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Camusso, se FIAT lascia si pensi ad altro produttore

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Susanna Camusso (fonte image: liberoquotidiano.it)

LA parola convocare preoccupa il governo? Se è un problema di linguaggio credo si possa ovviare facilmente: si cerchi un giorno per un incontro. Al quale dovrebbero essere presenti anche le parti sociali. Di sicuro, la modalità per cui Marchionne arriva, lo si lascia parlare senza porre domande precise e alla fine si esce dall’incontro sostenendo sia stato rassicurante, non funziona, non ci ha portati da nessuna parte».

Inevitabilmente, parlando con Susanna Camusso, Segretario della CGIL, si parte dalla FIAT. Perché è una crisi che coinvolge migliaia di persone, perché è uno dei simboli del sistema industriale italiano in tutta la sua evoluzione, fino al rischio dell’oggi, che è quello della sua «autocondanna». Ma poi ci sono le altre crisi, qualcosa come 150 tavoli aperti al ministero che riguardano la siderurgia, l’alluminio, il ciclo della chimica, e che danno la misura della precarietà cui è esposto il nostro tessuto manifatturiero.

Il governo che cosa dovrebbe chiedere a Marchionne?
«Se, come tutto fa pensare, FIAT è orientata a ridimensionare la produzione, deve interrogarsi su come attirare un altro produttore. L’Italia ha sempre dato per scontato che le auto le produce la FIAT o nessuno. Invece, è da affermare il concetto che la produzione dei mezzi di trasporto nel Paese non può essere il risultato delle scelte di una singola azienda. Se i piani di FIAT sono cambiati, ci si deve attrezzare per attirare un altro produttore. E, comunque, non ci vengano a dire che Fabbrica Italia svanisce per colpa della crisi, perché quel piano è stato annunciato nel 2010, a crisi scoppiata e consolidata. La situazione si è aggravata, certo, ma nel calo complessivo del mercato è soprattutto FIAT a perdere quote».


FIAT, Ilva, Alcoa, Vinyls, per dire solo le più grandi: non è il momento di un patto imprese-sindacati, per pressare il governo a mettere il tema del lavoro al centro della politica?

«Innanzitutto sarei per abolire il termine patto, che mi sembra abusato, ambiguo e in ultima analisi di scarso significato. Si possono fare documenti e richieste comuni, questo sì. Si può fare un accordo con Confindustria per l’applicazione dell’intesa del 28 giugno, e perché questa venga estesa anche alle altre associazioni d’impresa. Dare soluzione al tema della rappresentanza, avviare un percorso per rinnovare i contratti nazionali, in gran parte ancora aperti. Credo che insieme alle imprese si debba chiedere al governo di dare risposte fiscali, in modo che lavoratori e pensionati abbiano qualche soldo in più, e non si creino ulteriori diseguaglianze. Sarebbe anche utile indicare al governo alcuni temi di indirizzo, dal piano energetico a quello dell’innovazione e della ricerca, che andrebbero definiti una volta per tutte. Certo, se qualcuno si aspetta di trovarci d’accordo nell’abolire gli aumenti contrattuali, o qualche giorno di ferie e festività, è ovvio che sbaglia del tutto strada. Se invece si pensa di mettere in campo un ragionamento serio su come si possano ottenere maggiori produttività ed efficienza, allora le risposte sono già nell’accordo del 28 giugno. Bisogna continuare a lavorare».

Se la produttività è innanzitutto innovazione, è una questione che riguarda innanzitutto le imprese, non è così?
«Al netto della crisi, che ha inciso e parecchio, la ragione del nostro graduale calo di produttività degli ultimi 20 anni è una questione di infrastrutture e di mancati investimenti nel sistema Paese. Questo è il punto di partenza, altrimenti si ragiona solo in termini di riduzione del costo del lavoro, il che non fa crescere affatto la produttività come peraltro ampiamente documentato. Aggiungo che anche la precarietà del lavoro è un fattore depressivo della produttività. Ma è chiaro che a un sistema che non ha investito per 20 anni non si può certo dire fate vobis, piuttosto occorre intervenire con incentivi e sostegni. Anche perché nessuno calcola mai i costi che pagherebbe il Paese se non avesse più produzioni di base. Il problema è l’assenza di investimenti, di politiche industriali, l’incapacità di decidere».

Verosimilmente,che cosa dovrebbe portare a casa il governo da qui a dicembre per ridare fiato all’economia?
«I temi sono già sul tavolo: detassare le tredicesime, definire i finanziamenti per la cassa integrazione in deroga, specificare e chiarire il piano energetico. E decidere di non liquidare pezzi importanti dell’apparato produttivo industriale. Suppongo poi che le imprese chiederanno conto della famosa questione dei pagamenti, non ancora risolta. È un governo che è andato avanti a forza di decreti, anche pochi mesi di tempo possono bastare».


Al momento si parla solo di un’altra possibile manovra che il governo non vuole nemmeno chiamare così.

«L’ultimo atto sarà la legge di Stabilità. Sulla manovra perché lo è le notizie informali ripropongono il modello già noto: tagli e liberalizzazione dell’offerta. È chiaro che per noi non sono la strada giusta. Abbiamo avanzato delle richieste, aspettiamo delle risposte».


Torniamo a FIAT: che effetto fa sentirsi dare ragione da Cesare Romiti?

«In realtà i suoi elementi di critica nei confronti degli attuali vertici ci erano già noti. Rilevo che per la prima volta in un Paese che aveva beatificato Marchionne si riconosce che il sindacato che l’aveva contrastato non era poi così fuori strada. Ma non provo soddisfazione, piuttosto una grande preoccupazione, cui credo che il sindacato debba rispondere con unità».

Ha parlato di FIAT come dell’occasione per ritrovare l’unità sindacale: ci crede davvero?
«Lo dobbiamo ai lavoratori. Le ragioni per cui è stato loro chiesto di sacrificarsi, e molto, meritano uno sforzo da parte sindacale. Un sindacato forte si comporta così: riprende e ripropone un cammino unitario, proprio a partire da una ferita profonda».

(Fonte CGIL, intervista L’Unità)



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