Genova, quella marcia senza Puglia
ERANO 100 mila a Genova. Uno tsunami di democrazia in un sabato di legalità. Giovani, adulti, anziani, vecchi, donne, scout, neonati, giornalisti, fotografi, carrozzine, meridionali, settentrionali e fuori sede, avvocati, disoccupati, mamme, padri, figli. Genova la copertina, il popolo di Libera un campionario d’impegno, di richieste di giustizia. Tanti striscioni ed altrettanti slogan, mani che anche con le parole sfidano la mafia; e poi i vessilli istituzionali, i gonfaloni, gli amministratori aderenti ad Avviso Pubblico, la rete che fonde, secondo i valori della legalità, gli Enti di tutta Italia.
Le assenze. Erano 100 mila le persone in corteo fra le strade della Liguria, si diceva: così tante che è stato un gioco da ragazzi, già a caldo, registrare le assenze. Senza cadere nella sindrome del primo della classe, quello che segna alla lavagna i nomi dei buoni e quelli dei cattivi, è evidente lo scollamento valoriale fra amministrati ed amministratori pugliesi. I primi, parte attiva di un corteo svoltosi, nel migliore dei casi, ad 800 km da casa; i secondi, vacui contenitori di parole da esibire a progetto, finalizzate a suscitare l’entusiasmo del momento. La prova provata di come ‘giustizia’, ‘legalità’, ‘impegno’, ‘corresponsabilità’ siano jingle elettorali da modellare a seconda delle platee, patacche di cartone appuntate su divise che sono abiti carnescialeschi, ritornelli di canzonette sciatte e distratte da fischiettare ai tavoli dei convegni o incontri.
Bari, Mesagne, Giovinazzo. Di 258 Comuni, 6 Province, un Consiglio regionale, i soli gonfaloni delle amministrazioni di Bari (senza l’ingombrante figura di Michele Emiliano, pure difeso a spada tratta dalla pancia del corteo) e Mesagne (sede di un fortissimo presidio di Libera) hanno fatto mostra di sé (presente anche il primo cittadino di Giovinazzo Antonio Natalicchio). Tre sole comunità politiche hanno scelto di rispondere con la presenza fisica alla chiamata a raccolta di don Luigi Ciotti; di sottolineare con gli applausi, le denunce pubbliche del presidente di Libera contro i grigi figuri della politica e dell’imprenditoria. Al contrario, per quanto ci si possa impegnare, è dura trovare una giustificazione sensata alle assenze di Gianni Mongelli e dei suoi 60 colleghi foggiani; di Antonio Pepe, sedicente Presidente tra i più apprezzati in Italia, e perenne defilato; soprattutto, sorprende l’assenza della Regione Puglia che pure, con Nicola Fratoianni, aveva confermato una partecipazione poi né resa pubblica, né suffragata dal dato di fatto della presenza. Segno tangibile del crollo definitivo della nenia propagandistica della Puglia migliore.
Contro il cartellonismo. Alla luce di ciò, è imbarazzante e goffo, al limite del grottesco, leggere le contemporanee note di assessori foggiani indignati dell’”arroganza” dell’illegalità strisciante nel campo della cartellonistica pubblicitaria, vantarsi di aver vinto la battaglia decennale contro un 6×3 abusivo di una sala ricevimenti quasi come ci si trovasse di fronte alla fine di una logorante guerra di trincea, mentre le carte di mezza Italia schiudono orizzonti inquietanti sull’affiliazione tra Casalesi e mala foggiana, con quest’ultima propaggine distaccata del clan camorristico casertano. E solo pochi giorni fa, era stato lo stesso Mongelli a chiedere ai giovani di vivere la legalità giorno per giorno, senza limitarsi alle parole.
Puro gioco d’oratoria. Il rosso e blu del gonfalone foggiano a Genova, in piazza, non c’era. Con buona pace delle parole, delle azioni, della coerenza.
p.ferrante@statoquotidiano.it
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