Cinema

Paradiso amaro – A. Payne, 2011


Di:

Alexander Payne

Alexander Payne (fonte: asca.it)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titolo originale: The Descendants
Nazione: Stati Uniti
Genere: commedia drammatica

TEMPO di Oscar e la distribuzione italiana porta saggiamente in sala alcune delle opere sotto la lente della giuria. Il 17 febbraio è il turno di Paradiso amaro, ultimo lavoro del regista di Sideways, candidato per cinque statuette, tra le quali film, regia e attore protagonista.
Oscillando tra commedia e dramma, si narrano le turbolenti vicende di Matt King, padre di famiglia che, di fronte al coma della compagna, sarà costretto a rivedere e riscoprire i rapporti con sé, le figlie e la stessa moglie.

Probabilmente qualcuno, forse un simpaticone come Billy Crystal, durante la cerimonia delle premiazioni a Los Angeles ci racconterà che è tutto uno scherzo. Sì. E magari aggiungerà che le candidature per The Artist e The Tree of Life altro non erano che un bluff per non destare sospetti sulla burla imbastita.
Oppure, forse, lo stesso showman ci rivelerà che si è cercato di dare un taglio acritico alla kermesse per svecchiarla, spiegandoci che in fondo il cinema è anche divertimento e che non sia più il caso di prenderlo seriamente.
Già, delle due una.

Paradiso Amaro - Locandina

Paradiso Amaro - Locandina

Dopo il circo senz’anima di Scorsese, pluricandidato, la selezione degli Academy Awards offre al pubblico un altro inspiegabile set di nomination per un film di una piattezza quasi imbarazzante. Paradiso amaro sfila simpatico e presuntuoso ricalcando un filone che, già forte dello stridente ma originale affiancamento di commedia a dramma, tenta di dipingere le trasformazioni interiori e inattese di un gruppo di personaggi, raccontandoceli attraverso i casuali e forzati incontri scatenati da un imprevisto accadimento drammatico. Lo spettatore viene accompagnato per mano in questo percorso accanto ai protagonisti, facendoglieli conoscere prima, avvicinandoglieli umanamente durante, giustificandone i cambiamenti sul finale e lasciando il resto alla magia dell’immedesimazione. Si cresce e si esce un po’ diversi, come loro, attraverso una catarsi che ci rende liberi e felici di accettarci nella nostra mutevolezza.
Tutto questo nelle intenzioni.
Quel che accade è, invece, di assistere ad un copione spento, fatto di molti cliché, dialoghi sciocchi, ridicola simpatia giovanilistica, caratteri fiacchi ed evoluzioni prevedibili.

George Clooney recita senza grinta, disegnando con poca convinzione il padre fuori ruolo, spinto dagli eventi e vittima di ogni elemento, inerte come una piuma senza colore, neanche quello dell’uomo senza personalità. Di tanto in tanto appare la forma, riesce a rendersi simpatico, amabile per i suoi difetti, ma è solo una copia sbiadita di quanto in altri film aveva già dato e meglio. La figlia maggiore cavalca i modelli tipici delle ragazzette in fase di maturazione e stanca subito per eccessiva aderenza agli abusati schemi, recuperando solo in parte nella seconda metà del film, in cui la storia le costruisce addosso il solito avvicinamento al maltrattato padre. Quasi senza spessore, recitativo e caratteriale, il suo amico di viaggio, che pare inserito nell’avventura solo per raggiungere il numero di componenti desiderato dal regista. Infine la figlia più piccola di Matt, che tanto per cambiare non brilla e fa simpatia solo ad anziane nonne a caccia di un’eterna maternità.
E non basta l’unico colpo di scena per svegliare dal torpore né il suo debole sviluppo, che contribuisce, invece, a rendere inspiegabile il senso e la necessità di questo inutile lavoro.
Doppiaggio, come ciliegina sulla torta, a tratti disturbante, soprattutto della giovane Scottie.

Di fronte a una delusione del genere si fa fatica e si trova quasi ridicolo elencare i motivi per i quali Paradiso amaro sia mediocre piuttosto che scadente. Ha davvero importanza dissertare di un distratto ma potabile piatto di pasta aglio olio e peperoncino se lo chef non è cuoco alle prime armi e, soprattutto, quando aveva palesemente intenzione di farne un’amatriciana?

Paradiso amaro? Sì. Ma per lo spettatore.

LE CANDIDATURE – miglior film, miglior regia (Alexander Payne), miglior attore protagonista (George Clooney), miglior sceneggiatura non originale (Alexander Payne, Nat Faxon e Jim Rash), miglior montaggio (Kevin Tent)

Valutazione: 5/10
Spoiler: 2/10

AltreVisioni

Cold Fish, S. Sono (2010) – violenza e devizioni orientali con un tocco di psicolgia. Da una storia vera * 6.5

In Stato d’osservazione

War Horse, S. Spielberg (2011) – Oscar 2012* 17feb
Knockout – Resa dei conti, S. Soderbergh (2011) – azione/thriller per Soderbergh * 24feb

Paradiso amaro – A. Payne, 2011 ultima modifica: 2012-02-19T16:05:23+00:00 da Alessandro Cellamare



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Commenti


  • Stefania

    Assolutamente deludente la trama : situazioni scontate in un film che tenta di essere strappalacrime grazie alla buona (ma non certo speciale!) interpreatzione di Clooney e delle ragazze protagoniste.
    Neppure la fotografia è stata curata, pur in un ambiente che poco sforzo richiedeva per essere stupefacente : le isole Haway!
    Buona in alcuni passaggi l’accomèpagnamento musicale, ma sempre nei canoni di un film ACCETTABILE , NON CERTO DA CANDIDARE A DEGLI OSCAR!


  • Roland

    Ho visto stasera questo film tanto decantato. Sono d’accordo con la recensione. Aggiungerei che i primi 20 minuti del film sono accompagnati da una insopportabile voce fuori campo (nemmeno fosse un documentario) che ci spiega con dovizia di particolari quello che sarebbe bello scoprire attraverso le immagini, come si conviene al cinema.
    Assolutamente sopravvalutato.

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