Editoriali

Lingua e dialetto – Cronologia dall’Unità italiana ad oggi

Di:

mibu.it

TRA il 1861 e il 1879 si diffonde il Dizionario del Tommaseo e del Bellini. Nel 1863 appare il primo degli undici volumi della quinta edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca; l’ultimo uscirà il 1923. Per il Manzoni, nel 1868, la lingua non è più una questione letteraria, ma entra solennemente nella dimensione sociopolitica.

La relazione manzoniana innesca una diatriba tra i professori ed i politici del nascente stato italiano.

Nel 1873, l’Ascoli riafferma, nel suo Proemio all’Archivio glottologico italiano, che la diffusione di una lingua unitaria è imprescindibile ove si operi per l’effettiva unificazione sociopolitica e culturale di uno stato. Il saggio crociano sulla letteratura dialettale riflessa, d’altro canto, è determinante nel favorire studi di dialettologia italiana.

Dai primi decenni del 900 sorge infatti una costellazione di vocabolari per molte parlate e successive ricerche conducono al recupero dei dialetti antichi ed alla comparazione con i moderni.
Nasce così il genere della letteratura popolare. Si acutizzano le contraddizioni tra aree sempre più industrializzate ed il resto della penisola, tra città e campagna. Tale divario pone in evidenza, agli effetti linguistici, la discrasia di un Nord sempre più industrializzato ma dialettofono, rispetto alle zone depresse del Sud ma più pronte ad assimilare la lingua nazionale; concausa n’è l’emigrazione massiccia dei meridionali verso aree dal dialetto sconosciuto e dove l’italiano appare come l’unica forma di interlocuzione meglio comprensibile.

Di contro, i nuclei familiari endogeni del Nord lavorativo, operai e contadini, si conservano stanziali e ciò permette di mantenere viva la tradizionale parlata in famiglia e nel rapporti sociali tra nativi.

In epoca di Guerra e Dopoguerra, esiste, nondimeno, la tendenza al dialettismo quale espressione di un prestigioso passato, la quale, di là delle melodie canore, vedi Napoli, Roma, Firenze, Genova, Venezia, comporta ad inquinare la narrativa italiana, già avvertita nella letteratura della Resistenza, fin dal Sentiero dei nidi di ragno di Calvino. La cinematografia del dopoguerra partecipa alla diffusione del dialetto: si va dalla “corruzione” in Paisà del 1946 di Rossellini, in Ladri di biciclette del 1948 di De Sica, alla dialettalità totale in La terra trema del 1948 di Visconti.

Pasolini, nel 1961, omologa nella lingua nazionale la parlata di borgata del sottoproletariato romano. Altri scrittori si cimentano ad affrontare il dialetto in termini sociologici, leggi Moravia e Vittorini.

Sulla scia sempre attuale del saggio crociano e del dialettismo, negli anni 70 – 80, tra i ricercatori spiccano Rubieri, D’Ancona e Nigra con il suo gruppo dei Canti popolari del Piemonte. La Televisione, ormai alla portata d’ogni casa, impone cantori, attori protagonisti e caratteristi d’ogni regione, vedi E. De Filippo e G. Govi per il teatro.

Si stampano tra l’altro tantissime riviste regionali, sovente in sintonia con le Deputazioni e Società di Storia Patria.

Nel Veneto tradizionalmente contadino, rispetto ad un nord stanziale – la sedicente padania – e quindi conservativo della parlata, la trasmissione del dialetto subisce una frattura, poiché il rientro massiccio degli emigrati la diluisce in maniera incisiva. Da aggiungere, inoltre, la novità dell’acquisizione da parte dei veneti degli impieghi pubblici, vecchia prerogativa dei meridionali, dove l’utilizzo della lingua è naturale.

Il divario lingua-dialetto nella penisola, tuttavia, era destinato ad appianarsi, grazie all’estesa frequentazione scolastica, che, in pratica, avrebbe recuperato a beneficio della lingua tutti coloro che originariamente erano dialettofoni, senza dimenticare il grande ruolo unificatorio del cinema, della radio e della televisione, nonostante un popolaresco imperversante.

Dal nuovo millennio, pertanto, l’italiano non è più la lingua soprattutto scritta e indirizzata a chi sa leggere, ma è l’idioma da apprendere e da usare quotidianamente. Il dialetto si trasforma così in un intellettualistico vernacolo, proposto nella poesia, negli spettacoli, nelle commedie e nei teatri di provincia, nella sana presunzione di serbare la memoria e la storia dei nostri avi.

Il dialetto, verosimilmente, sarebbe ancora sopravvissuto in buona salute tra i discendenti se, ad inferirgli colpi mortali, non fosse sopraggiunta soverchiante ed inarrestabile la manipolazione linguistica mediante i computer e i telefoni cellulari, i quali hanno ormai affascinato le nuove generazioni, inducendoli ad accantonare ogni buon proposito di riacquisto dialettale parlato e scritto.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, storico critico)



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Condividi