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Li Causi, “agguato somalo pre-ordinato?”

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Roma – “CONFERMO di essere stato con Vincenzo Li Causi nel tragico pomeriggio di domenica 12 novembre 1993. Siamo partiti per una partita di caccia. Da tempo aspettavamo un particolare tipo di pallottole ,calibro 12, adatte per selvaggina, ci eravamo stufati di abbattere facoceri.” E’ quanto dichiara Baldassarre Pollari, ex militare oggi in concedo, in una intervista del 5 febbraio 2002 a Exilles, Valle di Susa (Torino), vittima dell’agguato in cui rimase vittima il maresciallo Li Causi.

La versione ufficiale. Il Corriere della Sera, in un articolo del 18 giugno 1997, scrive – Vincenzo Li Causi, maresciallo del Sismi, fu ucciso il 12 novembre 1993 a Balad, a sei chilometri dalla base del contingente italiano. Era impegnato in attività d’intelligence. Fu colpito, si disse, accidentalmente, da banditi somali mentre viaggiava su un mezzo dell’esercito. Aveva partecipato alla liberazione del generale Dozier, rapito dalle Br; su ordine di Craxi organizzò i servizi di protezione per il presidente peruviano socialdemocratico Alan Garcia; guidò a Trapani dall’88 al ’90 il centro Scorpione della struttura Gladio”.

Cos’è accaduto in realtà? Secondo ‘Baldo’, e numerose altre testimonianze raccolte, la missione quel pomeriggio era solo una battuta di caccia, non un’operazione d’intelligence – quella domenica pomeriggio né Li Causi né il suo collega del Sismi avevano particolare voglia di andare a caccia, per quanto appassionati del genere e abituati a farlo, benché gli ordini fossero al riguardo perentori: vietato andare a caccia, troppo pericoloso – spiega Pollari – il collega di Li Causi, ricordo, disse: ‘Aspettiamo una comunicazione radio, Vincenzo solo tu sei abilitato a parlare, rimaniamo al campo’. Tanto insistemmo io e gli altri colleghi che alla fine, dopo pranzo, si partì tutti insieme su un mezzo dell’esercito”. Secondo una fonte intercettata da Famiglia Cristiana, un ex “gladiatore” che ha chiesto l’anonimato – il viaggio in realtà serve a recuperare il denaro nascosto da Roberto Calvi dopo il crack del Banco Ambrosiano. Tra il 1987 e il 1990, Li Causi dirige il Centro scorpione di Trapani. Nel 1993 è in Somalia, al seguito del contingente militare italiano che opera nell’ambito della missione Unosom.”

Conti Giulivo oltre che agente insieme a Li Causi, impegnato nella Missione Ibis II però nella sezione distaccata a Balad, è stato anche suo collega nella VII Divisione del Sismi (struttura segreta dell’OSSI (Operatori speciali servizi italiani), che aveva il compito di gestire la struttura di Stay Behind, ovvero Gladio. L’OSSI effettuava operazioni di “guerra non-ortodossa”, che la II Corte di assise di Roma ha dichiarato eversiva dell’ordine costituzionale. L’esistenza degli “Ossi”verrà confermata nel libro di memorie scritto dall’ex direttore del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini.

Gli attori presenti alla scena dell’agguato. Alessandro Mantuano, il comandante Gianfranco Colosimo, Giulivo Conti detto Ivo, insieme a Baldassarri e Li Causi erano sul mezzo militare VM-90, quando verso l’imbrunire sulla strada del ritorno nei pressi di una curva, dove la strada attraversa la boscaglia, il mezzo rallenta. “ Superammo un camion apparentemente in panne. Qualcuno armeggiava vicino a una ruota – è quanto afferma l’ex militare nel corso della sua dettagliata ricostruzione – superammo quel mezzo carico di persone e dei loro poveri averi, il camion con celerità si rimise in moto e tentò di starci dietro. Noi accelerammo, per seminarlo. Usciti da una curva, in un punto in cui c’era bassa vegetazione a entrambi i lati della carreggiata, cominciarono a spararci da destra, da sinistra e di fronte.

Agguato mortale per mano di fuoco amico o per un attacco non programmato di guerriglieri somali? “Eravamo accerchiati. Tranne Li Causi, che rimase ritto sul mezzo militare, ci buttammo a terra. No, non tentammo di scappare via. Ripeto: eravamo accerchiati. Mantuano, che guidava, fermò il mezzo. Rispondemmo al fuoco. Ritengo impossibile che Li Causi sia morto per colpa di fuoco amico. Per due motivi: il primo è che il povero Vincenzo è stato raggiunto da un colpo di Ak 47 (kalashnikov) che noi non abbiamo in dotazione (il collega del Sismi aveva una mitraglietta); in secondo luogo dalla posizione. Eravamo tutti stesi per terra, chi dentro (io, alla destra di Li Causi, e Colosimo, dietro) e chi fuori dal mezzo; il colpo mortale è stato sparato da una persona in piedi alle spalle di Li Causi, (a sud-est, ore 4/5).”

Al contrario l’ex gladiatore intervistato in esclusiva da Famiglia Cristiana ha sostenuto che a sparare il colpo mortale non sarebbe stato un AK-47, cioè un kalashnikov, ma un fucile di precisione a telemetro “dragunov”, arma di produzione sovietica che utilizza gli stessi proiettili dell’AK-47. Arma che i somali non hanno. “Li Causi il giorno dopo doveva rientrare in Italia per essere interrogato dai giudici che si occupavano di Gladio e del Centro Scorpione – Vincenzo conosceva bene Ilaria Alpi e probabilmente ha parlato con lei di argomenti intoccabili”.

Tutto questo nel libro di controinchiesta “1994”: “L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata”, scritto da Luciano Scalettari e Luigi Grimaldi, edito da ‘chiarelettere’ (480 pagine, 16,40 Euro).

Info: http://www.chiarelettere.it/author/scalettari-luciano/index.php

(a cura di Ines Macchiarolainesmacchiarola1977@gmail.com)



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