Cultura

I Tratturi, la pastorizia e i De Finis

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Antico tratturo regio Foggia-San Severo (manganofoggia - image)

Meolo – IL termine Tratturo, di genesi abruzzese coniato nel XVII secolo, è l’ellittico della locuzione latina Iter tractorium che tradotto vale “Itinerario tracciato”. Un’antica rete viaria italica, quella dei tratturi, che dalle terre laziali e abruzzesi, ovvero dall’Appennino centrale, toccava il Gargano attraverso la Piana pugliese dove in epoca aragonese sarebbe stato politicamente ritagliato il Tavoliere delle Puglie, compreso dagli idronimi del Fortore e dall’Ofanto, a uso esclusivo dei pastori per le loro transumanze, ossia per le migrazioni stagionali del bestiame dai pascoli delle piane a quelli montani e viceversa.

La Transumanza era detta Mena, così definita nelle regole emanate da Alfonso D’Aragona il 1° agosto del 1447, attraverso l’ordinanza della “Regia Dogana della mena delle pecore in Puglia” istituita a Foggia, unica in Italia e in odore democratico, nata per gli interessi della pastorizia e dei pastori, alla quale nobili e prelati erano sottomessi. Entrava in vigore annualmente dall’8 maggio al 29 settembre e aveva una vasta competenza territoriale, dalle tenenze di Sulmona e L’Aquila, sino a quelle di Taranto e Catanzaro; considerata strategicamente di eredità feudale, fu soppressa dalla sedicente modernità rivoluzionaria di Napoleone.

Date queste ancora oggi sopravvissute fedelmente nelle due commemorazioni annuali dell’Arcangelo Michele sul Gargano, giusto sia quando le greggi sopraggiungevano sul promontorio sia quando ne discendevano, con tutto il loro seguito umano.

I tratturi sarebbero stati precursori di un sistema di connessioni stradali, complanari, sovrapposti o in proseguimento, avviate nelle contrade italiche dagli etruschi o da altri popoli organizzati, e avrebbero donato prima ai Romani l’opportunità d’adagiarvi le consolari, e poi ai loro successori barbari comodamente le proprie, quale la Francigena o Francesca “la via dei Franchi” alias Romea “la via per Roma” donde il termine Romeaggio da leggere “pellegrinaggio sulla Romea”. Arteria trasformatasi nel percorso dei pellegrini da tutta Europa, e che giustappunto dal Nord Europa si diramava dopo le Alpi per Santiago de Compostela (Tomba dell’apostolo Giacomo) e per Roma (Tombe degli apostoli Pietro e Paolo).

Dalla città del pontefice, lungo la storica Appia e le sue diramazioni meridionali, andava a toccare Monte Sant’Angelo in Puglia (Spelonca dell’Apparizione dell’Arcangelo Michele) per proseguire, dopo la distruzione a causa di sovvertimenti idrogeologici dell’agevole imbarcadero di Siponto ai piedi del Gargano, verso Brindisi e qui salpare in rotta per la Terra Santa. La costa ionica, per accezione a S. Maria di Leuca, era definita dalla locuzione latina Finibus Terrae “alla fine della terra”, nel senso che terminava il percorso via terra per iniziare quello via mare.

Per quanto riguarda il Gargano, già prima della Francigena, lungo il tracciato dei tratturi si sarebbe ramificata la Via Sacra Langobardorum (dall’antico germanico Langbarland) che da Benevento, capitale del ducato longobardo meridionale, embrione del futuro Regno di Napoli e delle Due Sicilie, rimontava longitudinalmente il Gargano verso la Spelonca dell’Arcangelo, protettore adottato immediatamente dai Longobardi che invasero la Puglia già cristianizzati, dopo le loro vittorie contro i Goti.

I tratturi principali larghi 111 mt erano raccordati da percorsi minori detti Tratturelli, e punteggiati dai Riposi, spazi di massimo 6 Ha, vicino a un corso d’acqua, adibiti al pascolo e al ristoro di uomini e bestie, e dalle Poste queste veri e propri ripari notturni, con le Capoposte sorte di luoghi per incontri liturgici collettivi nei giorni festivi e nelle ricorrenze religiose. C’erano, ancora, le Locazioni, come quella di Arignano sul Gargano (oggi Rignano), in cui il pastore pagava la Fida a sosta, che nel 1591 era calcolata di 12 ducati ogni cento capi.
Lungo i tratturi si autorizzava unicamente il pascolo in movimento, erano cioè proibite le fermate, per ovviare alla totale consunzione dell’erba.

