Manfredonia
Spartizione del mare per la pesca sottocosta

La Pesca delle seppie nel Golfo di Manfredonia

Un tempo la pesca delle seppie “u staggione d’i sicce” con reti da posta relativa alla spartizione del mare iniziava dal 19 marzo e si concludeva il 20 maggio


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Manfredonia. Tra le attività di pesca più antiche e redditizie nel nostro Golfo c’è senza dubbio quella della seppie già praticata nella laguna della Siponto pre – romana. Strabone storico, geografo e viaggiatore greco ci tramanda che i greci denominavano la città di Siponto “Sepiunte” per l’enorme quantità di seppie che si pescavano nelle sue vicinanze. Anche Marco Tullio Cicerone politico, scrittore e filosofo romano, una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana, cita più volte nei suoi scritti la città di Siponto nella forma latina “Sepius”. Tra gli scudi e i labari dell’antica Città di Siponto, tra gli animali raffigurati c’è anche la seppia.

I diritti relativi all’attività della pesca nel Golfo erano stati modificati in epoca Normanna, infatti mentre il mondo Bizantino aveva lasciato grande libertà nell’appropriazione del prodotto, i Normanni avevano imposto dei diritti sulla pesca, concessa come regalia in un primo tempo ai vari enti ecclesiastici. A tal riferimento storico, il Monastero di S.Vincenzo al Volturino aveva avuto la concessione di diritti feudali sulla peschiera di Siponto, dove lavoravano tre marinai alla pesca delle seppie. La pesca nel Golfo è stata sempre privilegio dei sipontini, ma molti pescatori dei paesi di mare vicini vista l’abbondanza di pesci e seppie venivano a calare le loro reti nel nostro mare. Gli Angioini nel 1270 per questo motivo, stabilirono che i pescatori che non erano di Manfredonia, dovevano pagare una gabella, una tassa sotto il nome di “Gabella dell’Andito”. “Anditi” o “Aniti”, si chiamavano certe divisioni del mare per mezzo di segnali galleggianti che indicavano propriamente la distanza in linea retta dal Lido fino al punto in cui erano 10 passi d’acqua di profondità.

Nel 1459 a Manfredonia il mare era diviso in vari settori, per cui si pagava una gabella detta “Gabella degli Anditi delli Mari” o “Pescariae marium”. La gestione delle gabelle era posseduta da alcune famiglie nobili di Manfredonia: I Mettola, i Granita e i Tontoli. Matteo Spinelli, annalista sipontino, ci tramanda nei suoi scritti che agli inizi del ‘700 la pesca stagionale delle seppie costituiva in loco un’attività tra le più rilevanti. Alla fine del 1700 per la pesca nel Golfo si pagava “un censo della pesca dei pesci” e “mare delle seppie”. Nel 1773 come si evince dal Libro Rosso dell’università di Manfredonia, da Barletta a Manfredonia si fa buona pesca di seppie che si seccano al sole e si vendono agli abruzzesi, e qualche poco alla fiera di Senigaglia. Da uno dei volumi de “La Fisica Appula” del 1807, opera del Francescano degli Osservanti Padre Michelangelo Manicone, quando descrive la “Pesca del mare di Manfredonia” si evince che la pesca delle seppie nei mesi di marzo-aprile e maggio era molto redditizia, ma le Paranze scrive lo studioso garganico “… han rovinato tutto il suolo erboso del mare…”. Per la cattura delle seppie “…” i pescatori pongon sott’acqua rami frondosi di lentischio…”.

