Cronaca

Redditometro, Bortolussi: i contribuenti onesti non devono temere nulla

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G.Bortolussi (lamiapartitaiv@)

Roma – PER il 2013 il gettito previsto dall’applicazione del redditometro si attesterà attorno agli 815 milioni di euro. Questo bottino peserà mediamente su ciascun contribuente per quasi 20 euro, consentendo di recuperare lo 0,7% dell’evasione totale che è stimata attorno ai 120 miliardi di euro all’anno.

Parte oggi il nuovo redditometro, ma per il segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi, i contribuenti italiani possono stare tranquilli: “In attesa di avere un riscontro oggettivo sugli effetti di questo strumento che potremo ottenere solo dopo le prime applicazioni, il nuovo redditometro dovrebbe colpire solo chi evade pesantemente il fisco e gli evasori totali. I contribuenti onesti non devono temere nulla.”

Ricordiamo che l’anno scorso, grazie all’ottimo lavoro realizzato dalla Guardia di Finanza, sono stati scovati oltre 8.600 evasori totali che hanno nascosto al fisco 34,5 miliardi di euro di ricavi/compensi.

“Speriamo – prosegue Bortolussi – che il redditometro riesca ad aumentare l’azione di contrasto proprio contro questi soggetti”. L’avvio del nuovo redditometro consente a Bortolussi di fare una ulteriore riflessione: “Adesso – sottolinea Giuseppe Bortolussi – grazie al nuovo redditometro, alle potenzialità del cervellone Serpico, ai blitz contro chi non emette gli scontrini fiscali, allo spesometro, all’anagrafe tributaria e all’abolizione del segreto bancario, l’Amministrazione finanziaria ha tutti gli strumenti per contrastare efficacemente l’evasione fiscale. Finalmente questa piaga può essere affrontata e vinta in difesa, soprattutto, di chi non vuole e non può evadere le tasse che sono la stragrande maggioranza dei contribuenti italiani. Ricordo che anche tra i soggetti che sono sottoposti agli studi di settore, ben l’80% dichiara quanto richiesto dal fisco”.

Ma l’analisi di Bortolussi prosegue anche sul fronte degli effetti economici di questo provvedimento: “Visto che per il 2013 il gettito previsto dall’applicazione del redditometro si attesterà attorno agli 815 milioni di euro, 715 attraverso l’autotassazione e gli altri 100 dall’attività accertativa, questo bottino peserà mediamente su ciascun contribuente quasi 20 euro, consentendo di recuperare lo 0,7% dell’evasione totale che, ricordo, è stimata attorno ai 120 miliardi di euro all’anno. Pertanto, nel 2013 il fisco recupererà solo pochi spiccioli”.

La nuova circolare firmata nelle settimane scorse dall’Agenzia delle Entrate, con la quale vengono puntualizzare le linee operative per l’applicazione del nuovo redditometro, precisa che saranno selezionati solo i contribuenti che presentano scostamenti significativi tra reddito il dichiarato e la capacità di spesa manifestata sulla base di acquisti certi.

Nella prima fase verranno considerati solo elementi certi ( spese conosciute dall’amministrazione, spese stimate per il mantenimento di beni posseduti dal contribuente, gli incrementi patrimoniali e il risparmio formato nell’anno).

In virtù della convenzione annuale sottoscritta con il Ministero dell’Economia, con il redditometro l’Agenzia delle Entrate dovrà effettuare ogni anno circa 35.000 controlli. Il fisco ha assicurato che non verranno considerati scostamenti inferiori a 12.000 euro, pertanto pare di capire che l’azione sarà indirizzata su persone che presentano situazioni di evasione molto pesanti.

Inoltre, ricorda la CGIA, in questa prima fase non verranno considerate le medie di consumi misurate dall’ISTAT: quest’ultime entreranno in gioco solo se il contribuente selezionato non fornirà prove credibili in grado di giustificare l’entità dello scostamento tra le spese sostenute e la sua capacità di reddito.

Redazione Stato

Redditometro, Bortolussi: i contribuenti onesti non devono temere nulla ultima modifica: 2013-08-19T18:18:58+00:00 da Redazione



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Commenti


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Evasione fiscale: Sempre più imprenditori assolti perché senza soldi!!!

    La pressione fiscale in Italia è tra le più alte del mondo, come rivela una recente indagine dell’Ufficio Studi Confcommercio. Il suo valore effettivo si aggira intorno al 54% del Pil.
    Ciò malgrado, pagare le tasse è prima di tutto un dovere etico. Una forma di responsabilità e solidarietà nei confronti di tutti coloro che vivono entro i confini dello Stato sociale.
    L’importanza di tale dovere è stabilita anche dalla Carta fondamentale, all’articolo 53, e da numerose leggi speciali.

    Una fra queste è il decreto legislativo n. 74/2000 che disciplina i reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto. L’articolo 10ter del decreto punisce chiunque non versi l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale. La tanto famigerata IVA, oggetto in questa fase storica di una serie di riforme, che ne prevedono un aumento dell’aliquota, attualmente al 21%.

    L’evasione, in Italia, è un problema serio. La mole di imposte evase ogni anno ha raggiunto livelli insopportabili, danneggiando la collettività e rendendo eccessivamente oneroso il reperimento delle risorse necessarie per lo sviluppo economico e per l’attuazione delle riforme.

    Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli strumenti utilizzati per limitare tale fenomeno e individuare i soggetti che evadono. Uno fra questi è il recente redditometro. L’evasore viene punito con sanzioni amministrative (ammenda) e, in determinati casi, penali (multa o carcere).

