Cultura

Poesia quale Epigrafia Ignoranza storico-letteraria o progresso ?

Di:

Ugo da Provenza (st)

Meolo/Manfredonia – DISPORRE in successione i versi di una composizione poetica al centro della pagina, alla maniera delle epigrafi, è una sorta di gioco estetico che si dice, in campo accademico, celi una profonda ignoranza storico-letteraria da parte dell’autore. L’assurdo si avrebbe con un elaborato sagomato ad albero di pino, pertanto affine a un disegno ornato, e magari racchiudente un’ode rivolto a quest’arbusto.

Tale inusitata innovazione grafica nella poesia è stata favorita dall’avvento del computer, in altre parole dal passaggio del gutenberghiano al web/net-writer, da quando, con un clic, quest’ultimo si concede d’allineare perfettamente i versi, a proprio piacimento, negandone, appunto, la storia letteraria.

Oggi, a mio parere, il mercato – si fa per dire, poiché non esiste piazza nella poesia stampata; anzi, da una spicciola statistica, gli stessi poeti non acquistano sillogi di altri contemporanei – il mercato, dunque, è invaso da composizioni di sedicenti poeti del verso libero, fomentati da editori e organizzatori di premi, i quali, unici a guadagnarne, stuzzicando l’entusiasmo nell’animo da poeta. Costoro pubblicano e premiano di tutto, purché le spese siano ad essi garantite, sovente in anticipo. Il poeta, vero che sia, o incamera profitti con altri mestieri o è l’eterno indigente.

Il caso dell’assimilazione della poesia all’epigrafe appare così tra i meno gravi, quasi insignificante, che è da accettarlo con sollievo, quale unica trasgressione al cospetto di una credibile arte, la quale appare sempre di più latitante. Versi liberi li definiscono ma che invece sono anarchia, poiché, in altre parole, non seguono correttamente il progresso e il riadattamento in canoni moderni del nostro bagaglio classico-tradizionale, che ha fatto scuola in tutto il mondo.

Il verso libero, per essere tale, deve contenere inderogabili parametri metrico-ritmici, in armonia con i precedenti e i successivi versi di una stessa composizione o strofa, non essenzialmente conformi alla tradizione, ma che ne identificano l’autore e il proprio estro, giusto come in una non comune opera pittorica o musicale, il cui autore è riconoscibile di là della firma. Il diniego delle rime, ritenute oramai consunte, poi, conduce a comporre versi sciolti, cioè sbrigliati dalla rima, raggruppati o non in stanze.

Le strofe rimate, d’altro canto, sono in via di recupero grazie all’intuizione delle rime omologhe, le quali, essendo di risonanza (attinenza, pertinenza, competenza), non solo permettono finalmente una mera originalità, ma si adattano alla traduzione in qualsiasi lingua, senza per questo disperderne la semantica, e o la sua tropologia, com’è sempre accaduto. Aggiungo di più: s’è diffusa la maniera di porre i versi in successione con fratture tra sintassi e metro, ove quest’ultimo esistesse; insomma la fine di un verso non è fatta coincidere con la fine di una frase semanticamente autonoma.

Tale opportunità, che la retorica chiama universalmente Enjambement – o Inarcatura per dirla, meglio, in classico – il poeta, se la utilizza, deve farlo esclusivamente entro sequenze metricamente e ritmicamente ordinate, altrimenti s’identifica con l’andare a capo della prosa… e non è affatto poesia.

Si parlerebbe, alla meglio, di narrativa poetica o, addirittura drasticamente, “incolonnamento giornalistico”.
\…\
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
\…\

Si legge limpidamente che i versi leopardiani possiedono una struttura metrico-ritmica corretta e articolata (endecasillabi), pertanto, non possono sussistervi equivoci di tendenza prosaica.
La spezzatura d’enjambement è evidenziata da quello\ infinito

Shakespeare, lapidario, aveva composto
\…\
Or whether doth my mind, being crowned with
you
\…\


Tornando alla configurazione epigrafica in una poesia, questa non dovrebbe, nella nostra epoca di web/net-writer, insomma di scrittori digitali, provocare intolleranza, oltremodo in un assiomatico componimento moderno. Già Giorgio Caproni, scomparso nel 1990, nella poesia “ Il conte di Kevenhüller – Versi controversi” pone una teoria di versi alternandoli in centro pagina, giusto alla maniera dell’epigrafe. Caproni, tra l’altro, è considerato un poeta che “delineò una poesia dai ritmi tradizionali, ma dotata di raffinata consapevolezza moderna.”

Esiste, ancora, l’esempio di Andrea Zanzotto nella melodiosa poesia dialettale “Ti tu magnèa la tó ciòpa de pan…” dove alterna addirittura intere strofe in centro pagina. C’è da fare, quindi, un’ultima importante considerazione: i poeti gutenberghiani divennero tali perché dovettero adeguare le loro pagine all’esigenza della stampa e le nettarono via via d’ogni traccia dell’artificiosa maniera amanuense, non senza provocare acerbe polemiche.

Gli amanuensi, dapprima, avevano sconvolto l’antico assetto grafico degli scribi, che sopravvive nelle epigrafi (lapidi), quell’allineamento al centro della tavoletta, che era certamente dovuto alla non fluida tecnica di graffio e d’incisione, con gli stili e altro, attenti a non scheggiarne i bordi.

(A cura dello storico critico Ferruccio Gemmellaro
Meolo Venezia – 17 ottobre 2012)



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