Editoriali

Piano parcheggi, così ti ‘stuzzico’ il foggiano

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Un momento della manifestazione "C'è chi dice no" (ph: Piero Ferrante, Stato Quotidiano)

Foggia – La rivoluzione delle parole è innescata. Con l’approvazione del piano parcheggi e la sua imminente messa in pratica (il countdown avrà fine il 3 ottobre), Foggia vive l’ennesima corsa verso l’ora X. Un’attesa giocata di strategici attacchi, certosine preperazioni, volantini propagandistici e di una manifestazione (sacrosanta per caratteri generali, delle piazze necessita sempre l’identico sacro rispetto delle Messe solenni) organizzata da 15 consiglieri comunali di minoranza. Per la prima volta nella storia recente di Foggia, una frazione politica è riuscita a catalizzare, attorno a sé, l’attenzione di una parte di cittadinanza, riversando nelle vie di Foggia 3-400 persone. Al di là dei risultati numerici (più o meno pompati nella solita, stantia dicotomia dei pro e contro), un segnale che l’amministrazione di Gianni Mongelli non può e non deve sottovalutare.

I 15 hanno dato fuoco alle ceneri di un malessere covante nel ventre della città, fatto leva sulla crisi economica per sbracciarsi e farsi notare, dopo due anni di silente e compiacente opposizione culminata, non più tardi di lunedì scorso, nella farsa polemica del Consiglio comunale (monotematico) sui conti di Palazzo di Città. Tolto qualche onnipresente, di quella massa di scontenti non se n’è materializzato uno solo nell’aula di Corso Garibaldi. Non uno striscione, non una protesta, non una sola obiezione nell’unica sede competente. Segno concreto di un’impreparazione di fondo sui temi in discussione.

La cittadinanza, o per lo meno una parte di essa, è in preda ad un cieco furore da mal di denti. Un paziente che è tenace e stoico, mostra di resistere al dolore per spirito d’ostentazione. Non reagisce, sbraita. Non cura, inveisce. Non rimuove le cause ataviche, protesta a vuoto. D’altronde, Pier Paolo Pasolini ce lo insegna: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma è anche sempre male informato”. Nel caso di specie, e la specie è originariamente dauna, lo scandalizzato non solo è malissimo informato, ma è preda (e predatore) di abitudini folli, che travalicano, spesso di molto, la propria possibilità di vita. Il foggiano indignano del 2011 è un homo occidentalis cui la politica ha sottratto gli strumenti della comprensione. E’ una comparsata, una voce volante, lo squilibrio di un attimo di rabbia.

Lo scontento è furente. Lo guida una minoranza politica che, però, non ha la forza di presentare proposte alternative a Gianni Mongelli. Foggia è impantanata nelle secche del Novecento e, come se non bastasse, è chiamata a dover mettere in ordine gli sfaceli di quarant’anni di cattiva gestione. In tutto questo contesto, in un mormorio appena percepibile, nasce la lotta contro il piano parcheggi. Le strisce blu sono mal disegnate e, peggio ancora, mal collocate. Nell’impeto della ricossione e con il fiato sul collo della scadenza del 3 ottobre (che, forse, andrebbe rivista), ve ne si trovano ovunque. In curva e in prossimità delle discese per le carrozzelle. Ci sono zone della città in cui hanno sopraffatto equipollentemente gli spazi destinati agli invalidi (ma quanti invalidi ci sono a Foggia? E da quanto tempo non si cantierizza un rigoroso controllo sui permessi? Realmente gli spazi sono utilizzati dagli invalidi? O sono la rapida – e comoda – soluzione per chi non trova alternative?). Tolti i correggibili malvezzi, il piano traffico resta una delle poche “buone prassi” (citazione dell’assessore all’Ecologia ed all’Ambiente Pasquale Russo) messe in cantiere dall’amministrazione comunale. Le strisce blu contano, essenzialmente, di assorbire le prime auto di tutti i nuclei abitativi. Liberando, come in una cascata di logica, quelle bianche per i non residenti di ogni zona. Auto significa, d’altra parte, impatto visivo sulla città, consumo di carburante, inquinamento, caos, rumore, pericolo per pedoni e ciclisti. Dunque, due e anche tre, quattro macchine per famiglia significa moltiplicazione dei problemi. Estendere il ragionamento su tutta la città, è come calcolare una potenza di potenza di problemi. E’ principio democraticamente giusto che a maggior disagio arrecato, o a maggior spazio richiesto, corrisponda una maggiore assunzione d’oneri. In sostanza, se con una sola auto, parcheggiata nella zona di residenza, si paga zero, con due auto si paga 150 euro (all’anno, un quinto rispetto a quanto inciderà l’aumento dell’Iva). La tariffa per le altre zone della città diverse da quella di residenza sale a 1 euro per ogni ora. Con un aumento di 40 centesimi rispetto al passato. A vigilare sulla corretteza del funzionamento saranno gran parte degli ex parcheggiatori, divenuti ausiliari del traffico. Tra le loro competenze, la stretta su parcheggi fuori posizione (o fuori orario) e doppia fila, pericolo numero un della ciclabilità urbana e impedimento per ambulanze e mezzi pubblici.