Nel 1812, al fine di porre rimedio ad una situazione incresciosa che veniva a crearsi in occasione della pesca delle seppie, nei mesi di (marzo, aprile e maggio) per l’accaparramento da parte dei pescatori delle zone di mare più pescose, il Sindaco di Manfredonia Gian Tommaso Giordani approva un regolamento di spartizione del mare che ancora oggi vige. Tuttora il 19 marzo (giorno della celebrazione della Festa di S.Giuseppe) presso gli uffici della Capitaneria di Porto di Porto di Manfredonia viene tirata a sorte “ce tire a bbussele” alla presenza dei pescatori locali interessati alla spartizione del mare, per la pesca delle seppie sulla fascia costiera. La tradizionale pesca delle seppie nel Golfo è stata praticata per secoli fino agli anni ’30-’40 del ‘900 con le “vòrle”. Venivano preparate fascine di lentisco (pianta tipica spontanea dell’agro sipontino) – che venivano legate (ogni tre o quattro metri) ad una corda “a stose” (lunga fino a 60-70 metri) preparata con l’intreccio di giunchi marini “curtidde”. Le “vorle” preparate con fasci di lentisco, venivano immerse ad una profondità di due-tre metri. Le corde preparate con giunchi marini erano sistemate in acqua verticalmente alla costa e a distanza di 50 metri l’una dall’altra. Le “vorle” invece, per evitare che le correnti le potessero fare andare “a mmarine” alla deriva, venivano legate sul fondo a grosse pietre dette “i mazzire”. Le seppie “i sicce femmene” attratte dal profumo dei fasci del lentisco, si avvicinavano agli stessi e andavano a deporre le uova “ievene a menè l’ove” sui loro rami. I pescatori sulle barche “sckiffe” (barche remo-veliche) o “battèlle” (piccole battelli a remi) con una lunga asta di tre metri detta “u lanzature” alla punta della quale c’era una grossa fiocina composta da cinque, sette o nove denti, infilzavano le seppie “mascule e femmene” che erano nei pressi della Vorla. Un tempo, il fondo del mare del nostro Golfo era denominato dai vecchi pescatori “u ggiardine” per la notevole varietà di flora e fauna marina di cui era ricco. Nonostante la distruzione effettuata dovuta alla pesca praticata con le reti a strascico che da tempo hanno “scheriete” rovinato l’habitat marino per la riproduzione dei pesci, dei molluschi e di tutte le altre specie che vivono nel nostro mare, le seppie ogni anno, e questo avviene da secoli, vengono nel Golfo di Manfredonia nei mesi di marzo-aprile e maggio a depositare le uova per la riproduzione della specie.

La pesca delle seppie veniva e viene tuttora praticata con reti da posta col tramaglio dette “i ndramacchiéte” (intramagliate o intramacchiate) – e anche con le nasse dette in vernacolo “i cucù”. Oggi la maggior parte delle piccole imbarcazioni “i muterine” che praticano la pesca delle seppie con reti da posta e non, sono azionate da un motore a nafta, mentre i piccoli battelli a remi dei ”battellànde” hanno dietro la prua un motore a benzina, che gli permette di arrivare velocemente sulla zona di mare dove devono calare e salpare le reti. Le reti da posta vanno immerse e si posizionano in acqua in maniera verticale. L’ultimo Regolamento della Capitaneria di Porto del 1985, relativo al sorteggio per la spartizione del mare per i pescatori di Manfredonia si tiene il 19 marzo con efficacia dal 1° aprile. Mentre il sorteggio dei pescatori di Zapponeta, sempre presso la nostra Capitaneria avviene il 20 marzo. La pesca delle seppie si protrae fino al 5 giugno (salvo eventuali proroghe). Le prime file di reti da calare, per Regolamento, devono essere posizionate in acqua almeno a 40 metri dalla battigia e si possono collocare fino a oltre 800 metri dalla costa. Oltre questa distanza sono considerate aree libere, e chiunque sia in possesso di licenza di pesca che prevede l’utilizzo degli attrezzi da posta può calare le reti.

Un tempo la pesca delle seppie “u staggione d’i sicce” con reti da posta relativa alla spartizione del mare iniziava dal 19 marzo e si concludeva il 20 maggio. La pesca delle seppie si tiene tuttora in zona di mare lungo la nostra costa, da “Punta Grugno” fino a quasi alla foce del Cervaro, inizio confine di mare assegnato ai pescatori di Zapponeta. Presso il Museo del Mare, che spero si apra al più presto possibile, prepareremo insieme agli altri amici, appassionati cultori del mare, schede dettagliate di altri metodi con documenti storici, foto e filmati vari sulla pesca delle seppie, e di tutte le altre attività marinare che si praticano nel Golfo di Manfredonia.

“Damece da fè”, perchè la nostra Città non ha memoria storica.

(A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni popolari di Manfredonia)

FOTOGALLERY A CURA DI FRANCO RINALDI

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(A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni popolari di Manfredonia)

La Pesca delle seppie nel Golfo di Manfredonia ultima modifica: 2017-03-18T16:19:26+00:00 da Franco Rinaldi



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Commenti


  • L' oro nero di Manfredonia

    10 euro al chilo tonnellate di seppie vendute tutte in nero , ce tinania di venditori clandestini e le rivendite autorizzate che non rilasciano scontrini fiscali. Alla fine tutti poveri sulla carta e una grandissima fonte di ricchezza tolta dal PIL cittadino e nazionale.

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