Macondo

Macondo – la città dei libri

Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞Il ritorno di Igor Attila ∞
di Piero Ferrante


Rocco Graziano è giovane, bello, talentuoso. Rocco Graziano ha successo. A Rocco Graziano piace ostentare la sua ricchezza. Di ricchezza – e di donne – Rocco Graziano non ne ha mai abbastanza. Rocco Graziano è un asso, nel suo campo. Portiere affermato di una Roma vincente, quella di sponda giallorossa. Rocco Graziano è uno che, con tutta la grazia delle sue mani, dispensa sogni alle platee. Le sue parate non sono parate come le altre. Una, in particolare, alla squadra capitolina è valsa la vittoria della Champions League. Così, se Rocco Graziano ama Roma (e ama la Roma), Roma ama Rocco Graziano. Ma quando, pochi giorni dopo il successo europeo, viene trovato in fin di vita nella sua villa a Casal Palocco, attorno a lui e alle sue imprese si proiettano ombre inquietanti. Quelle di personaggi chiacchierati come Isidoro Falanga, ruspante imprenditore campano in odor di mafia e con le mani in pasta nelle scommesse che contano; quelle di politici onnipotenti come Aurelio Vichi; quelle di donnette penose come Fefé, di donnoni potenti come Angela Maria Coripelli, o di ragazze derise e complicate come Ludovica.

In questo mare umano di veline, femmine gelose e scommettitori incazzati, si muove, costipato e vagamente goffo, il commissario – pugile Igor Attila. Uno complicato, Attila. Un poliziotto dalla vita scombinata, scorbutico e problematico, tormentato da una storia d’amore perennemente irrisolta e crocifisso al legno di un passato di sconfitte. Un insofferente alle ingiustizie, un essenziale nei modi. Uno i cui tempi non sempre corrispondono con quelli della burocrazia tribunalizia italica, che rifiuta la possibilità di sbagliare, che sfoga la rabbia nell’adrenalina dei pugni.
Tutto questo, e una caterva di più, è “Il castigo di Attila”. Ovvero, opera seconda del giornalista del Corsera Paolo Foschi e indagine seconda dello sbirro combattente. Un giallo con abbondanti venature noir, “Il castigo di Attila”. Essenzialmente e puramente, un romanzo. Che, però, secondo le leggi imposte da sua eccellenza il noir, sa mascherarsi anche da altro: una scusa per parlare della muffa che s’annida tra le celle bianche e nere di quel frutto appassito che ci si ostina a chiamare ‘pallone’; un pretesto per approfondire le marce e stanche dinamiche sociali del jet set calcistico; una scintilla di carta finalizzata ad illuminare di luce un mondo – quello del calcio – ridotto alla pantomima di se stesso, simulacro di quello che si immagina possa essere e che, forse, un tempo è stato.

Soprattutto, il palcoscenico letterario di Igor Attila. Personaggio capace di apici di genio investigativo come di rimbrotti maschilisti e banalità musicali. Profondo, come solo i perdenti possono esserlo. Ma, insieme, tenace, come solo i vincenti sanno esserlo. Una figura a metà tra un Tex Willer in salsa tiburtina e un Salvo Montalbano de noandri, tanto sardonico e burbero quanto risolutivo e verace. Uno che si impara a volere bene, con cui si empatizza, per il quale si prova finanche pena. Nella gioia. E nel dolore.

Paolo Foschi, “Il castigo di Attila”, E/O 2012
Giudizio:3 / 5 _ waiting for…
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∞ Letture ben condite ∞
di Roberta Paraggio


Prendete un grande pentolone. Dentro metteteci ricordi di una studentessa di provincia fuori sede. Aggiungete qualche consiglio di mamma che ci vuole sempre, mescolate con le vettovaglie che fuoriescono da malcapitate valigie rigonfie. Mettete il tutto su fiamma bassa. A metà cottura aggiungete un tocco di inesperienza ai fornelli, una manciata di voglia di imparare e un pizzico di pazienza. Quando tutto è arrivato ad ebollizione, spegnete il gas, e mettetevi seduti e comodi a leggere le “Ricette umorali” di Isabella Pedicini, edito dalla casa editrice Fazi.

