ManfredoniaRicordi di storia
A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)

L’Omelia dell’arcivescovo Francone, del 26 giugno 1797, e l’unità d’Italia

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Bari. L’attività dell’arcivescovo sipontino Tommaso Maria Francone (1777-1799, teatino) non finisce mai di stupire, nonostante le critiche a lui mosse dallo Spinelli e dal Decurionato sipontino, pur tuttavia egli ha modo di manifestare un pensiero che ai suoi tempi doveva essere, se non imperante, almeno latente. Il 19 giugno del 1797 sbarca a Manfredonia Maria Clementina d’Austria, per andare sposa al principe ereditario Francesco di Borbone. Il matrimonio viene celebrato dall’arcivescovo Francone, a Foggia, il 26 dello stesso giugno; ed in questa occasione il presule recita la omelia di occasione.

La stessa poi viene pubblicata, un anno dopo, con il titolo di Omelia di monsignor Tommaso Maria Francone maestro di Sacra Teologia Arcivescovo di Manfredonia dedicata alla maestà di Ferdinando IV re delle due Sicilie, Napoli, V. Orsino regio tipografo, 1798, di pp. 34. Il Francone aveva già pubblicato, nel 1785, gli atti del Sinodo Sipontino da lui tenuto l’anno prima, Synodus Sipontina habita die XI et XII mensis Madi anni MDCCLXXXIV, Napoli, G. De Bisogno, 1785. Nella sua omelia, il Francone, innanzitutto, esordisce…

“Essendomi pertanto in congiuntura dell’arrivo della principessa Reale nel suolo della mia Diocesi, toccata la bella sorte di entrar ancor io a parte delle grazie dalla M.V…. ho giudicato a proposito di dare alle stampe quella breve Omelia, che avea composta per dirla nella mia Cattedrale”. Crediamo di notare nello scritto dell’arcivescovo un malcelato senso di delusione, se pur frammisto ad una punta di orgoglio; probabilmente egli avrebbe voluto che il matrimonio venisse celebrato nella sua cattedrale.

Poi, nell’effettuare l’elogio dell’opera svolta dai Borboni, si sofferma sullo stato miserevole dell’Italia… “Si avvanza l’Avversario a danno dell’Italia qual turgido, spumoso, minaccevole torrente, e pronto ad arrecar rovina, strage, morte, e desolazione. Nò, chi ha invitto il cuore non sa impallidire, non sa tremare, perché ritrarsi indietro, e divien più tremendo qualor sia dagl’inciampi irritato. A frenare l’impeto rovinoso accorre Ferdinando; snuda l’acciajo; esce in campo, aduna sotto le militari insegne le sue truppe, chiama alla comun difesa i Vassalli, i Figli”.

Per cui auspica, implicitamente, l’unificazione dell’Italia, proprio ad opera degli stessi Borboni… “Ah sì! Che sorte sì ria, e funesta cotanto non avresti tu, Italia mia incontrata, se in tutta la tua ampiezza, come in una piccola porzione di te, fra noi dico, fanno, regnato avessero Ferdinando, e Maria Carolina”. Le riflessioni del Francone aprono il campo a considerazioni di ordine politico; le aggettivazioni sullo stato dell’Italia, mentre egli scrive, si riferiscono indubbiamente alle azioni che Napoleone svolge nella stessa e, alla nascita della Repubblica Cispadana, prima (16 ottobre 1796), alla fusione con la Repubblica Transpadana e alla costituzione della Repubblica Cisalpina (29 giugno 1797 o 9 luglio 1797), poi, con tutti gli sconvolgimenti che ne conseguono. Ma da lì a poco, anche il suo Regno delle Due Sicilie sarà scosso da moti libertari, con la costituzione della Repubblica partenopea (1799).

Il Francone, in effetti, è un realista e legittimista, solo che in cuor suo (e lo manifesta pure) avrebbe voluto che quelle repubbliche, “pronte ad arrecar rovina, strage, morte, e desolazione”, potevano essere incanalate in un alveo più ampio, sotto la guida di un sovrano legittimo e non in una sorta di “confusionismo popolare ed anticlericale”. L’interrogativo che si pone prorompente è: quanti dopo di lui hanno creduto nella possibilità che il Sovrano borbonico si potesse adeguare alla ventata di aria nuova di liberalismo democratico e costituzionalista? Non pochi! E, sempre con il pensiero rivolto alla lezione di Pietro Giannone (1676-1748) e al progressismo di Carlo III (1716-1788)(re di Napoli: 1735-1759, poi re di Spagna), molti liberali e meridionalisti si sono illusi, il nostro Francesco Paolo Bozzelli (1786-1864) tra questi, vedendo nel nuovo Regno di Napoli uno stato moderno, in un contesto europeo, capace di condurre il popolo italiano se non a uno Stato unitario, almeno ad una Confederazione, tenendo conto delle varie vocazioni e caratterizzazioni geografiche.

(A cura di Pasquale Ognissanti, archivio storico sipontino)



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