Durante l’ultima assise consiliare, l’esponente piddino Peppino D’Urso (eletto nella civica del sindaco ma spesse volte in polemica con Mongelli) ha tentato di affrontare la questione, di aprire un dialogo. Spiegando, in maniera lucida, che, cercare la spallata amministrativa sulla base dei 40 centesimi d’aumento sulla sosta oraria, è un’offesa che l’intelligenza politica delle minoranze fa a sé stessa. Fra i banchi dell’opposizione siedono due ex sindaci (Paolo Agostinacchio e Mimmo Verile), il Presidente del Consiglio Provinciale in carica (Enrico Santaniello). Amministratori del presente e del passato che di scelte impopolari hanno pratica. E che non possono essere all’oscuro del fatto che in città come Bari e Salerno – per non spiccare i soliti e notori voli pindarici settentrionalisti – dove il sistema dei parchimetri esiste da tempo, con tariffe che doppiano quelle del capoluogo dauno, c’è stato una razionalizzazione del sistema parcheggi. Norme che lo stesso foggiano in trasferta accetta placidamente e disciplinatamente. Sintomatologia che il corto circuito è e resta una questione locale e campanilistica, inserita in un movimento smovimentato che ha rinunciato alla contesa sui contenuti, bocciato con il disinteresse esperimenti di partecipazione sociale e politica diretta come l’Ambasciata di Pace, il protocollo di Agenda 21, la mediazione ai tavoli. V’ha rinunciato nel nome di un galleggiamento smorto, di un “tengo famiglia”, della messa a disposizione del politico di turno.

La rabbia del cittadino foggiano è rabbia individuale, individualista, personale e qualunquista. E’ la rabbia del “tanto sono tutti uguali”. Lo dimostra il fatto che, in una terra amara, afflitta da nuovi schiavismi e vecchie pratiche, manca la partecipazione collettiva alle cause. Non c’è collaorazione sociale. Il collante è fragile e momentaneo, figlio di labili opportunismi. Le anime belle che, oggi ed ineditamente, fronteggiano l’amministrazione, non montano picchetto con i braccianti immigrati sfruttati di Rignano o di Mezzanone, non si uniscono alle manifestazioni degli studenti (i loro figli e nipoti), non solidarizzano con i contadini di Borgo Incronata, con gli avvelenati di Tressanti. Peegio, inveiscono contro di loro, li mortificano, sputano sulle loro cause, creano graduatorie di priorità, in cui l’altrui problema è perennemente in coda. Dando così vita ad una guerra fra bande, ad una militarizzazione del conflitto tutta interna ad un blocco sociale sconquassato da politiche ultra decennali da cui potenti e politica traggono beneficio. Dire no alla Tarsu e non parteciapare a forum e discussioni di settore sul ciclo dei rifiuti o reclamare sull’aumento del costo dei parcheggi senza leggere il testo del provvedimento o, meglio ancora, senza la disponibilità a rinunciare all’auto, è il limite pragmatico di una battaglia urlata ma inconsciente che s’accontenta di una democrazia di bassa intensità. E resta, una volta di più, nel silenzio, la ragione di Pasolini: “L’opinione pubblica – scriveva ne Il Caos – come una belva, ha bisogno di essere tranquillizzata a proposito di fatti che essa non voglia odiare, mentre ha bisogno di essere aizzata a proposito di fatti che essa vuole odiare”.

“Se un soldato non può che vincere, non è un buon soldato, è un buon macellaio”, scrisse una volta Alberto Asor Rosa. E’ un epitaffio che i politici sono obbligati a tenere a mente, per liberare finalmente il popolo dei cittadini dalla polvere antica del servilismo. O Foggia riparte da questa ineludibile assunzione di priorità, o è destinata a sprofondare nel suo guerreggiamento senza uscita.

p.ferrante@statoquotidiano.it



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