Penserete subito, ma che c’è da leggere in un ricettario se non devo cucinare? Giusta osservazione, se non fosse che quello dalla Pedicini non è un pedante ricettario di quelli che pretendono che tutte sappiamo cosa sia una bastardella o un coltello spelucchino o che si sappia discettare con una certa supponenza della misteriosa alchimia della meringa. Ebbene no, le ricette umorali sono fatte per noi che ci sentiamo fiere di sapere cos’è la schiumarola, e che con grande stupore e meraviglia abbiamo scoperto che il cappello cinese non è l’ennesima paccottiglia parasole dei cinesi sotto casa. Sono scritte per noi che abbiamo cucinato sui fornelletti da campeggio ma in cucine o presunte tali, noi che abbiamo viaggiato col caciocavallo nella valigia, che abbiamo preparato la sfoglia dei ravioli usando la mitica bottiglia di Peroni al posto del mattarello, noi che insieme alle ricette abbiamo sempre qualcosa da raccontare o spettegolare o ricordare, noi che al profumo del cibo leghiamo una faccia, una parola, un ricettario unto e consunto, noi che vorremmo un profumo all’aroma di pane o di forno alle 5 del mattino.
Noi che abbiamo detto no al precotto e si al pancotto.

Di solito le mie recensioni non sono in prima persona, ma questa volta faccio un’eccezione per un libro che ho trovato davvero emozionante oltre che molto molto divertente, come non ridere alle acrobazie con il coperchio per girare la frittata? A chi non è mai capitato di pensare alla frittata e realizzare uno strapazzo?
Con autoironia e buon gusto sensoriale e letterario, Isabella Pedicini scrive ricette per tutti i giorni, non è l’Artusi, non è l’ Arte di mangiar bene, ma quella di star bene in cucina, senza salutismi saccenti forieri di sensi di colpa, è quella giusta miscela che da al caffè il profumo di casa, che rende la cucina “casa”, di storie, ricordi, tradizioni, modi di dire, luogo che riesce ad accomunare la nonna con la nipote, la nuora con la suocera anche se quest’ultima ne sa sempre un po di più. E qui la cucina diventa campo di battaglia all’ultimo (al)sangue o ben cotto, da difendere con la pasta al dente o scotta, con la pasta al forno con l’uovo sodo oppure no…
Insomma, questo libro non è solo un libro, è un ricettario, è un codice miniato di consigli millenari, che come un poema epico si tramanda prima oralmente di massaia in massaia, di cucina in cucina e arriva a noi seduti comodamente in cucina. A proposito, il gas lo avete spento?

