umano che è l’immaginazione.

Una lodevole azione tesa a contrastare questa pericolosa tendenza viene da una professoressa associata di lingua inglese nel liceo Auguste-Blanqui a Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis), in un quartiere povero di Parigi, Sophie Mazet, 35 anni che ha creato nel 2011 un laboratorio per sviluppare il pensiero critico degli studenti. Il corso usa il Manuale di autodifesa (Robert Laffont, Settembre 2015) scritto dalla giovane insegnante e che smentisce le teorie del complotto, di propaganda e di cospirazione. A tal riguardo, lo scorso 8 febbraio si è svolta una giornata di studio il cui titolo è “In risposta alle teorie del complotto” organizzata dal Ministero della Pubblica Istruzione francese.

Per il ministro dell’Istruzione francese, Najat-Vallaud Belkacem, il complottismo «è un intimo nemico del sapere e della conoscenza» per «un pubblico sempre più vasto». Sono ormai uno studente su cinque che dopo gli attentati terroristici contro la redazione del Charlie Hebdo, a Montrouge e nel supermercato ebraico della Porte de Vincennes credono alle ipotesi più fantasmagoriche, dalla setta degli Illuminati al complotto giudaico-massonico, passando per i rettiliani, l’oscura razza di uomini-lucertola che ha preso il controllo del mondo (e di cui Barack Obama sarebbe un illustre esponente).

Ai suoi corsi partecipano in media una trentina di studenti su base volontaria. «Una goccia nel mare», afferma modestamente Sophie Mazet, considerando che quella contro le teorie precotte ed i pregiudizi acritici è una sfida di primaria importanza non solo per la scuola ma per l’intera società, ovvero ad ogni fascia d’età, visto che ad essere colpiti da questi pregiudizi ed a credere in queste teorie sono spesso anche gli adulti e gli anziani.

Non ci resta che affidarci alla nostra capacità critica, che dovrebbe essere sviluppata dagli insegnanti e dagli operatori dell’informazione ed ispirarci al linguista Noam Chomsky che dice autorevolmente che «Se disponessimo di un autentico sistema educativo, esso includerebbe corsi di autodifesa intellettuale».

(A cura di Francesco Saba – francescosaba1989@gmail.com)

Autodifesa intellettuale ultima modifica: 2016-02-18T10:40:24+00:00 da Redazione



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