Tra i Riposi, si ricorda il Saccione, il quale poteva contenere centinaia di migliaia di capi, voce questa linguisticamente connessa con il termine Sacca “rientranza del terreno” figurativamente dal latino Saccus sacco e con suffisso accrescitivo -one; i proprietari dei terreni erano dovuti all’ospitalità gratuita, in base alle ordinanze del Tribunale della Dogana a Foggia, ma in cambio ne ricavavano un ingente concime naturale. Assieme al Pastore, si muovevano il Pastoricchio, l’assistente per i lavori più umili e il Buttero incaricato di menare gli animali di grossa taglia, quali buoi e muli da trasporto. Gli specialisti della tosatura erano in genere abruzzesi, chiamati Carosatori dalla voce volgare Carosare dalla radice indoeuropea Ker “tagliare”, in tema con Caruso. L’economia di popolo ne traeva profitti attraverso gli alloggi, le poste, il commercio.

Ecco cosa avevo scritto già nel 2004 e la notizia di un reale interessamento istituzionale a Foggia verso l’antica mappa della “mena armentizia”, non può che essere sicuramente gradita.
\..,.\ permettetemi un’osservazione, meglio, un allarme: altrove, i tratturi sono stati bonificati ed elevati a patrimonio culturale. La Capitanata ha miracolosamente ereditato segmenti di quei tratturi che scendevano verso i pascoli del Tavoliere. Prima che gli incendi, dolosi o meno, ne distruggano i suggestivi filari, prima che si compia un tacito sconfinamento agricolo (già parzialmente in atto), occorre operare per un loro salvataggio e restituire ad essi l’antica dignità.

Privi di tratturi, di quelle vestigia degli antichi padri, affollati di pionieri seminatori delle diverse costumanze, oggi, certamente, non avremmo raggiunto l’entità unificatoria di popoli italici, che tanto c’inorgoglisce, e si rischia veramente di non consegnare niente di queste tangibili pagine della nostra storia, ai discendenti. Lo smarrimento di questa entità cagiona e aizza egoismi di parte politica \…\

I veneziani de Finis emigranti nel Tavoliere. Nel Seicento, i discendenti della famiglia de Finis, originaria di Cipro, ma ciò sta a significare la loro storica stirpe veneta, si stabilirono a Venezia speranzosi di continuare a svolgere la loro attività di trafficanti, certamente esuli di terre ormai perdute. La Serenissima, per i profughi che ritornavano in patria, non poteva offriva granché concernente il loro antico e redditizio mestiere di mercanti, causa le inarrestabili sottrazioni dei possedimenti d’oltremare.

Era più favorevole dedicarsi alla libera professione. L’avvocato Vincenzo De Finis acquistò grande notorietà, tant’è che il 1649 “mediante l’esborso di mille ducati e la supplica presentata, ballottata in Senato il 5 dicembre con voti favorevoli 105, contrari 54, non sinceri 17, proposta ed approvata nel Maggior Consiglio l’11 dicembre di detto anno, con voti favorevoli 533, contrari 440, non sinceri 35” Vincenzo De Finis ottenne il Patriziato veneto, ossia insignito della “dignità procuratoria di San Marco de Citra”.

Al professionista però non bastava e così abbandonò la terra degli avi per migrare al Sud, nel Molise e dedicarsi alla pastorizia con ruolo d’imprenditore, conducendo seco il fratello. A quei tempi, in dette aree, la pastorizia e l’utilizzo dei tratturi, erano retti dalla Doganella d’Abruzzo la quale, insieme alla Regia Dogana di Capitanata (Foggia), includeva un vastissimo territorio di competenza, che dalla Maiella attraversava le pianure del Tavoliere e toccava la penisola salentina. La famiglia de Finis (De Finis) si stanziò risolutivamente in queste contrade incentrando i propri interessi nelle attività armentizie, ricavandone rilevanti guadagni e possedimenti terrieri.

Un cognome, il loro, oggi diffuso tra il Molise e il Tavoliere, un tassello che comprova, contro ogni diversa tesi, l’unicità italiana.

(A cura dello storico critico Ferruccio Gemmellaro Meolo-Venezia)
19 ottobre 2012



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