    Di conseguenza, chi non versa l’IVA compie un reato, è un evasore, un ladro per lo Stato. Ma è sempre così?

    In realtà, in pochissimi mesi si sono moltiplicati i casi di assoluzione dai reati di evasione, previsti dalla norma precedentemente citata.

    Il caso più recente si è registrato in provincia di Venezia, dove un imprenditore tessile, accusato di non aver versato 390mila euro al Fisco, è stato assolto con formula piena, in quanto riconosciuta la buona fede dell’atto. Come si legge dalle motivazioni della sentenza, l’imprenditore era impossibilitato a pagare l’iva. La diminuzione delle commesse, a fronte dei costi aziendali inalterati, hanno lasciato l’impresa priva di liquidità.

    Un caso molto simile si è verificato a Padova, dove un imprenditore è stato assolto dalla stessa accusa (evasione per 207mila euro) perché aveva preferito pagare dipendenti e fornitori. Il giudice anche in questo caso ha assolto l’imputato con formula piena perché il fatto “non costituisce reato” mancando l’elemento soggettivo, ovvero il dolo.

    Un ulteriore caso a Treviso, dove un imprenditore, accusato di aver evaso ben 225mila euro, in violazione dell’articolo 10ter del decreto n.74/2000, è stato assolto perché in mancanza di denaro. La difesa ha efficacemente dimostrato “che l’impresa non era nelle condizioni di versare l’iva entro i termini richiesti”.

    Tutto ciò accade in quanto, in molti casi, il contribuente emette fatture, dichiarando l’importo su cui verrà calcolata l’imposta, ma per cause di “forza maggiore” non incassa il denaro. Di conseguenza, molti imprenditori si ritrovano senza soldi ma con l’obbligo di versare quanto dichiarato al Fisco.
    Sono episodi questi che, oltre a rendere tangibile la drammatica situazione in cui versano fasce sempre più consistenti di imprenditori e contribuenti, dovrebbero funzionare da campanello di allarme per tutte le autorità, in primis il Legislatore. Urge una riforma della disciplina tributaria, una riforma che possa garantire una distinzione tra veri e falsi evasori, tra chi evade per guadagnarci e chi lo fa in quanto non ha alternative!
    Foggia, 10 settembre 2013 Avv. Eugenio Gargiulo


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Ora l’illegittimità del redditometro è sancita anche dalla Cassazione!

    La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo l’accertamento sintetico, ossia quello del redditometro, fondato su un alto tenore di vita se il contribuente prova che è determinato dai risparmi accumulati nel tempo.

    Questo è quanto sancisce la sentenza numero 21994 del 25 settembre 2013 della Suprema Corte,che ha accolto il ricorso di marito e moglie che si sono stati oggetto di un accertamento Irpef visto lo stile di vita che conducevano, fatto di acquisti di auto, immobili, e viaggi costosi.

    La coppia, durante il contraddittorio, aveva spiegato che quel genere di vita era frutto dei risparmi di una intera vita, oltre un milione di euro risparmiati negli anni. La cosa strana è che l’amministrazione abbia ignorato questo dato, piuttosto significativo, ed abbia messo in atto lo stesso un controllo che non pare giustificabile. I contribuenti, in un primo tempo, erano anche stati beffati perché, dopo aver impugnato l’atto impositivo, erano andati davanti alla Commissione tributaria provinciale di Napoli che aveva respinto il ricorso.

    Adesso, invece, la Cassazione ha ribaltato totalmente la decisione; “non può negarsi, infatti, che il giudice di merito, a fronte della documentazione fornita dai contribuenti, analiticamente indicata nel ricorso in ossequio al principio di autosufficienza, dalla quale, in tesi, sarebbe derivata la prova che il maggior reddito accertato per l’anno 1992 sulla base di indici di capacità contributiva rilevati dall’Ufficio era giustificato dalla disponibilità di capitale accumulato in anni precedenti, si è limitato a negare la produzione di qualsiasi idonea prova contraria, senza supportare tale apodittica statuizione con sufficienti argomentazioni”.

    Proprio adesso che il redditometro è finalmente attivo e gli italiani a “rischio evasione” stanno aprendo le prime lettere, questa sentenza della Corte di legittimità mette fortemente in discussione il metodo di accertamento che dovrebbe assicurare gli evasori alla giustizia.

    E’ recente la decisione con la quale la Ctp di Campobasso, sentenza n.117 di luglio 2013, ha affermato la nullità dell’accertamento fiscale, fondato sul redditometro approvato con dm 65.648/2012, in quanto regolamento “illegittimo” che, basandosi esclusivamente sull’attività Istat, non considera i dati oggettivi per stabilire il reddito delle famiglie italiane.

    C’è di più un altro colpo al redditometro glielo ha inferto la Ctp di Bari, sentenza n. 146/2013, secondo cui l’ufficio non può emettere l’atto impositivo basato sui parametri senza personalizzare la pretesa fiscale sulle indicazioni date dal contribuente durante il contraddittorio. Si tratta, infatti, di presunzioni semplici e l’onere della prova rimane a carico dell’ufficio.

    In quella circostanza i giudici hanno spiegato che l’accertamento da redditometro ricade nella categoria dei c.d. accertamenti standardizzati e tende a determinare mediante l’impiego delle presunzioni semplici, il reddito complessivo del contribuente. Questo determina che l’Ufficio debba adeguare la propria attività alla reale situazione del contribuente.
    Foggia, 26 settembre 2013 Avv. Eugenio Gargiulo

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