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Puntata numero 181. Recensioni di "Bastaddi" (Stefano Amato, Marcos y Marcos 2015) e "Il confine del silenzio" (C.L. Taylor, Longanesi 2015)

Macondo – la città dei libri

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Logo macondo“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Bastaddi nel sangue ∞
di Piero Ferrante
812QycZTWwLNel mondo della musica, l’operazione che Stefano Amato fa con Bastaddi ha un nome: si chiama cover. Letteralmente: una canzone, patrimonio di un interprete o di una band, rielaborata, spesso in forme e generi diversi, da altri artisti. Kick out the Jams degli MC5 cantata da Jeff Buckley; Mother dei Pink Floyd che vibra nella voce di Eddie Vedder; Where did you sleep last night di Leadbelly, in coda allo storico Umplugged dei Nirvana a Mtv.

Il senso è quello di una sorta di ‘appartenenza universale’ al regno dell’arte. Testi e melodie non sono possesso di qualcuno in particolare, ma sono di tutti, compressi nelle orecchie, marchiati a fuoco nel cervello. Un dna che va ben al di là della parentela, dei confini geografici, delle latitudini.

E quel che vale per la musica vale anche per il cinema. Per esempio, per Quentin Tarantino. Se lui è lo scienziato che teorizza il teorema, e il teorema è quello chiamato Bastardi senza gloria, il triangolo su cui applicare la pratica può benissimo essere la Sicilia. Praticamente, fuor di metafora, gli otto bastardi ammazzanazisti di Tarantino, diventano gli spietati killer antimafiosi di Amato. Organizzati dal tenente Aldo Ranieri, coperti dai servizi segreti, legittimati ad ogni azione pur di sconfiggere il grande male, attraversano la Sicilia degli anni Novanta, quella delle stragi non ancora compiute, come dei panzer di carne. Micidiali. Spietati. Perché la tattica è quella della paura: spaventare il nemico usando le sue stessi armi, provocare in lui l’identico umanissimo tremore che provano tutti gli uomini e tutte le donne di fronte alla fredda canna di una lupara, all’odore dell’acido, alla veste nera della morte. Umiliarli e ridicolizzarli, obbligandoli alla normalità: non più giustizieri dai soprannomi cruenti, ma persone qualunque.

Insomma, Amato è l’esempio più classico di come la letteratura possa essere un’arma vincente ma dolce. Bastaddi fa sulla mafia non l’effetto del proiettile, ma quello del palloncino riempito di vernice: arreca danno non mortale, ma piuttosto causa quel fastidio che ti obbliga a tornare a casa per lavarti e cambiarti, sperando di non essere stato notato troppo. Amato esce dai confini della narrazione cattedratica dell’antimafia, che ne ha fatto negli anni un settore chiuso, di nicchia, riservato a pochi intimi. Ne apre le porte, ne spalanca le finestre e il tutto genera una corrente d’aria che è un vento fresco d’ironia, godibile per tutti.

Non facile, come operazione. Ma utile. Necessaria. Storica. Bene. Bravo. Bis.

Stefano Amato, “Bastaddi”, Marcos y Marcos 2015
Giudizio: 3.5 / 5 – this machine kills mafiosi
Ennio Morricone, Rabbia e Tarantella
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Il confine del silenzio
di Marilù Oliva
silence“Coma. La parola ha qualcosa di innocuo, quasi tranquillizzante; evoca l’idea di un sonno senza sogni. Solo che a me Charlotte non dà l’impressione di dormire. Le sue palpebre chiuse non hanno la soffice pesantezza del sonno. Non c’è nulla di pacifico nel modo in cui il suo corpo giace, esausto, con il tubo trasparente della tracheotomia che serpeggia fuori dalla gola e il petto punteggiato di elettrodi multicolori”.

Chi parla è la voce narrante Susan Jackson, donna in gamba sposata con un deputato di Brighton: una bella casa, un cane affettuoso, un nido felice insomma. Ma una disgrazia si è abbattuta su di loro: la figlia Charlotte, di soli 15 anni, vegeta in coma in seguito a un grave incidente con un autobus.

Chi parla è la voce narrante Susan Jackson, donna in gamba sposata con un deputato di Brighton: una bella casa, un cane affettuoso, un nido felice insomma. Ma una disgrazia si è abbattuta su di loro: la figlia Charlotte, di soli 15 anni, vegeta in coma in seguito a un grave incidente con un autobus.

Ma è stato davvero un incidente?

Susan teme che possa essersi trattato di suicidio, anche se nessuno in casa le crede e, anzi, il marito – preoccupato per i suoi stati d’ansia – la sollecita affinché si faccia visitare e prenda medicine per rasserenarsi. Susan, però, è una persona tenace e non si dà per vinta: comincia a indagare clandestinamente nel giro di amicizie della figlia, senza trascurare nessun dettaglio, spesso ricevendo indietro un due di picche e combattendo contro atteggiamenti poco collaborativi, per non dire sospetti.

Perché nessuno le dà un aiuto concreto?

Perché le persone più vicine a sua figlia sembrano così omertose?

Quali segreti sta scoprendo, la protagonista, su colei che credeva la sua piccola Charlotte?

“Una bella quindicenne può riuscire a superare la sicurezza sbattendo le ciglia, ma io? Cosa può fare un’ultraquarantenne paffuta che non entra in un locale notturno da più di vent’anni?”

Il romanzo procede lungo questa ricerca, parallelamente a degli inserti diaristici di un passato remoto, quando Susan era rimasta invischiata nelle reti di un uomo terribile e dominante. Ma l’urgenza del lettore è scoprire la verità del presente: cosa davvero ha portato la ragazza a sopravvivere in quelle condizioni. Seguirete con trepidazione le disavventure di questa madre-coraggio che non si è arresa nemmeno quando ha dovuto affrontare la miserevole figura di essere quasi cacciata a calci fuori da una discoteca frequentata da calciatori e bellezze mozzafiato, dove è riuscita ad entrare grazie a una trovata arguta che non vi anticipo:

Edito da Longanesi e tradotto da Elisa Banfi, questo romanzo ha venduto in Inghilterra oltre 100.000 copie in un mese ed è stato tradotto in molte parti del mondo, tra cui Nord America, Francia e Germania.

L’autrice, nata a Worcester, dopo la laurea in Psicologia si è trasferita a Londra per lavorare nell’editoria medica. In seguito ha vissuto a Brighton, dove ha lavorato come graphic designer e web developer. Attualmente vive a Bristol con il compagno e il figlio e si divide tra la scrittura e il lavoro presso l’università londinese.

C.L. Taylor, “Il confine del silenzio”, Longanesi 2015

La recensione è tratta dal Libroguerriero il sito della scrittrice Marilù Oliva



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