Isabella Pedicini, “Ricette Umorali” ,Fazi 2012
Giudizio: 4 / 5 – diffidate di chi non ama il cibo.
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SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione
“Il corpo delle donne” (Lorella Zanardo, Feltrinelli)
Bello, bellissimo questo libro! Il giusto completamento al bellissimo, nonchè angosciosissimo, video della Zanardo che rivedo almeno una volta a settimana dalla prima volta che l’ho visto, quest’autunno.
Di solito non uso la parola “bello” per definire un libro. Preferisco caratterizzare di più il motivo per cui mi è piaciuto ma… in questo caso sì perchè bella è una cosa che ti piace in maniera assoluta, qualcosa che ha in sè proprio la bellezza… un po’ come la definisce Benigni.
Ma, detto questo, provo a raccontare perchè. Anzi, a evidenziare i principali spunti di riflessione che il libro mi ha dato.
Il primo è: dobbiamo guardare la televisione. Sì, dobbiamo guardarla perchè il nemico bisogna conoscerlo, trincerarsi dietro elitari non mi interessa, vedo solo film, preferisco un buon libro non ci aiutano perchè la televisione, i suoi messaggi, i suoi modelli permeano tutta la nostra vita e se non la vediamo non riusciremo a capire tante cose con cui siamo in contatto quotidiano. E tanto più se siamo genitori, insegnanti, persone a contatto con i giovani. Per poter mediare.
La Zanardo ci ricorda che Popper proponeva di dare una patente a chi deve fare tv, ma poichè ciò è proprio improponibile nel contesto sociale e culturale italiano l’autrice propone che siano gli insegnanti a fare da mediatori, dopo aver acquisito gli strumenti per poter spiegare la televisione ai ragazzi. Sì, perchè la tv è uno dei principali mezzi educativi per le nuove generazioni, sicuramente il principale per i più piccini e la nostra televisione educa propagando stereotipi di genere e consolidando un modello di convivenza basato su una visione conservatrice e consumistica della vita.
Di esempi la Zanardo ne propone tanti, esempi che sono già materiale pronto per discussioni da fare in classe, vere e proprie schede con immagini, citazioni e spunti di riflessione. Eccone qualcuno:
– una trasmissione sulla chirurgia plastica al seno dove si evidenzia con la possibilità di avere un fidanzato sia collegata all’avere un bel seno;
– trasmissione simile, il chirurgo plastico prende visione del seno di una donna e dice che “sì, ha proprio bisogno dell’intervento”, anzi “è una situazione di emergenza”;
– programma contenitore della Rai in cui si dicono frasi che evidenziano come gli uomini invecchiano meglio delle donne (ma chi l’ha detto!) e per le donne è più importante ricorrere alla chirurgia estetica;
– sempre in programma contenitore della Rai in cui si presentano le vincitrici del concorso Miss Chirurgia estetica 2009 si dice che la chirurgia estetica “restituisce l’autostima”;
– su Canale 5 durante il pomeriggio una soubrette spiega che non si è risposata con l’attuale compagno “per non perdere la pensione del marito defunto”; in trasmissione ci sono anche i due figli, di 10 anni e pochi mesi davanti ai quali si mostrano le immagini della mamma che si spoglia o si racconta dell’avventura con cui ha tradito il papà;
– Raidue, si propone un sondaggio: Vorresti tua figlia nuda su un calendario? Attenzione… non sareste favorevoli, ma vorreste… proprio come avere una figlia nuda sul calendario sia un piacere voyeuristico.
– e poi in generale, maschi vestiti e donne seminude, conduttori maschi d’età e ragazze giovanissime… un sedere con cui si dimostra che nessuna discussione regge il confronto con un bel sedere.
Mi fermo più o meno qui perchè il libro va letto. E soprattutto è un libro che va discusso perchè offre tanti tanti spunti di riflessione? Perchè noi donne accettiamo tutto questo? Le donne prosciutto, le donne oggetto della tv, quelle che si propongono alle riprese ginecologiche della videocamera sono donne libere? E’ giusto scagliarsi contro di loro? Qual è il confine fra la giusta femminilità e il mettersi in vetrina, in vendita come prosciutti? Sono gli uomini che vogliono ciò o sono loro stessi prigionieri di uno stereotipo laddove invece preferirebbero un altro modello di donna? Perchè anche le pubblicità dei prodotti per donne usano il corpo femminile per vendere? E ci sono modelli alternativi a questi da offrire alle ragazze? Che rapporto ha tutto ciò col femminismo e col femminile? Opponendoci alle ragazze tette e culi non corriamo il rischio di essere considerati moralizzatori dei consumi? Cosa pensano le nostre figlie adolescenti che non hanno conosciuto, come invece noi, un periodo diverso? Che rapporto avranno col sesso adolescenti maschi che, apparentemente, mediaticamente, si trovano questa abbondanza di tette e culi in fascia protetta? Perchè abbiamo lasciato i nostri figli in balia di tutto questo? Perchè in tv è concesso quello che non è accettabile nel quotidiano? Di che cosa abbiamo paura?
E possibile combattere gli stereotipi che ci ricoprono? Stereotipi che ci descrivono se: portiamo i tacchi, leggiamo Repubblica, siamo manager o casalinghe, ci facciamo un tatuaggio, ci lacchiamo le unghie, ci tingiamo i capelli…
E possibile uscire dalle gabbie? Gabbie fatte di ruoli, di età, di stili di vita, di hobby… ovviamente diversi per uomini e donne…
Tante, tante discussioni… ci sarebbe da discutere per giorni, mesi… tanti quanti ne ha passati la Zanardo a vedere brutta televisione.
Una delle chiavi che ci dà l’autrice, e condivido in pieno, è quella di provare a guardare il mondo con uno sguardo femminile. Di solito usiamo anche noi donne sempre lo sguardo maschile ma così facendo rischiamo solo di convertire ruoli, stereotipi, gabbie… cerchiamo invece di far prevalere la nostra autenticità, chiedendoci magari cosa è importante per noi, quali sono i nostri bisogni. “Abbiamo introiettato il modello maschile così a lungo e così profondamente, che non siamo più in grado di riconoscere cosa vogliamo veramente e cosa ci rende felici”.
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LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILELIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Tim Willocks, “Il fine ultimo della creazione”, Cairo 2010
2. Tim Willocks, “Re macchiati di sangue”, Revolver 2012
3. Matteo Strukul, “La ballata di Mila”, E/O 2012

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA (fonte: ibs.it)
1. Andrea Camilleri, “Il tuttomio”,Mondadori 2013
2. Alicia Gimènez Bartlett ,“Gli onori di casa”, Sellerio 2013
3. Emmanuel Carrère ,“Limonov”, Adelphi 2012
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MACONDO CON GIULIETTA MASINA
“Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.
Quale?
Questo… Uno qualunque… Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.
E a cosa serve?
Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?
Chi?
Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo”

( da:La strada, Federico Fellini 1954)

Per consigli, precisazioni, indicazioni, suggerimenti, domande, curiosità, collaborazioni, dubbi, potete scrivere a macondolibri2010@gmail.com



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