Cinema

Post Mortem – P. Larraín, 2010

Di:

Pablo Larrain (copyright: movieplayer.it)

Nota propedeutica alla lettura: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titolo originale: Post Mortem
Nazione: Cile/Messico/Germania
Genere: drammatico

SQUADRA che vince non si cambia.
Una massima spesso abbinata a scelte commerciali, dal sapore istintivamente opportunistico, raramente, tuttavia, solo frutto di meditate intuizioni artistiche.
Pablo Larraín alla regia e Alfredo Castro nel ruolo di protagonista, dopo l’originale, disturbante e indovinato Tony Manero, campione di consensi critici e vincitore al Festival di Torino 2008, ritornano in scena con Post Mortem, ancora latitante in Italia.
Si narra la storia di Mario Cornejo, funzionario all’obitorio come compilatore di referti, e della sua inattesa passione per una vicina, ballerina di cabaret sul viale del tramonto. Fanno da sfondo gli avvenimenti cileni del 1973 fino al colpo di Stato dell’11 Settembre.

L’ultimo lavoro di Larraín parte, come materia, da un episodio marginale di fantasia dal tema universale (amore) calato in una realtà di ben più ampio interesse sociale, sfruttando, così, un meccanismo cinematografico già consolidato per speziare di contrasto l’intera pellicola. Sceglie, poi, un soggetto atipico, singolare, che ruota attorno alla figura di un uomo solo, chiuso, indifferente, amorale, assuefatto alle dissezioni quotidiane dei cadaveri così come alla sua vita regolare e monotona. La scatola nera della sua mente viene attraversata da un fascio di luce nell’unico interesse ossessivo, anch’esso regolare, per la dirimpettaia, che osserva dalla finestra – su ottime inquadrature tristi e inquietanti – e decide di avvicinare. Nell’uomo di legno, inaridito dall’esistenza, il barlume di umanità e valorizzazione romantica di cose ed eventi trova un’uscita nel sogno fantastico ed immaturo per una donna sola e rifiutata dal suo mondo artistico, ma non altrettanto pura come la monade Mario.
L’11 Settembre arriva, giunge anche il corpo di Allende sul tavolo dell’obitorio, le rappresaglie nei confronti degli oppositori politici e la deriva della speranza. Sequenza finale desolante.

Post Mortem - Una sequenza (copyright: ficcifestival.com)

La pellicola sgranata, sporca, il color verde rame onnipresente, inquadrature drammatiche al limite dell’autocompiacimento artistico (si veda anche solo l’incipit), costruiscono un unico canale emotivo tra film e spettatore, fatto di desolazione, tristezza, rassegnazione e pietà. Nonostante i tempi lenti, i dialoghi centellinati, le scarse variazioni mimiche, si resta rapiti dalla storia di Mario – merito di una dosata sceneggiatura -, rappresentante estremo dell’umano istinto di fuga da catene mai desiderate ma dimenticate per crollo di volontà. Mario sembra un sopravvissuto agli eventi, che gli corrono attorno atroci senza che ne abbia contatto, come ne fosse graziato per scelta del fato a patto che non decida di farne parte. Quando lo fa, quando sceglie di non essere più individuo in mezzo a tanti ma uomo fatto di passione e carne (seppur in tono minore), una vera sorte verrà scritta anche per lui, nient’affatto benevola quasi per punizione.
Impossibile, rimeditando sul soggetto, non ripensare a illustri opere italiane come Gorbaciof di Incerti o Le conseguenze dell’amore di Sorrentino, avvitate anch’esse attorno ad una disperazione accettata, ad aridità e cinismo acquisiti, e alla fuga eccezionale. Larraín ne dà un’impronta personale, cilena per humus, unica nel panorama cinematografico, calcando felicemente la mano e senza maniera sul disturbo finanche visivo, morboso e sessuale, fino a costruire un impianto doloroso e ripugnante, che, per effetti, è più vicino a L’imbalsamatore di Garrone o a L’amico di famiglia di Sorrentino, pur osando meno. Su questo fronte il regista probabilmente centra il bersaglio ancor meglio nel suo precedente lavoro, Tony Manero – che per chi vi scrive mantiene il primato tra i due -, mentre per ricamo estetico e maturità tecnica Post Mortem compie un passo oltre. E’ questa stessa cura, paradossalmente, a frenare un film che avrebbe potuto muoversi con mano meno delicata in storia e sceneggiatura, evolvendo il discorso cominciato con la pellicola del 2008, aggiungendo anziché, in parte, scompensare ingredienti.

Come in Tony Manero, si lascia il film con una scia di disagio senza essere completamente consapevoli delle ragioni, impregnati dai colori, dalle fissità, dalle delusioni, dall’aria di morte, dal grigiore delle vite, tutte.
Si continua a pensarci su e si è un po’ diversi, come accade sempre quando ci si apre all’emozione artistica del vero cinema.

Valutazione: 7/10
Spoiler: 4/10

AltreVisioni

Exiled, J. To (2006) – gangster movie alla To, decorativo, fascinoso ma non memorabile. Per tarantiniani * 6.5
Millenium Actress, S. Kon (2001) – anime sentimentale con qualche cliché ma convincente. Puro * 6.5
Pusher, N. Winding Refn (1996) – primo capitolo della trilogia criminale di Refn. Godibile ma immaturo * 5

In Stato d’osservazione

Bitch Slap – Le superdotate, R. Jacobson (2011) – pulp movie erotico alla Russ Meyer. Curiosità * 22lug
Captain america: Il primo vendicatore, J. Johnston (2011) – ancora un supereroe: qualche novità? * 22lug
At the End of the Day, C. Alemà (2010) – nuovo thriller italiano: che stia tornando di moda il genere? * 22lug

Post Mortem – P. Larraín, 2010 ultima modifica: 2011-07-18T09:07:24+00:00 da Alessandro Cellamare



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