Editoriali

Libera in Capitanata

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Componenti associazione Libera, sabato a Cerignola

Componenti associazione Libera, sabato a Cerignola (image P.Ferrante)

Foggia – CI sono giorni in cui il sole sembra che baci più forte gli uomini, le piante e gli animali; che inondi la terra di luce, oltre le case e tutto il creato. Questo per dare quasi il benestare di quanto gli si svolge sotto i raggi dorati. Benedetti allora “caldi di Capitanata”, quando ti concedono il diritto di un posto di lavoro scevro da ogni sfruttamento. Maledetti, invece, quando le schiene chine sottendono schiavitù; quando il sudore è la dichiarazione di resa al caporalato.

Benedetto caldo di Cerignola. Campagna che fu la campagna della riscossa di un’intera classe di braccianti sotto la bandiera umile di Peppino Di Vittorio. In quelle terre, secche ed aride, oggi è nata una delle esperienze più interessanti della Capitanata. Il marchio è quello della rete di Associazioni contro le mafie, Libera. Cui si sono aggiunti quelli degli Enti Locali (Comune di Cerignola e Regione Puglia), della Cia, dei confederali (Cisl e Uil, oltre ad una Cgil che ritorna, in una terra storicamente “sua”, a riannodare il filo dei diritti). “Un grappolo di diritti” è l’iniziativa che ha preso corpo in località Scarafone sin dallo scorso 10 settembre, e che, in un sabato settembrino di fine estate – sabato che non è come gli altri, perché nell’aria rimbomba, sordo, il dolore per il rinvenimento dei cadaveri dei due africani alla stazione di Foggia ( Identificati due cadaveri) – si è aperta all’esterno per farsi conoscere. Si vendemmia da quel giorno. Le viti abbondano di frutti. Fino a strabordare come una verde cascata appesa.

I terreni sono stati confiscati alla mafia nel 2008: sei ettari in tutto, quattro e mezzo coltivati a vite. Per il resto un groviglio di stradine, qualche ulivo, sparuti fichi. Un casolare abbandonato, distrutto dagli ultimi inquilini, sentitisi defraudati dalla confisca. L’ex proprietario del piccolo feudo, il boss Giuseppe Mastrangelo, detto “il cecato”, sta scontando in carcere tre ergastoli per omicidio, droga, associazione mafiosa ed estorsione. In prigione, ce l’ha spedito Gianrico Carofiglio, che, ancor prima di donarsi all’editoria, mieteva vittime alla criminalità organizzata come pm antimafia di Bari.

Su queste terre liberate, restituite alla storia dalla giustizia dell’uomo, rese finalmente degne della loro bellezza, si è celebrata, alla presenza di stampa ed istituzioni, oltre che delle forze dell’ordine, la fine di un lungo incubo. Meglio. Si è consumato l’atto finale della restituzione al pubblico di quanto era giusto. Perché, ha esultato Pietro Fragasso, mente pensante della Cooperativa sociale “Pietra di scarto”, “Cerignola non dorme”; no, Cerignola di dormire non può permettersi. È occorsa una barca di tempo ed altrettanta fatica per districarsi della nomea di città dell’illegalità. Per uscire dal “cono d’ombra” paventato dal referente provinciale di Libera, Mimmo Di Gioia. Per scuotersi del torpore in cui i vari Giuseppe Mastrangelo l’avevano costretta. Cerignola, quindi, non più città di paura e pistole.

L’immagine, oggi, è diversa, quasi rassicurante. Sui terreni che furono bunker, chiusi al mondo ed all’occhio del cittadino, ostruiti e vietati dalla legge del più forte, oggi lavorano e riposano Cooperative di braccianti. In sei, questa mattina, riempivano le gerle. Mancava un elemento, due braccia in meno sottratte al lavoro, ma aggiunte alla causa della legalità. Uno di loro era a Castel Volturno, altra zona tristemente nota per gli eventi criminosi, per consegnare al Centro di Accoglienza “Fernandes” i prodotti dei vigneti della Capitanata. Gli stessi che hanno fanno capolino alle feste nazionali della Cgil e del partito Democratico. Gli stessi che, oggi, hanno viaggiato sino a L’Aquila. 19 mila cassette prodotte e smistate. E siamo ancora al dato parziale. Perché manca ancora tanto per concludere il lavoro. Ma non ci sono lacrime di terrore in contrada Scarafone. Si fatica sorridendo, qualche battuta in foggiano, qualche risposta in arabo. Dei sette, uno solo è italiano. Dei restanti, due sono rumeni (marito e moglie), quattro tunisini. “Lavoriamo tanto, ma ci mettono a posto – tirano un sospiro di sollievo”. Già, perché sinora l’Italia era stata una grande promessa mai mantenuta: “Solo trattati male, sfruttati, niente soldi”, dicono in coro. Poi, chi può, si ferma all’ombra a fumare una sigaretta. Oggi è un giorno di festa.

Libera in Capitanata ultima modifica: 2010-09-19T22:15:21+00:00 da Piero Ferrante



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